Privacy Policy La normalità fa schifo - Ode all'Amore e all'Anarchia dell'anima vs il Revenge Porn - Pollicino era un grande
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La normalità fa schifo - Ode all'Amore e all'Anarchia dell'anima vs il Revenge Porn - Pollicino era un grande
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La normalità fa schifo – Ode all’Amore e all’Anarchia dell’anima vs il Revenge Porn

Sarà il lockdown, sarà che la meditazione funziona fino a un certo punto, sarà che ogni settimana nel mio studio sento storie di donne che si vergognano. Certo anche gli uomini, ma la vergogna è femmina, è stata inventata proprio per le donne. Sin da qual primo rimprovero nel giardino dell’Eden, quando Eva nuda si è vergognata, mentre Adamo (ancora senza competitors) sfoggiava il suo organo sessuale con un certo compiacimento. D’altronde la mela, aveva insistito lei. E ancora nel 2020, le Eva sono chiamate a vergognarsi.

 

Le Eva di oggi sono ancora chiamate a vergognarsi per la loro curiosità

 

Questi giorni si è parlato di un fatto avvenuto qualche tempo fa a Torino. Una maestra è stata licenziata perché il suo ex ha inviato un video intimo senza il suo consenso e a forza di condivisioni è stato il motivo del suo licenziamento. No, i video non erano stati girati mentre lavorava ma mentre viveva la sua naturale sessualità con quello che pensava potesse essere una persona fidata. Ora. Ci sono talmente tanti aspetti in una storia come questa che mi fa male solo capire da dove cominciare. L’idea che non sia da persone per bene girare video con la persona con cui stiamo, che rendano la donna (giovanissima donna direi nel caso in questione) una “poco di buono” è raccapricciante. Tanto che mi chiedo se davvero l’educazione sessuale per cui tanto si combatte, che tanto vorremmo inserire nelle scuole, non debba essere sancita dalla costituzione come un dovere oltre che un diritto, perché a non averne avuta una, si rischia di fare un gran male ad un sacco di persone – uomini, donne e tutti i mondi intorno.

Siamo di fronte ad un chiaro esempio di revenge porn – cioè quel crimine che in Italia esiste dal 2019 e che consiste nel condividere materiale personale e intimo – foto o video – che ritrae la vittima senza che abbia dato il suo consenso alla condivisione stessa. Cioè, il video lo voleva fare perché in quel momento si fidava della persona che era con lei, stavano godendo di un bel momento insieme e non sembrava ci fossero controindicazioni. Ma era solo per loro. Privato. Ogni mano che l’ha ri-condiviso – a partire dall’ex – è una mano che si macchia di un reato, di una violazione dell’intimità. Niente affatto una “goliardata” come è stata definita, perché non c’è nulla di divertente nel perdere il lavoro e nell’essere trattate come persone che devono provare vergogna. Giustificare un reato con tale leggerezza, è di una tale brutalità che dovremmo sentirci tutti colpevoli, perché se gesti come questo sono ancora possibili è colpa di tutti noi. Di tutte le volte che non abbiamo risposto, lasciato andare, persa un’occasione di riprendere una frase, un atteggiamento, una parola offensiva, limitante, giudicante. Ogni passo non fatto verso un vivere insieme inclusivo ed etico, ci porta ad un vivere separati dai tabù e inquinato dall’ignoranza e dalla violenza.

 

Il sexting è naturale tra molti gruppi di giovani. e non solo. E’ un modo di comunicare in un epoca che vede il corpo/oggetto protagonista, ben prima dell’anima.

 

Le ragazze e i ragazzi fanno moltissimo sexting, sappiatelo. Mandano video e foto intime continuamente e molto spesso senza pensarci. Se avete visto Euphoria lo sapete bene. E’ un modo di comunicarsi. Purtroppo con molta leggerezza e spesso senza pensare alle conseguenze (ma non è per pensare alle conseguenze che esiste l’adolescenza). Dovremmo pensare che meritano vergogna o di non sentirsi persona amabili?

 

La sessualità delle nuove generazioni, cresciute da genitori con il telefono perennemente in mano, ma che ne conoscono molto meno di loro le possibilità, vivono tutto – o buona parte – attraverso la tecnologia e internet. Il cellulare è il diario segreto degli anni ’80 solo che non è segreto per niente. La sfida è far comprendere i limiti ed educare al rispetto chi li usa. Non giudicarli perché non riusciamo a capire.

 

Il giudizio è l’arma di chi non capisce, è la violenza senza l’uso delle mani. Il risultato è la stessa – se non peggiore – ferita.

 

Fare sexting, mandare alle persone con cui siamo in intimità foto, messaggi, video a carattere sessuale non è un crimine. Il reato è violare l’intimità delle persone, giudicare. Condividere senza permesso. Continuare a pensare che se sei donna, perché il fatto che sei donna fa ancora moltissimo la differenza, non puoi avere una sessualità sana, aperta, allegra. Se sei donna non puoi godere o devi accettare che il tuo piacere verrà usato contro di te. Siamo anni luce lontani dalla possibilità di pensarci evoluti.

 

Eppure questa è ancora la nostra normalità. La nostra comunità ben lontana da condividere un pensiero accogliente, capace di fare posto ad ogni essere vivente, ben lungi da un codice fatto di diritti ed equità, ha le fondamenta ancora saldate con i tabù e l’ignoranza. Questa che chiamiamo civiltà è a un passo dalle streghe bruciate sul rogo, dai manicomi per le donne troppo vivaci, ad un tiro di schioppo da Licurgo e Solone che – già ai tempi di Sparta, ammettevano l’infanticidio, chiaramente specie per le femmine. La nostra cultura, intrisa di violenza, rende la scoperta e la validazione di sé una complessa battaglia. Facilmente scopriremo che alcuni aspetti non sono amabili per la maggioranza. Che sia la forma del corpo, la voglia di esplorare la sessualità, l’orientamento sessuale o mille altre piccole sfumature. Finire con il vergognarsi di qualcosa che siamo è ben più facile di quanto non si creda.

La voglia di omologarsi, reprimendo quello che siamo è una strada assai percorsa.

Ogni creatura vorrebbe essere accolta e amata così com’è. Se, mentre cerco di rispondere a questo bisogno di connessione con le persone intorno a me, mi accorgo che dei miei aspetti mi allontanano dal mio bisogno, farò di tutto per cambiarli. Solo che quegli aspetti sono parte di quello che sono. Allora, ci si trova divisi tra essere noi stessi e essere non-normali, quindi giudicabili, quindi mai abbastanza.

 

Ho vissuto a sufficienza per sapere che la “normalità” è un mondo talmente piccolo, che in pochi ci entrerebbero di diritto se non barassero almeno un po’.

 

Che il baro sia con la società o con se stess* è affar loro. Ma di certo, se non facciamo attenzione, le maglie dentro cui si deve passare per essere ritenute persone accettabili, si stringono sempre troppo e di più.

 

Dal mio posto speciale nel mondo sono fortunata. Vedo tante di quelle storie che non posso che sorridere all’idea della normalità come viene raccontata. Si dice che in un mondo malato, sono le persone sane ad andare dalla psicologa. Sovente è vero. C’è tanta di quella bellezza negli studi di chi fa il mio lavoro che l’idea di normalità dovrebbe tentennare al solo immaginarlo. Le persone che incontro, quelle che abbracciano coraggiosamente il loro star male e cercano di trasformarlo in qualcos’altro, sono, probabilmente, tra le migliori in giro. Quelle che vogliono essere quello che sono, quelle che sentono quanto stride il pensiero della maggioranza contro la loro pelle.

 

In fondo la normalità fa schifo.

 

Se normale è giudicare le persone dal loro essere nate femmine e, per ciò, sottomesse e pudiche. Se normale è usare la vergogna come un’arma contro tutte le persone che vogliono esplorare le bellezze del rapporto con se e con gli altri. Un rapporto fatto di connessioni anche intime e sessuali, di piacere e autoerotismo. Se normale è forzarsi in vestiti scelti da altri per immaginare di andar bene. Se normale è odiarsi perché non ci si sente persone normali.

 

C’è tutto un mondo di amore e sicurezza di cui prendersi cura, un universo che fonda le sue radici e il suo sentire profondo su connessioni gentili e che ha poco a che vedere con i numeri delle statistiche. Un mondo talmente non normale che la sua bellezza illumina la notte.

 

Amore e Anarchia (serie TV – Netflix)

Tornando a casa in treno, ieri sera, ho visto alcune puntate di una piccola serie Tv, a dire il vero senza troppe pretese, Amore e Anarchia (Kärlek & Anarki, Netflix 2020). E’ una storia svedese creata da Lisa Langseth, che l’ha anche diretta assieme a Alex Haridi. Parla di una donna con marito e figli e un buon lavoro. Prova ad essere normale, a fare la moglie normale, ad avere normali piani per il futuro lasciando in silenzio alcune sue parti, ma alla fine non ce la fa. Ama la persona sbagliata di cui la stessa madre, normalissima, si vergogna. Ama il padre, affetto da una malattia mentale, prigioniero della tirannica fede nei suoi ideali. Ama il suo lavoro in una casa editrice vecchio stampo, un mondo ormai vicino allo svanire, fagocitato dalla famelica prepotenza dei colossi dello streaming che si mangiano tutto per produrre, anche la poesia di una certa cultura. Nella sua battaglia interiore per capire chi vuole essere, la protagonista, Sofie, riesce infine a non cedere alla tentazione di diventare normale, come vorrebbero gli altri e non come si sente. Una donna eccentrica, forse, ma che vuole amare e giocare e sentirsi libera e non schiacciata da mentalità che – pur nella loro apparente apertura – non lasciano la possibilità di muoversi come se ne ha bisogno. Passando dall’autoerotismo consolatorio ad azioni rivoluzionarie, Sofie scopre il suo animo anarchico, di cui aveva scritto da ragazza (Amore e Anarchia era il titolo del suo libro incompiuto) vissuto come una progressiva rivendicazione della sua umanità, con il coraggio di cambiare le cose, anche senza capire bene verso cosa si vuole andare, ma andare. Vedendo questa serie, ho pensato che abbiamo il diritto di fare le boccacce a quello che proprio non fa per noi. In modo gentile, magari, ma allontanarci da una cultura sbagliata e repressiva per edificarne una migliore e aperta alle esigenze di un mondo più equo.

 

Aver il senso dell’unità profonda delle cose, è aver il senso dell’anarchia

A. Artoud

 

Sono sicura che possiamo diventare meglio di così. Che possiamo creare una normalità dal volto umano, che sia eticamente in grado di riconoscere e validare il diritto di ogni persona all’autorealizzazione, liberando le donne e gli uomini della violenza della vergogna e della colpa per non poter essere normali. Abbiamo bisogno di vicinanza emotiva e amore, di specchi che vedano la nostra bellezza interiore e non esacerbino la bruttezza dei nostri stereotipi.

 

La psicologia ha un compito importante nel costruire questa nuova cultura.

 

Io faccio la mia piccola parte. Ogni giorno.

Sono una professionista e ho una vita sessuale.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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