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L'Abbecedario del Terapeuta : F come Follia – Pollicino era un grande
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L'Abbecedario del Terapeuta : F come Follia

In questo mondo devi essere matto. Se no impazzisci.
Leopold Fechtner

Lo psicologo è il medico dei pazzi o bisogna essere pazzi per fare lo psicologo di questi tempi? E poi, cos’è questa follia che tanto si teme? Ne esiste una sola o sono molte e diverse tra loro sanno dare e prendere a seconda della misura? Mentre la comunità dei colleghi letteralmente da di matto tra incertezze, mondo del lavoro saturo e poche possibilità, fermiamoci, pensiamo. Cosa stiamo facendo? Diventare psicologi è difficile, ci vuole tempo e il tempo costa, non solo economicamente. Una volta che lo siamo, che il nostro titolo è ben in mostra sul muro nella sua cornice dorata? Siamo davvero psicologi? Basta. Chiaramente la retorica vince e risponde di no.  Essere psicologi si costruisce, mangiando storie, tenendo gli occhi aperti, con l’esperienza, il confronto, la preparazione e un pizzico di follia. Proprio quella che banalmente si crede sian stati formati a curare.

Cosa c’entra la follia? Come possiamo chiederci cosa c’entri se è la prima sensazione che sala al palato, un salato senso di follia che viene in mente se si guarda questo mondo da vicino. Lo psicologo per primo deve saperlo, qui siamo tutti matti. Andiamo per ordine. Potrebbe servire. Iniziamo dalle definizioni. Ma come potremmo definire l’indefinibile? Per il vocabolario Treccani la follia è uno “stato di alienazione, di grave malattia mentale”. Potremmo figurarcela come una perdita di senso che porti al disequilibrio nell’essere umano e che, come conseguenza, lo porti a scollarsi da terra a cercare significati altri o alla rinuncia di qualunque significato, ma quanto non ha senso non importa e lo si abbandona,  perdendosi in assenza di altri significati. Il peso della cultura in questi casi è fortissimo. Le convenzioni sociali, che caratterizzano un gruppo sembrano sapere ben chiaramente il valore e i limiti insuperabili tra sano e insano.

Nelle storie di molti di noi, lo spettro di quanto è ritenuto folle combacia con qualcosa non valutato sano dalla famiglia, dal passato del gruppo di riferimento, dalla norma. Folle è allora chi devia. Ecco che le “piccole” infrazioni, contro quanto si è deciso sano in quella famiglia, diventano la logica che chiama folle chi agisce in maniera diversa. Dal non voler studiare al non volersi rifare il seno o sposare uno straniero, quanto sembrerebbe “normale”, pensabile, al di fuori di quel sistema, diventa impensabile, folle dentro quel ben definito gruppo. E’ allora possibile che l’individuo manifesti un malessere e che, ancor di più, questo gli venga rimandato come tale dalla comunità, è questa la follia? C’è in questo tipo di follia, un tradimento dello status quo che profuma di possibile, di capacità di trasformazione. Nella misura in cui li dolore sia poi riconducibile ad nuovo modo di vivere, la follia torna a casa vestita di scelta e differenza, mettendo da parte la sofferenza della crisi, perché la follia non ha una sola via, verso l’oscuro e la perdita di sé stessi. In molti casi, un momento di rottura, per quanto doloroso, è necessario ad aprire nuove strade. E’ quello che Laing chiamava breakthough diversamente dal breakdown. Ci sono possibilità di crescita in certe necessarie rotture con la norma, certe deviazioni sono il principio della scoperta di sé. La verità è che spesso, la pazzia è abusata come l’amore. Si usa con leggerezza e spesso perde di significato o se ne riempie troppo, a seconda.

La Storia della follia nasce con l’uomo, è nell’uomo, se oggi il suo “fascino” è arreso alla necessità di civiltà, nell’antichità era possibile vedere in questo stato una possibilità di crescita. Nel testo “Ai confini dell’Anima” di Giulio Guidorizzi, l‘autore ci porta a ragionare sulla follia. Partendo da Platone, che la riteneva superiore persino alla sapienza, in quanto dono degli dei. Una follia che era ravvisabile nel poeta come nell’innamorato, un fremito vitale non necessariamente da fuggire ma in cui solo far attenzione a non perdersi. La storia della ragione, ha poi allontanato il bene della follia dall’uomo. L’Illuminismo, con il suo bisogno di scienza e ordine, ha influito sulla pazzia rendendola laica e malata insieme. La scienza e la ragione hanno trasformato la follia, creando il concetto di cura, di malattia mentale e di norma, quindi la follia diventa definibile come mancanza di adattamento, devianza rispetto a una normalità considerata l’unica possibile o ragionevole. E’ ancora il ruolo della  cultura ad avere molto peso sull’interpretazione che si offre ai comportamenti idonei alla società o ritenuti folli, quindi a questa contrari.

Matte Blanco, psichiatra, riteneva che la mente normale o sana, fosse in costante armonia perché lo erano le strutture bi-logiche vitali che la compongono, danzando tra eterogeneo e omogeneo, dipendente e indipendente. Quando la danza si interrompe, violentemente, una parte prende il predominio sull’altra per eccesso di ordine ( prevedibilità, il come, la convenzione necessaria) o più smaccatamente di disordine, del diverso da, dell’indipendente dall’ambiente e dalla cultura. La follia è allora una rottura emotiva non priva di messaggi e significati, sebbene possano apparire talvolta oscuri allo sguardo non abituato. Il buon senso ( humus dell’accettazione del volersi adatti), nemico dell’emozione dirompente, viene abbandonato e la follia entra in scena. Il valore in questo caso innovatore della follia è lo stesso di cui parlava Erasmo da Rottendam quando descriveva la follia come ironia contraria alla realtà nel momento in cui questa appare ed è vissuta come sbagliata, colpevole di un uso nefasto della ragione, che aveva corrotto il bello dell’uomo. Nel suo Elogio alla Follia (1509) la follia diventa possibilità di un nuovo discorso, più saggio proprio perché folle e quindi diverso da quanto criticato e ritenuto, invece, assennato.

C’è bisogno quindi di un pizzico di follia per dirsi sani? Sembrerebbe. Specie se non si vuole impazzire. Viene in mente come, la reclusione nel profondo di sé stessi degli aspetti di rottura con la quotidianità/logica della vita possa alle lunghe trasformarsi in una tragedia, laddove non vi sia danza e integrazione dei due aspetti logico/illogico. Nel film “Perché il Signor R. è diventato matto?” (1970) del regista  tedesco Rainer Werner Fassbinder, la  follia esce allo scoperto violentemente come se, dimenticata o meglio nascosta, non avesse altra maniera che l’irrazionale più feroce per manifestarsi. Nella storia, un uomo apparentemente normale uccide “di colpo” moglie, figlio e una vicina per poi impiccarsi nel suo ufficio nell’incredulità di tutti. Ma davvero è un comportamento che giunge di colpo, anche questo un abusato raptus? Noia e alienazione sono i linguaggi che arrivano dalla visione del film, una follia che sembra arrivare ad aprire gli occhi su un quotidiano violento nel suo essere ipocrita e superficiale. Lo psichiatra Andreoli racconta nel suo “Istruzioni per essere normali” (1999) come il concetto di normalità non sia limitabile all’adattamento nella conformità e passività allo stato della cose ma una possibilità attiva, in cui la persona si mette al centro della sua vita, dove la relazione guida un dialogo vivo, attraverso l’adattamento o alle varie forme di disadattamento tipico della follia.

Cos’è oggi la follia e come dobbiamo rapportarci a lei noi psicologi? Riusciamo nella follia a salvare l’originalità o anneghiamo bel bisogno di omogeneità e regola? Certo non parliamo della appariscente follia, quella incongrua anche a sé stessa ma quella piccola dose di follia che porta l’uomo all’interno della legge dell’uomo, che trasforma la convenzione in scelta possibile, personale. Quando scegliamo questo mestiere scegliamo un rapporto dialettico con alcuni aspetti folli della  vita, non la fuga da essa. In questa possibilità ci aiutiamo a mantenerci “sani” e a costruire un rapporto proficuo e profondo con la nostra storia, il nostro mestiere, la realtà.

D’altronde quando la follia è per le strade davvero è savio colui che si proclama immune? O, forse, è una forma di delirio di onnipotenza, credere di poter gestire l’altrui universo emotivo senza guardarlo dritto negli occhi.  Come fosse una medusa pronta a renderci pietra. La parola follia andrà ascoltata e non resa indicibile, nella storia degli altri come nella nostra. La possibilità che si nasconde in questa parola, potrà allora indicarci la nostra personale via per il benessere, comprendendo la logica ma senza avvilirsi al suo rigore. Viviamo e costruiamo la nostra storia in un mondo folle, scegliere questa professione è folle sin dai numeri ( troppi iscritti/ poco lavoro), insistere una coazione a ripetere, la motivazione non è un gadget che regalano con qualche settimanale. A volte viene voglia di dire basta. Va bene. E allora? Le risposte sono tutte in quale follia sceglieremo di seguire. Purché sia una scelta e non una lamentosa accettazione di resa.

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Marzia Cikada
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