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Quando la realtà porta oltre il pensabile. La psicologia nelle emergenze. – Pollicino era un grande
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Quando la realtà porta oltre il pensabile. La psicologia nelle emergenze.

Ricordiamo il vecchio adagio: si vis pacem, para bellum: se vuoi il mantenimento della pace sii sempre disposto alla guerra. Sarebbe ora di modificare questo adagio e di dire: si vis vitam, para mortem: se vuoi sopportare la vita, impara ad accettare la morte.
Sigmund Freud

Moore. Oklahoma. Stati Uniti. Un tornado degli scorsi giorni ha distrutto la città. Un bilancio, in questi momenti ancora provvisorio di 91 morti e molti feriti, molte le piccole vittime, oggi si parla 10 bambini, piccole e grandi storie con un nome, un volto, qualcosa di speciale che il tornado ha portato via con sé. Quello che è stato definito il Tornado più costoso della storia americana, muove non solo problemi di natura economica, chiaramente importanti in una ottica di ricostruzione, ma soprattutto scatena interrogativi fondamentali in questi casi : dove si può trovare la forza per ricostruire? Come si riesce a non crollare davanti alla ferocia di un evento di queste dimensioni che ha distrutto 2400 abitazioni e un numero altissimo di vite? Come è possibile dare un senso a certo dolore?

La psiche colpita da un indicibile ferita, come quella di aver visto morire, di aver sentito la nostra stessa vita in pericolo, reagisce in maniera diversa da persona a persona. Ma di certo ogni individuo deve capire come far diventare esperienze così forti parte della propria storia, evitando di manifestare disagi, anche importanti che possano tradurre lo stato di estremo male provato, in un disagio psichico strutturato, in un sintomo limitante la propria vita. Un racconto irraccontabile che finisce per prendere tutto lo spazio possibile nella propria esistenza. Louis Crocq, esperto di psicotraumatologia, cita Erodoto, autore dell’opera “Storie”, come il primo a raccontare di un trauma, in questo caso dovuto alla battaglia di Maratona, capace di segnare in maniera netta la vita di un uomo. Si tratta della storia di un uomo ateniese che, senza essere colpito, perde la vista per la paura vissuta in battaglia e resta poi cieco per tutta la vita.

La psicologia in questi casi può aiutare? Sì. Molto. Supportando le persone in modo che sia possibile pensare di andare oltre il trauma vissuto. Ma come? Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire. Chiunque, non necessariamente perché più fragile di altri, può vivere una situazione terribile che lo traumatizzi. Si vive allora in situazione di stress. Cioè, l’equilibrio viene messo in crisi e una sensazione di pericolo viene spedita nell’organismo per richiamare le energie utili per riorganizzare la perduta omeostasi. Quindi ad una minacci si risponde per salvaguardare il proprio benessere. Altra storia è il trauma. Il trauma è l’evento  che si vive quando qualcosa di tremendo e doloroso prende con violenza posto nella nostra vita. Il trauma porta con se un messaggio di fine, mettendo la morte sulla nostra strada. La parola “trauma” viene dalla lingua latina, la sua radice tra- porta a pensare al movimento (trans) di passare quindi al di là, in altro stato che non è quello iniziale. Professiore François Lebigot chiarisce molto bene e in maniera chiara la differenza tra lo stress e il trauma vissuto, sottolineando come la difficoltà di dare senso a quanto si è vissuto impedisca di superare lo stato doloroso presente nel superstite. Quando ci si trova in una situazione di catastrofe naturale o incidenti, non importa quanto si sia solidi, ci si mette a dura prova e seppur naturalmente, l’individuo tenda all’adattamento ci si troverà a confrontarsi con emozioni di angoscia, di estremo dolore che possono diventare banchi di prova troppo pesanti, piegando la persona a vivere sentimenti tremendi. Il ricordo del dolore vissuto, della situazione di cui si è stati testimoni, può ripresentarsi nel sonno, nei mesi successivi, dopo anni. Il ricordo, magari messo da parte inizialmente, può ripresentarsi in un secondo momento con emozioni di panico, paura, angoscia. Si parla in questi casi, di DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS (ptsd). Questo disturbo, nasce negli anni 80 quando viene descritto, nero su bianco sul DSM. Nato come disturbo da guerra, erano ancora caldi i segni sulla psiche degli americani della guerra del Vietnam, si lega presto alla vita civile. Tale disturbo si manifesta come un insieme di sintomi dovuti a forti sofferenze psicologiche, un insieme doloroso che può durare a lungo, molto, troppo a lungo, anche per anni. Le cause possono essere diverse, ma chi si trova a fronteggiare una situazione traumatica, una catastrofe come potrebbe esserlo il tornado americano o il terremoto, ma anche un incendio, un abuso, un incidente, un lutto violento ne è facilmente vittima.

“Cavarsela” in situazioni tragiche come quella di Moore o di un terremoto, pensiamo all’Aquila o all’Emilia, o di un incidente dove in molti, anche a noi vicini, perdono la vita, lascia dei segni, cambia la nostra percezione del possibile e della nostra storia. I segni che traccia nella psiche di chi se la cava, vanno raccolti, offrendogli lo spazio giusto perché non si trasformino in cicatrici indelebili, in panico, in sofferenza impossibile da gestire. Parliamo di sentimenti di impotenza per quanto accaduto, di ansia, disperazione, angoscia. I segnali che il corpo lancia sono forti e traducibili, ma abbiamo sempre con noi la possibilità di dedicarci a questo lavoro di mediazione? Da soli, in molti casi, è quasi impossibile. Gli stessi soccorritori in questi casi, hanno bisogno di una preparazione a quanto vanno ad affrontare. La psicologia che si occupa di questa delicata parte della vita messa a dura prova dalla morte, si chiama Psicologia dell’Emergenza e, secondo il testo del 2003 di De Felice e Colaninno,  si traduce nel cercare il modo migliore e maggiormente adatto di rispondere in situazioni tragiche,  tutte quelle situazioni che allontanano da sè, spingono al di là, dove è morte e paura. Questo perché vivere e sopravvivere al trauma di un evento terribile, porta a delle ripercussioni che, anche se non sempre visibili nell’immediato, possono arrivare a scontrarsi con la vita e la serenità di chiunque si trovi a vivere situazioni di catastrofe, lutto, trauma.

Tremo. Il mio cuore palpita. Il petto mi duole. Posso capire da solo che si tratta di segnali di ansia? L’ansia nata da quanto vissuto? Non sempre. Sentire la paura, mette sulla difensiva e porta a percepire la minaccia insita nelle situazioni. Ma, se  da una parte garantisce la propria sicurezza, da difensiva qualora si pensi di essere continuamente esposti al pericolo, può diventare un limite, un pericolo per la propria serenità, trascendendo anche in panico, quella sensazione irrefrenabile che porta ad agire in fretta e senza ragionamenti. Lo psicologo aiuta in questi casi a riprendere i contatti con la realtà, diventata palcoscenico di paure e terrore, trovando il giusto posto per ricordi che si vorrebbe dimenticare, prima che diventino tormenti quotidiani. E’ necessario eliminare gli elementi che confondo e allontanano. Il professionista, in questi casi, aiuta i superstiti a recuperare il loro mondo, sostenendoli ad andare oltre il trauma che li ha portati al di là, elaborando pensieri ed emozioni in uno spazio di ascolto dedicato e rispettoso. Dare un senso a quanto vissuto sarà  il compito da affrontare insieme, prevenendo possibili sviluppi negativi, imparando come dare agli eccessi che si vivono una nuova cornice capace di contenerli.

Dipingere insieme, anche con altri superstiti, una realtà dove il dolore degli eventi non schiacci la voglia di riprendersi le proprie vite, dando significato anche al terribile incontro con la morte di cui si è stati protagonisti in prima persona. Non essere stati vittima per molti è troppo incomprensibile da accettare, aver perso persone care diventa una colpa che affligge, per questo è anche importante il ruolo della società, il confrontarsi con altre storie di sopravvissuti, scoprendo nuovi bisogni dopo eventi che segneranno per sempre il netto passaggio da Prima a Dopo. Per questo il professionista deve ricostruire una idea di fiducia, dare spazio alla possibilità che qualcosa di positivo ancora possa nascere dopo tanto male. Perchè sia possibile, la psicologia dell’emergenza si occupa anche di prevenire, costruendo modi nuovi di pensare ed agire in caso di possibili disastri, aiutando a prevenire reazioni incontrollate qualora una eventuale situazione tragica è possibile, “allenandosi” in un qualche modo alla possibilità che accasa.

Preparare soccorritori preparati ad agire in caso di necessità è una modo per essere certi di poter poi intervenire al meglio, offrendo ascolto ed empatia laddove questi sono la prima necessità, dopo la sicurezza di essere vivi. Per questo, ci si prepara chiedendosi in quale modo sarebbe meglio agire, cosa si dovrebbe fare, passando per la vicinanza emotiva a chi ha vissuto la situazione senza lasciarsi trasportare dalle emozioni forti, restando empatici ma senza voler trovare soluzioni a tutto, controllando anche quando non si può controllare. Imparare a rilassarsi, avere nozioni di pronto soccorso, informarsi, tutto fa parte della formazione in questo senso e “autoproteggersi” in situazione di pericolo, diventano l’arma per difendere coloro che poi aiuteranno nei tristi casi reali delle nostre cronache. Il loro è un compito ammirevole e complesso, a chiunque in questi giorni e negli anni a venire, aiuti le vittime di tanto terribili eventi, il rispetto di una scelta delicata e importante. D’altro canto, sapere di avere personale attento, soccorritori preparati e terapeuti professionisti, diventa, in situazioni come quelle dei terremoti o di questi difficili giorni americani, un primo aiuto per non sentirsi abbandonati quando tutto quello che faceva parte del proprio mondo sembra essere crollato. Allora, sapere di appartenere ad una umanità ancora capace di ascoltare il proprio dolore, sarà un dono anche per coloro che hanno perso tutto, il primo dono da cui ricominciare per ritrovare il gusto e la fiducia nella vita che rimane.

Pollicino:  Tutti noi, fragili e vivi
L’Orco : Il trauma non raccontabile, il dolore che blocca al muro, la paura possa ricapitare
L’arma segreta :  scoprire che ci si può aiutare, condividere con gli altri, ricostruire per prima la fiducia
Marzia Cikada
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