Privacy Policy The Boys in the Band (2020) Netflix - Pollicino era un grande
Top
The Boys in the Band (2020) Netflix - Pollicino era un grande
fade
15867
post-template-default,single,single-post,postid-15867,single-format-standard,cookies-not-set,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

The Boys in the Band (2020) Netflix

Se riuscissimo a imparare a non odiare noi stessi in modo così implacabile.

Michael (Jim Parsons)

Un film corale sull’omosessualità tra sorrisi e tanta fatica

 

The Boys in the Band, gay drama su Netlix online in questi giorni, esisteva già prima di questa versione 2020. Nata come pièce teatrale (e il teatro di respira in tutto il film, nella gestualità ma soprattutto nei tempi), ha visto la luce grazie al drammaturgo americano Mart Crowley (scomparso questo marzo). Presentata nel 1968, oggi possiamo vederla in una nuova versione girata da Joe Mantello, con lo stesso spirito e lo stesso anno di ambientazione, il Village newyorchese prima di Stonewall. Si tratta di una produzione targata Ryan Murphy – infatti molti attori sono tra i suoi preferiti – famoso per aver data una forte visibilità alle tematiche legate all’omosessualità e al mondo LGBTQI negli ultimi anni (Hollywood, Pose, Glee, Ratched etc).

 

La storia è quella di una festa per Harold che finirà tra lacrime e tensioni.

 

A New York, un gruppo di amici omosessuali, capitanato dal padrone di casa Michael (Jim Parsons), si incontra per il compleanno di Harold (Zachary Quinto) , tra battute e piccole tensioni. L’entrata in scena di un vecchio amico di Michael, Alan (Brian Hutchinson), che non dovrebbe sapere della sua omosessualità, fa saltare i già tesi equilibri, scatenando tensioni, giochi al confine con il sadismo emotivo e sottolineando come sia difficile essere in equilibrio con se stessi.

La storia è semplice, lineare – a parte non necessari flashback – e viene giocata quasi tutta nel palcoscenico della casa. Un cast ricco, composto da attori gay dichiarati, a parte i citati contempla nomi tra cui Matt Bomer, Michael Benjamin Washington, Robin de Jesus.

 

I dialoghi servono a ricordarci quanto sia complicato volersi bene, con una altalena tra qualche sorriso e molta amarezza, che ci aiuta ad entrare in connessione con gli attori, nelle loro ampie diversità ma legati dal loro essere parte di una minoranza.

 

Ogni uomo racconta alcuni aspetti dell’omosessualità e di come è possibile viverla, in un contesto per altro privilegiato. Ma ci sono aspetti trasversali inscenati per lo più dai modi di Michael, che rende esplicita la fatica di accogliersi pienamente, pur nella consapevolezza del proprio orientamento.

 

Ogni personaggio racconta qualcosa di importante su come è faticoso essere sé accettare e accettarsi

 

Vergogna e omofobia interiorizzata sono i protagonisti assoluti della scena. Dietro a vini pregiati e parole forbite, la fatica è sempre quella di avere a che fare con lo stress di essere minoranza, con la rabbia di non accettare quello che non si può cambiare.

 

Il peggior nemico di noi stessi, è sempre noi stessi. Non l’omosessualità.

 

Mi dà fastidio quando si parla di accettazione dell’omosessualità. Io, semmai, sogno la condivisione. Una famiglia che accetti le mie scelte non mi basta, voglio che le viva insieme a me. E lo stesso vale per i miei amici.

Tiziano Ferro

 

L’ omofobia interiorizzata è quella fatica di accettare la propria omosessualità, anche se dichiarata e mostrata. E’ un livore che macera dentro, che si nutre di stigma sociale e pregiudizi, che fa sentire inferiori e fa crescere un odio verso se stessi, perché non si è come la maggioranza delle persone, qualcuno direbbe “normale”.

 

Alla base di moltissimi disturbi emotivi, l’omofobia interiorizzata fa scappare dalla propria natura, non permettendo di fare coming out neppure con se stessi (come Alan) o vivendo con ambivalenza e sofferenza la propria omosessualità anche dichiarata.

 

The Boys in the Band ne è impregnata e le azioni che si consumano nella serata di “festa” ne sono il risultato, una rabbia che esplode nella disperazione di Michael che non riesce a non odiarsi, vivendo il suo orientamento sessuale in antitesi con i suoi stessi valori, il suo credo religioso, il suo sentire.

 

Ma ci sono altri aspetti come la fatica di accogliere l’altro all’interno di una viva ma combattuta storia d’amore, come quella di Larry e Hank che scommettono a fatica sulla loro storia d’amore.

 

Se alcuni protagonisti sembrano trovare nella loro vita più risorse per rivendicare il loro diritto a stare bene – amicizia, lettura, l’amore anche se faticoso – Michael resta combattuto, nascondendosi e rinnegandosi pur nella sua vita dichiaratamente gay.

 

Un film interessante per chi ha piacere di toccare le emozioni che moltissime persone provano ogni giorno, nel 1968 come oggi.

 


Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

Commenti

Sorry, the comment form is closed at this time.