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Un hater nella mia bacheca. Educare senza odio, possibile? - Pollicino era un grande
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Un hater nella mia bacheca. Educare senza odio, possibile?

È uno dei vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi.
Alessandro Manzoni

 
Oggi è difficile stare lontano dal web, i social sono parte della nostra vita. Online si lavora,  si leggono temi interessanti o bufale inaudite, qualcuno riesce ad esprimere se stesso, qualcuno si innamora. E’ possibile vivere moltissime esperienze, purtroppo molte di queste sono spiacevoli. Perchè l’odio naviga online ed è sempre più facile incontrarne.

 
Parliamo di noi psicologi. Ormai non siamo più persone al di sopra delle persone, ma professionisti tra le persone. Sebbene abbiamo e difendiamo una nostra riservatezza, assolutamente richiesta per lavorare nel migliore dei modi, è concepibile, oggi, incontrare chi si occupa di psicologia anche sui social.

 
Facebook, LinkedIN, Twitter, Google+ sono tutti mezzi possibili per presentarsi e far crescere una buona cultura psicologica. Sono moltissime le professioniste e i professionisti che sanno usare sempre meglio la possibilità data dalla rete per creare una propria reputation, farsi conoscere, far conoscere il proprio modo di lavorare.

 
Questo porta con sé la possibilità di trovare qualcuno che ci odi. Perchè nel grande spazio del web, tutti possiamo diventare vittime, il cyberbullismo è tristemente democratico su questo, età, lavoro, etnia, status sociale, orientamento sessuale, genere tutto è un buon motivo per diventare vittime di questo terribile bullismo, anche lo psicologo non ne è immune.

 
Partiamo da qualcosa di avvenuto realmente.

 

Parlo di qualcosa che è successo a me.

 
Sono presente sui Social da quando ho avuta la necessità di riprendere il lavoro in Piemonte dopo una lunga pausa. Uso profili e pagine Facebook per lo più, sempre e solo per parlare del mio lavoro e di psicologia. Ogni tanto ci sono delle riflessioni personali, poca cosa in realtà.

 
Qualche settimana fa iniziano ad esserci commenti sempre più critici rispetto a quello che scrivo e pubblico, io cerco sempre di rispondere, non cancello mai finché non sono neppure più delle critiche ma insulti alla mia professione e poi alla mia persona. Se le critiche le lascio, gli insulti li blocco, Non amo limitare le persone e sono consapevole che si possa non piacere ma certe parole sono proprio sgradevoli. Finché non è arrivata una recensione che usava parole forti per descrivermi. la recensione, mi viene segnalata da una conoscente, che mi chiama inorridita, dicendo che ha letto delle cose terribili e ha provato a segnalarle a Facebook. Io leggo e mi rendo conto di non conoscere affatto la persona che ha scritto di me, almeno non come professionista. Mi suggeriscono di rispondere o di togliere la pagina delle recensioni, io non lo faccio. Perchè? Mi spiaceva per chi, conoscendomi, ha avuto voglia di scrivere qualcosa  di bello su di me. “Il commento è talmente eccessivo” penso “che chi legge ha modo di scegliere cosa pensarne”. Quindi lascio lì.

 
Premetto che sapevo di non essere come venivo descritta. Una superficiale, arrogante, una che pensa solo al successo e ai like (il che mi fa anche un poco sorridere visto l’esiguo numero di like che attraggo mi duole confessarmelo), una che non è interessata affatto alle persone e molto altro e peggio. Il tutto scritto anche bene, con le parole scelte con attenzione e, sembrerebbe, molta rabbia. Ma io non voglio parlare di chi ha scritto, avrà avute le sue ragioni, probabilmente legate molto poco al mio lavoro.

 
Il fatto è che pur sapendo di non essere quella che era stata descritta, non mi è stato facile non provare qualcosa di sgradevole, un amaro senso di impotenza, una stanchezza quasi fisica, una sottile rabbia nel fondo dello stomaco che mi sussurrava “perchè?”. Di colpo, ero diventata una vittima. 

 
Questo mi ha fatto pensare. Perchè io sono una donna adulta, che sa bene che cosa non le appartiene, che conosce i limiti e i rischi dei social, che ragiona ogni giorno su temi come l’umiltà, non prendersi sul serio, il lasciare correre quello che non si può cambiare. Ho la fortuna di aver lavorato molto su di me con la consapevolezza di quello che provo, capace di evitare certe possibili trappole per la mia autostima. Con la fortuna di avere accanto persone che sanno supportarmi anche nelle piccole cose. Eppure la prima reazione è stata di impotenza, incredulità, sgomento.

 
Quello che mi ha fatta più paura è immaginare come avrei reagito se non fossi stata una adulta, se non avessi avuta in tasca la consapevolezza  che mi ha regalato il mio mestiere, se non avessi la capacità di lasciar andare, di giocare con quello che fa male per cercare di disinnescare le bombe emotive che, inevitabilmente, si incontrano nella vita.

 

Non tutti possono proteggersi da chi li odia.

 
Le vittime di attacchi gratuiti, diventano presto stanche di quello che vivono ogni giorno. Se da una parte si cerca di capire come rendere più sicuro il web e sono molti gli studi che vengono portati avanti per definire le linee guida per le frasi da ammettere o non ammettere sui Social (Facebook in primis, come si legge in uno dei molti articoli) dall’altra le possibili circostanze sono talmente tante che, trovare una linea che protegga persone e diritto, non è facile. E le persone da proteggere sono moltissime, sempre più giovani.

 
Si arriva anche a suggerire di accettare gli attacchi nel nome di una democratica libertà di pensiero, che certamente esiste, ma, mi dico, fino a quanto va sopportata la violenza delle parole, prima che questa diventi tossica o, peggio, fatale per chi la subisce?

 
Parlo di chi scrive incitando all’odio, chi usa parole cariche di discriminazione, stereotipi, violenza che vengono definiti dalla giurisprudenza americana hate speech, parole che attaccano, che feriscono, per lo più legati alle minoranze. I discorsi dell’odio vogliono colpire gruppi o singoli che mostrino una qualche caratteristica ritenuta per loro, gli istigatori all’odio, inaccettabile. Se ne stanno riversando ovunque, con tragiche conseguenze. Gli esempi macro sono sotto gli occhi di tutti. Parlo di intolleranza razziale, di attacchi legati alla religione, al proprio paese di provenienza. Parlo delle parole terribili che spesso sono legate al genere o all’orientamento sessuale.

 

L'odio non sempre nuoce a chi è odiato; sempre a chi odia. Arturo Graf

 

Perchè si odia tanto sul web? Perchè ci sono così tanti haters-odiatori?

 
Quando non sono discorsi legati ad un gruppo, ci sono gli haters che si specializzano in una o più vittime, persone che vengono derise, messe alla berlina, minacciate o verso cui ci si lascia andare a fantasie morbose o auguri di morte che fanno venire i brividi.

 
Il web aiuta a sentirsi maggiormente disinibiti. La distanza fa in modo che non ci sia nessuna possibilità di stare abbastanza vicini alla vittima da empatizzare con lei, da vederne il lato umano e scegliere per questo di non farle del male. Non per niente in guerra, la possibilità di guardare negli occhi il nemico diminuisce la possibilità di ucciderlo. Di colpo è una persona e sostanzialmente non siamo così bravi ad uccidere le persone a sangue freddo.

 

Ma con uno schermo in mezzo tutto diventa più facile.

 
Secondo alcuni studi, per esempio Justin Hepler, University of Illinois at Urbana-Champaign e Dolores Albarracín, Ph.D., the Martin Fishbein Chair of Communication and Professor of Psychology at Penn.  scrivono sul Journal of Personality and Social Psychology che gli odiatori sono meno felici e appagati di chi non manifesta, come loro, odio. Hanno paura di quanto vivono come nuovo e quindi terrorizzante, non sembrerebbero poter reagire che con l’odio, focalizzandosi sugli aspetti negativi delle situazioni. Cioè? Sembrerebbe che un atteggiamento negativo possa derivare non tanto dalle qualità e caratteristiche dell’oggetto o della persona che viene valutata, quanto dalle caratteristiche dell’individuo che svolge la valutazione.

 

Scrivere e odiare online fa in modo che si possa lasciar andare la propria frustrazione liberamente, senza rischi di confronto.

 
Ma c’è dell’altro. Per esempio, anche il documentarista di Oslo (Norvegia) Kyrre Lien,  ha cercato di comprendere come sia possibile l’escalation di violenza nelle discussioni online.  Ha realizzato, con questo obiettivo, The Internet Warriors.  Quello che ci racconta il suo lavoro, dove intervista diversi haters è che spesso quello che fa scattare è la sensazione di impotenza. Questo sentimento terribile, finisce con il trasformarsi in rabbia quando non si riesce a essere ascoltati come vorremmo. Parlo di ascolto in famiglia, ascolto al lavoro, ascolto da parte della società in cui si vive. Quindi, sento di essere invisibile e scrivo online, dove posso con l’odio, attirare l’attenzione, farmi sentire, diventare visibile.

 
Sulla pelle di chi ferisco, certamente, ma in questo caso, l’altro o il gruppo che colpisco sono a loro volta i miei invisibili, non sento il loro dolore perchè devo rendere sopportabile il mio. L’impotenza che causa impotenza, passando il dolore da chi colpisce alla sua vittima, senza però realmente salvare nessuno. Chi odia cerca nell’insulto, nell’attacco al personaggio famoso, nella critica rovente, il suo momento.

 

Il veleno che riversano su chiunque è balsamo per le loro ferite. Perchè chi odia, prima degli altri, odia se stesso.

 
Liberarsi del male di sentirsi sotto attacco non è però facile. Specie se si è ragazzini. Le dinamiche che scattano nei gruppi, intorno ad un primo insulto, una prima battuta, una prima caricatura sono devastanti, per chi le subisce e per chi si rende colpevole del male che infligge. Sono sempre troppe le vittime degli haters e sembrano aumentare.

 
Non hanno davvero motivo di odiare chi odiano, gli haters. Eppure hanno bisogno di quell’odio, per sentirsi visibili, per sentirsi onnipotenti, senza confini, anche se la sensazione dura poco e poi bisogna tornare a ferire, parola dopo parola.

 
L’egocentrismo gioca un ruolo importante, se ti “demolisco” o ti “asfalto”, per usare la terminologia del web, dimostro che sono potente, mi faccio notare, divento palesemente manifesto, mi gratifico facendo parlare la rete di me. D’altro canto, anche essere odiati significa essere diventati visibili, famosi.

 
Oggi Andy Warhol, o chi per lui visti i dubbi sulla paternità della frase, direbbe che “in futuro tutti saranno odiati per 15 minuti” come, infelice, dimostrazione di notorietà.

 

 

E’ possibile un web senza odio?

 
La natura umana non è immune all’odio, le emozioni distruttive sono molteplici e non basteranno le leggi per fermare questa mancanza di umanità che dilaga. Certo è necessario un discorso giuridico, perchè ci si deve poter difendere anche penalmente. Ma come sempre, prima di tutto bisogna potersi proteggere come persone. Occorre crescere bambini consapevoli, adulti in grado di creare empatia e di affrontare le loro emozioni in maniera adeguata.

 

Come è possibile evitare il dolore di chi odia e di chi viene odiato?

 
Con l’educazione alle emozioni, all’altro, alla molteplicità, alla ricchezza e non all’impoverimento emotivo, con una sinergia di interventi che sia in grado di ridisegnare i confini della società, mettendo insieme la psicologia con gli altri campi fondamentali per l’essere vivente. Ascolto, espressione, conoscenza, consapevolezza sono tutte parole di cui abbiamo bisogno.

 
Sviluppare l’empatia ma anche trovare come esprimere se stessi senza nascondersi dietro l’odio, sono sfide che dobbiamo accettare e ogni giorno va vissuto sapendo il nostro potere di far star bene e far star male. Una educazione che sia in grado di sviluppare il naturale altruismo delle persone senza nascondere l’odio, ma accettandolo per smontarlo e capire ogni singola volta cosa nasconde. Perchè se riusciamo a capire come funziona l’odio e l’effetto devastante che ha su di noi e sugli altri esseri viventi, impareremo anche quanto è più vantaggioso e gratificante amare.

 

E per me come è andata a finire?

 
In maniera bizzarra. La recensione è sparita qualche giorno dopo. Io non ho fatto niente, avevo accettato che ci fosse, anche se era profondamente sgradevole e mi faceva sentire vulnerabile, anche se solo su Facebook. Non so perchè chi ha scritto contro di me lo ha fatto. In realtà vorrei capirlo ma so che non mi sarà data questa occasione. Va bene anche così.

 
p.s. Se stai leggendo, mi* hater, anche se non ti conosco, mi piacerebbe sapere come mai hai scelto me per il tuo odio. Come mai hai usato le tue parole, che sembri saper usare anche bene, per deridermi. Non hai certo scatenata la mia simpatia nei tuoi confronti con il tuo gesto, lo ammetto, ma sai che c’è? Io non ti odio.

 


Pollicino:  Chiunque un giorno di scopra odiat*

L’Orco: La mancanza di empatia che uccide l’umanità

L’arma segreta: Riprendere le fila di tutti i discorsi, fare attenzione all’educazione.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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