Top
Purchè se ne parli. Pubblicità e Psicologia, cosa ci raccontano certi cartelloni. – Pollicino era un grande
fade
1455
post-template-default,single,single-post,postid-1455,single-format-standard,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

Purchè se ne parli. Pubblicità e Psicologia, cosa ci raccontano certi cartelloni.

Si possono conoscere gli ideali di una nazione attraverso la sua pubblicità.
Norman Douglas
 

La pubblicità è cattiva o è buona? Nessuna delle due, come sempre, le riposte tutte giuste non esistono altrimenti la vita sarebbe un test a crocette. Di certo la psicologia si occupa di pubblicità, ci lavora. Quando decide come produrne, quando mette le competenze dello psicologo a disposizione per definire e costruire un messaggio con i meccanismi della persuasione, quei piccoli accorgimenti, sottili ma efficaci, che portano il consumatore a consumare, regalando le proprie scelte con inconsapevole leggerezza, credendosene padrone.

Tecniche di marketing svariate si occupano di creare messaggi che condizionino la valutazione del cliente ( Bryan Gibson insegna che se associo una emozione positiva ad uno stimolo per me prima neutro poi lo stimolo stesso diventa positivo e io mi compro la macchina per avere il successo, come fosse un optional nascosto nel cassettino), creando quell’effetto “familiarità”, effetto conosciuto tecnicamente come mere-exposure effect, per cui con il tempo un marchio, uno slogan, una grafica ci portano a pensare che quel prodotto fa proprio per noi anche perchè ci risulta ormai conosciuto, di famiglia insomma. Come per tutte le sue mansioni, etica e rispetto devono essere gli elementi che accompagnano anche il lavoro del pubblicitario e, nel caso, dello psicologo che lo assiste.

Ma facciamoci due domande più dirette e più legate ai nostri giorni nel nostro paese:

La Psicologia si occupa di Pubblicità? Dal 26 novembre si. In questa data si è visto l’inizio di una campagna di comunicazione dell’Ordine degli Psicologi che vuole essere un modo per comunicare a favore della psicologia, per renderla familiare, facendo arrivare a tutti la possibilità insite in questa disciplina di aiutare le persone a semplificare la loro vita.

La campagna è stata firmata da Lorenzo Marini Group e si potrà vedere su quotidiani nazionali come Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore. Qualcuno, anche di conosciuto, ha storto il naso. Qualche domanda è venuta fuori.Può lo psicologo fare pubblicità a se stesso? Certamente può e ci sono anche delle disposizioni di legge a permetterglielo. Tempo fa era un pò diverso ma ora, seguendo i limiti imposti dal codice deontologico e dal buon senso, la categoria degli psicologi può far parlare di sé, d’altro, vende un servizio, delicato siamo d’accordo ma servizio, in un mondo dove i colleghi sono tanti e qualche possibilità in più di visibilità bisogna pur cercarla.

Ma qui, la campagna di cui si parla, non l’ha decisa il singolo professionista ma l’Ordine stesso che tutti li raccogli, facendo vedere che è ora di cominciare a promuovere la figura dello psicologo perchè diventi possibile pensarla tra le tante possibilità di benessere che il mercato offre.

E’ proprio necessario, dirà lo scettico o il purista? Sembrerebbe di sì. Troppa distanza ha allontanato lo psicologo dalla cultura del paese, metterlo al centro di una campagna nazionale che faccia riferimento al suo ruolo centrale alla vita di tutti, capace di fare ordine nel disordine che può far capolino nella quotidianità di ognuno di noi è togliere quel mai pago stereotipo che vede impegnati gli psicologi solo con le persone fortemente in stato di necessità, è smetterla di pensare che “dallo psicologo io? sono mica matto!”. L’immagine semplice, la clessidra, ci vuole ricordare che il tempo è un valore e viverlo con serenità, semplificando i problemi fino a risolverli, in vista di un miglior benessere è una risorsa da non sottovalutare. Nella “Via della tranquillità” (1998) il Dalai Lama, Tenzin Gyatso, scriveva:

Vale la pena fare pubblicità, se giustificata da una buona causa. Il Buddha pubblicizzò l’illuminazione o il nirvana. Se la pubblicità è ragionevole e benefica, va bene; ma se è motivata solo dal profitto, dalla truffa e dallo sfruttamento, oppure se è fuorviante, allora è sbagliato metterla in atto.

Ecco che la Psicologia fa Pubblicità per comunicare che è tempo di toglierle di dosso pregiudizi e stereotipi datati e di accoglierla tra le risorse che ognuno può aver bisogno di attivare in momenti delicati della vita, quando si vive una crisi di sviluppo o qualcosa non va come ci piacerebbe.

La Pubblicità si occupa di Psicologia? Purtroppo sì, perchè a volte lo fa in maniera superficiale e pericolosa. Spesso infatti, per fare colpo, si è finito per l’usare la psicologia con ironia, anche risultando indelicati e fuori luogo. Di questi giorni la storia di un brutto cartellone pubblicitario a Cuneo ( lo vedete nella foto). L’idea è datata, se ne parlava già lo scorso anno, quella di far leva sull’idea che meglio far compere che pensare al proprio benessere insieme con un professionista. Dietro quella che i pubblicitari chiamano creatività si nasconde, non solo un concetto fuorviante e lesivo di una categoria ma una comunicazione errata. Infatti, lo shopping compulsivo, lungi dall’essere una forma di star bene e allontanamento dai problemi, è un disturbo vero e proprio che non aiuta affatto chi ne soffre, anzi. Bene ha fatto una collega di Cuneo, la Dott.ssa Maura Franchino a inviare prontamente una indignata lettera all’Ordine a tutela della professione e della correttezza dei messaggi che coprono i muri della nostre città. Sono infatti questi cartelloni a raccontarci molto del nostro paese e della sua cultura e non fare attenzione e cosa di rende pubblico e quindi accessibile a tutti, ci rende responsabili delle conseguenze. Per fortuna la richiesta della collega non è arrivata sola e pare che questa campagna sia già finita.

Ma, resta il ma. Come è possibile che ci sia  così leggerezza nel giocare con la salute delle persone, come mai viene così spontaneo e non filtrato da dubbi e domande, il mettere alla berlina una professione come quella dello psicologo sentendosi peraltro anche creativi? Bisogna constatare che non ci sono abbastanza psicologi ad occuparsi e formare sulla pubblicità, che non deve solo essere un gioco creativo ma deve avere ben chiari limiti e confini del buon gusto e del rispetto, non solo delle professioni ma anche delle differenze e delle scelte in genere. Pensiamo a quante pubblicità usano la figura della donna, stereotipi di potere e di genere, giocando con temi anche delicati pur di vendere qualcosa in più. La Psicologia di occupa di Pubblicità? Alla luce dei fatti mi verrebbe da pensare “troppo poco”.

 
Pollicino:  Chi guarda la pubblicità!
L’Orco : La cultura del vendere senza attenzione a cosa e come.
L’arma segreta :  Etica, rispetto e consapevolezza delle responsabilità  quando si crea pubblicità.

Marzia Cikada
Commenti

Scrivi un commento