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Il mito - crudele - della Spontaneità - Pollicino era un grande
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Il mito – crudele – della Spontaneità

Il pregiudizio della spontaneità ci ha reso ciechi di fronte al simbolico. Esigere che ogni gesto sia «autentico» equivale a negare il valore autonomo dell’impersonale, come se ci chiedessero di inventare ogni parola che pronunciamo.
Nicolás Gómez Dávila

La spontaneità è una posa difficilissima da mantenere.
Oscar Wilde

Sii spontaneo: fingi.
Paolo Dune

 

Deve venire spontaneo.
Se non lo fa è perché non lo sente.

Se mi amasse saprebbe…

Solo il gesto spontaneo è buono.
Non devo chiedere io, è spontaneo capire come comportarsi.

 

Quanti amori e quante relazioni sono cadute per mano del mito della spontaneità.

 

Quante persone si sono ritrovate a pensarsi sbagliate perché non si riusciva in quel gesto, nel pronunciare quelle parole, nel sorridere davanti ad una scelta che DOVEVA essere spontanea e invece non la si sentiva affatto così. 

 

Sono quindi tutte crudeli le persone che non “sentono” la spontaneità? Sono tutte senza sentimenti? Davvero non amano se non viene “naturale” rispondere in un certo modo, o in quel certo modo, alle richieste di chi hanno di fronte? E ancora, davvero non la si sente o non ci si permette di ascoltarne suggerimenti e indicazioni?  La psicologia ha molto da dire su questo. Le sale di attesa degli studi di psicologia, le psicoterapie sono piene di persone che lottano per poter rivendicare il loro diritto ad agire con naturalezza dove sentono di non poterlo fare. 

 

Sulla spontaneità di sono costruiti imperi si sabbia, capaci di trasformarsi in un pugno di niente al primo gesto deluso o aspettativa tradita.

 

Il mito è che se ci si vuol bene diventa tutto semplice, sguardi, gesto, corteggiamento, il sesso. Tutto deve filar liscio, senza una piega da stirare via. E qualche volta è proprio così! Ma le relazioni sono quanto  di meno “naturale” si possa immaginare. Si nutrono di quello che è stata la nostra storia, ci indicano cosa possiamo vivere o meno, in base a quello che ci mette meno in pericolo, non sempre – e quindi talvolta però sì – evitando di coinvolgerci per mancanza di interesse, attrazione, desiderio, amore. 

 

Le relazioni vissute fino ad un minuto prima non sempre ci hanno ben addomesticato al piacere di stare insieme. Più facilmente, il timore del dolore, dell’abbandono, della ferita conduce il passo a mantenere una certa distanza nella relazione, ci impedendo quel coinvolgimento emotivo pieno che qualcuno chiamerebbe spontaneo. E invece, si è più che spontanei, ma al proprio bisogno di proteggersi. Non senza soffrire di non esserci come si sognerebbe e come, con buona probabilità, vorrebbe la persona amata. 

 

La spontaneità, come la sorpresa, se genuina, non dura che qualche secondo.

 

E’ effimera e nasce da una miriade talmente imponente di variabili che definirla naturale è quasi un paradosso. Il mirabolante “Sii spontaneo!” è da sempre il più paradossale degli inviti. 

 

 

L’amore, la coppia siano germogli che iniziano a fiorire in maniera spontanea e senza alcun controllo da parte nostra. Così ci raccontiamo. Ma incontriamo la stessa persona in momenti diversi della vita e una volta l’amiamo, l’altra la fuggiamo.  O l’amiamo male. Che sarebbe il “come possiamo permetterci” in quel momento. Rendersi conto di questo, spesso porta a chiedere aiuto a chi delle relazioni ha fatto il suo mestiere. Insieme con la/il professionista psicoterapeuta si cerca di capire perché non si riesce a coinvolgersi in un certo modo nella relazione. E si cerca di riscrivere quel pezzo di storia. O anche perché si finisce sempre con partner che alla fine non riescono e scappano davanti alla relazione più matura. 

 

Perché rinunciare alla possibilità di sentirsi amat* e amare come chi abbiamo di fronte vorrebbe, è un soffocare il piacere di vivere stesso. Un dolore profondo e debilitante che ferisce la coppia e non la singola parte di questa. 

 

Talvolta, è importante anche sapere cosa ci spaventa nelle richieste di “spontaneità” che ci arrivano e imparare a fingere quelle risposte che comunque abbiamo dentro ma fatichiamo a far uscire senza trovarci incastrati in una rete di meccanismi e ostacoli che, a modo loro, stanno solo cercando di difenderci da quanto temiamo sia pericoloso. 

Quello che impedisce, ostacola la manifestazione di una cosiddetta spontaneità è la paura.  Se abbiamo vissuti dei traumi, delle relazioni ci hanno ferit*, ecco che nasce, senza passare dalla consapevolezza, il bisogno di difenderci da qualcosa che, seppure non apparentemente, è per noi indice di dolore, sofferenza. L’ignoto di una relazione appagante non sempre è qualcosa in cui ci si sente in grado di abbandonarci. La fiducia, la possibilità di scoprirsi sono tutti elementi che vanno nutriti per reggere la rivoluzione di una relazione buona e protettiva dopo tanto star male.

 

L’amore resta un bene che si sceglie di permettersi. 

 

Talvolta poi, se non si è mai vissuta una relazione sana, e non solo in campo affettivo o sessuale, mancano proprio le basi per cui esercitare quella aspettativa di spontaneità e naturalezza che poi viene lamentata. Se ad ogni carezza è sempre seguito uno schiaffo, la più piccola attenzione apparentemente positiva, mi porterà ad allontanarmi per evitare l’esperienza dolorosa successiva.

 

Imparare a rispondere alla carezza con una carezza diventa allora un obiettivo di un percorso interiore in cui sarebbe bene coinvolgere la coppia. Perché la sua storia parte anche da quello schiaffo che non ci sarà.

 

Per questo è bene che entrambe le persone si chiedano se hanno le energie per affrontare quello che spesso è un vero e proprio allenamento all’ascolto e alla vicinanza. 

 

Quello che riteniamo sia spontaneità è più facilmente il lavoro di una vita.

 

Il dono di una serenità che ci pone sicur* davanti alle relazioni. Il superamento di alcuni momenti difficili nel modo giusto, la capacità di esserci pres* cura al meglio delle ferite che la vita, in misure diverse, finisce sempre con il infliggerci. 

 

La spontaneità è frutto di lunghe meditazioni.
Pablo Neruda

 

Siamo tutte anime ferite. In modi diversi e potenti. Alcune di noi riescono a trovare come medicarsi, come superare certi limiti, altre fanno più fatica, altre ancora vivono sempre con la paura che il dolore possa riaffacciarsi.

 

In ogni caso, la spontaneità è un regalo che ci facciamo quando smettiamo di pensare che sia una naturale risposta ad un segnale, ad una richiesta, ad una sollecitazione e impariamo a viverla come la nostra risposta priva di paura alla relazione. Possiamo esercitarla con qualcuno che vogliamo con noi, nel mondo del lavoro, rispetto al nostro bisogno di dedicarsi ad un sogno, un desiderio, una possibilità.

 

La spontaneità si insegna e si impara a sentirla.

E’ la voce più onesta e consapevole dentro di noi, ci indica la via che vogliamo segua la nostra vita.  Regalarsela è uno dei migliori investimenti che sia possibile fare. 

 


Pollicino:  Credere nella favola della Spontaneità come unica via.

L’Orco: Pensare che sia solo una mancanza di legame.

L’arma segreta: Affrontare il significato dell’apparente mancanza di spontaneità per capire se è il caso di cambiare insieme o mollare la presa.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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