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La Psicologia NON salva Nessuno – Pollicino era un grande
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La Psicologia NON salva Nessuno

Il mito del potere è, chiaramente, un mito molto potente e probabilmente quasi tutti in questo mondo, in maniera più o meno intesa, ci credono. E’ un mito che – se tutti quanti ci credono – diventa vero. Ma nonostante questo dal punto di vista epistemologico rimane una follia e porta inevitabilmente a vari tipi di disastri. Gregory BATESON


 

 
Vi ricordate la barzelletta della lampadina? Quella dove si chiede quanti psicologi servono per cambiare una lampadina? Ecco. Non è poi così lontana dalla verità. Ma non sto parlando di lampadine.
 
Partiamo dall’inizio che a volte, non sempre, aiuta. Stiamo parlando di psicologia. D’altronde è una terapeuta che scrive. Questo significa che, chi scrive, ha passato un numero corposo di anni, 11 se ve lo state chiedendo, per potersi dire tale. Questo significa che si è guadagnata, come moltissimi altri validi colleghi in tutta la penisola, la possibilità di credere di poter fare il mestiere della psicoterapeuta, che significherebbe, in soldoni, aiutare le persone a darsi una mano da sole. Ecco, la smorfia. L’ho vista.
 
L’ho vista nel collega che legge e la pensa diversamente. L’ho vista nel giovane studente che crede che diventare psicologo (o come in questo caso psicoterapeuta) significhi acquisire dei poteri superiori che permettano di “salvare” le persone, anche nonostante se stesse, se è il caso. E l’ho visto soprattutto in te, lettore che capita ti chieda se forse una terapia può essere una soluzione o “l’ultima spiaggia” o chissà quale altra immagine hai cullato pensando che se proprio nulla funziona, si può sempre provare, anche se in fondo “non ci si crede mica alla psicoterapia“.
 
E qui siamo torniamo alla barzelletta.  Alla nostra amata lampadina.
 

La lampadina che non vuole essere cambiata rimane com’è?

 
Vedo ogni anno molte persone, ogni anno una parte di loro arriva trafelata, con gli occhi colmi di una qualche speranza magica che vorrebbe che la terapia fosse una possibilità per stare meglio nonostante loro stessi. Solitamente, se non ci si capisce bene all’inizio, sono incontri che portano a poco, peggio, portano alla frustrazione da entrambe le parti. Da una parte le aspettative ferite di chi si è rivolto a me, non l’ho aggiustato, dall’altra le mie, non sono stata all’altezza. Ecco.
 

La verità è che la psicologia, nuda e cruda, non salva nessuno. Neppure i terapeuti.

 
Nella stanza di terapia, almeno nella mia, potrete trovare divani comodi, caramelle, libri di generi diversi, lo spazio per parlare, cuscini da sistemare nel miglior modo, penne e colori, piante, non sempre in ottimo stato, fogli bianchi e molto altro. Una cosa non la potete trovare. La magia che salva. E ancora non sono onesta.
 
Le stanze di terapia brulicano di magia. Si tratta, però, di qualcosa di ben diverso da quella che molti si aspettano di trovare. E’ la magia dell’incontro, dell’ascolto, della possibilità. E sono tutte magie che comunemente, qualunque bravo psicologo è in grado di costruire. Gli “ingredienti” vengono insegnati nel corso della sua formazione, come le tecniche di ascolto, le tecniche da mettere in gioco durante il colloquio, l’etica con cui dosare certi comportamenti. C’è poi una parte che è tutta un’altra storia. Ogni professionista, chi celandolo, chi mostrandolo orgogliosamente,  ha la sua scorta personale, fatta delle sue esperienze di vita, dei suoi affetti, delle sue imperfezioni e vulnerabilità, delle ferite che hanno insegnato la forza, delle emozioni che hanno accompagnato i sorrisi e le vittorie. E’ una scorta sempre diversa, da terapeuta a terapeuta, qualcuno la usa ogni giorno, altri la tengono da parte per le grandi occasioni, nessuno, ma proprio nessuno, può veramente dire di fare questo mestiere senza farci i conti. Essere terapeuta vuole dire prima di tutto essere una persona. Ogni storia è complicata e porta il suo bagaglio di meraviglie quanto di cicatrici. Sono quelle che ci hanno insegnato l’empatia. Sappiamo di avere un dono da dare ma sappiamo anche che non possiamo credere soli, che il gioco deve essere fatto insieme.
 
Per questo ogni tanto qualche persona mi dice “dottoressa ma possibile che siate così tanti  e diversi voi psicologi?” E lo è, possibile, perché non solo differiamo per formazione, le sfumature tra le scuole sono notevoli anche all’interno della stessa corrente, ma siamo persone diverse e questo ci rende per forza di cose unici, ognuno a suo modo. Ma c’è qualcosa in cui non si differisce, ce la mettiamo tutti tutta. Anzi, a volte ce la mettiamo troppoMettercela tutta a volte è avercene messa troppa.
 
Ma torniamo alla barzelletta. Quanti psicologi servono perché la lampadina cambi? Uno soltanto, ma la lampadina deve davvero voler cambiare.
 

 
I medici hanno il giuramento di Ippocrate, noi dovremmo definirne uno nostro che sia un grado di darci la libertà di ammettere che non salviamo nessuno, neanche la lampadina, non da soli. Non senza aiuto da parte di cui va “salvato”.

Quello dello psicologo non è un mestiere per onesti. Perché ci sono momenti in un cui è necessario camuffare le proprie parole, dire altro, puntare in alto tendendo al basso, fare il morto pur godendo di ottima salute. Per aiutare le persone a volte occorre dire qualcosa che significhi altro da come suona, ma che può servire a chi abbiamo di fronte per prendere posizione. Provochiamo, incoraggiamo, giochiamo, buttiamo tutto all’aria, palesiamo indifferenza, sempre per un motivo. Fare in modo che la persona che abbiamo di fronte, decida di essere lì, pienamente, se invece, non prenderà in breve tempo una posizione, se non sceglierà di provare a cambiare, faremo sostegno, ascolteremo tanto, ma difficilmente saremo terapeuti risolutivi.
 

Alla fine è la lampadina a scegliere.

 
Quando entriamo in studio, dobbiamo avere chiaro che non ce la metteremo troppa. Che non siamo divinità in grado di promettere quello che finora non è stato possibile, portatori per lo più sani del nostro narcisismo, non possiamo dirci esenti da qualche, pur sfumata tendenza a sostituirci alle persone quando pensiamo che altrimenti non ce la farebbero. Ma ogni volta che ci mettiamo al posto dell’altro, non per comprenderne le emozioni e i vissuti, ma per sostituirci a lui, tradiamo la fiducia nella relazione che ci lega a questa persona. Tradiamo il nostro mandato per cui, noi siamo chi, riparati gli occhiali con cui il cliente guarda il mondo, gli diamo una lucidatina  alle lenti, lo aiutiamo a scegliere una montatura che si confaccia al suo viso e poi facciamo in modo che esca fuori a vedere quello che si stava perdendo, solo, in coppia, in famiglia. Ma noi restiamo di lato, pronti ad essere dimenticati, pronti a ridargli una sistemata dovesse mai servire. Ma non siamo noi a decidere per gli altri come guardare il mondo. Ci sono persone che curata la miopia, continuano a strizzare gli occhi come non vedessero bene, quel gesto gli serve per mettere a fuoco il mondo, più di un intervento laser. E’ il loro modo di sentire di esserci.
 
Entrando in studio dovremmo ricordare sempre che faremo del nostro meglio ma che non siamo noi a decidere. Capita sovente di convincersi che quello che crediamo il bene dell’altro lo sia davvero e questo ci impedisce di sentire cosa davvero possiamo fare, che potrebbe essere anche, NULLA. Si, a volte il nostro migliore intervento è nono intervenire, rimandare l’impossibilità di fare qualcosa è la miglior cosa che si possa fare. Se l’idea che coltiviamo è che li altri devono essere salvati e siamo proprio noi i salvatori, ci stiamo preparando a fallire.
 
Prendere per mano fino all’imbocco della strada che siamo certi sia quella giusta, afferrare il pugno di chi è venuto da noi e tenerlo forte mentre “insieme” si bussa alla porta della casa che siamo certi dovrebbe abitare non solo è una responsabilità troppo grande, è anche una responsabilità che non possiamo permetterci. Perché suggerire che ci siano possibilità alternative di vita non significa prendere il posto dell’altro finché non accetti passivamente quell’idea, pur funzionale (per noi).
 

La lampadina deve davvero voler cambiare.

 
“Non impossessarsi del progetto della propria vita significa fare della propria esistenza un accidente.” scrive Irvin Yalom.  Nella stanza di terapia avviene proprio questo, si accompagna la persona ad impossessarsi della propria vita. Non gliela viviamo al posto suo, abbiamo già la nostra e se non ci piace non è un problema del nostro cliente.
 
Si prende possesso solo di quello che sentiamo appartenerci, solo di quello che possiamo accettare come nostro, anche quando non ci piace, anche quando è difficile è nostro. Il vestito più bello è quello che sentiamo tagliato per noi, non quello, fermi impalati davanti lo specchio, che ci dicono ci stia meglio. Perché se mentre ci camminiamo dentro ci sentiamo a disagio, la magia svanirà e con lei la bellezza, fatua, di qualcosa che non siamo. Risulteremo, in quel caso, di gran lunga più belli nella tuta con cui siamo soliti fare capriole e saltelli. Perché la bellezza è qualcosa di vivo. 

 


 

Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell’infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi,”riparare i guasti”, riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l’unica che ci dia la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile – e tuttavia così crudele – dell’infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa..... Alice MILLER


 

Non sempre si è pronti. Anche a cambiare, anche se significherebbe star meglio.

 
Lo psicologo può aiutare a capire se si può cambiare o ad accettare che non ci si riesce. Ogni persona può assumere il livello di cambiamento solo fino ad un certo punto, il professionista deve essere in grado di portarlo fin lì ma smettere se si ritrova solo nel proseguire la strada. Perché qualunque lavoro a cui non si pronti, alla lunga sarà intollerabile, e potrebbe, per eccesso, portare più effetti collaterali che miglioramenti.
 
La psicologia non salva nessuno. Ci sono persone che non potremo aiutare. Facendo attenzione, però, qualcosa potremo cambiare, la consapevolezza di quello che vivono in quel momento. Che è poi la strada per un cambiamento presente e futuro.
 
Nel poco che sono, mi scopro migliore se apprendo da chi ho accanto, nei miei anni di professione sono sempre uscita più ricca da ogni incontro, anche da quelli che sono andati male, quando pur vedendone le risorse ho dovuto accettare che non era il momento di arrivare dove pur si sarebbe potuto. Occorre essere sinceri con se stessi e con gli altri in quei casi. E l’onestà è parte della magia. Può capitare, che proprio dopo mesi di quella onestà, a volte dopo anche meno, qualcosa cambi sul serio. Se non ci affanniamo al posto degli altri, se evitiamo di metterci al loro posto, rischiamo persino di scoprire che accompagnarli alla porta è stata la scelta vincente. L’ultima spiaggia può diventare il posto del cambiamento, quando si accettano le proprie ritrosie, trasformandole in scelta. Sono quelle le scintille di qualcosa di nuovo che, nudi del nostro crederci onnipotenti, possiamo far brillare nell’altro. E non serve neppure che ve lo dica che…
 

…quando la lampadina decide di cambiare, la sua luce è abbagliante.

 


Pollicino:  Chiunque cerca aiuto

L’Orco: Aspettarsi l’intervento magico

L’arma segreta: Comprendere il livello di cambiamento a cui si è pronti

Marzia Cikada
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