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Il Materialismo ci rende tristi. Psicologica dell’avere in un mondo sempre meno alla ricerca della felicità. – Pollicino era un grande
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Il Materialismo ci rende tristi. Psicologica dell’avere in un mondo sempre meno alla ricerca della felicità.

 Dice un vecchio adagio ” I soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria!”. Possiamo ragionarci su, sorriderci eppure è vero. Avere non è la strada per la felicità ma di certo, la povertà non rende semplici le cose, non supporta, non aiuta a trovare soluzioni. Sarà, il nostro, uno sguardo viziato dalla cultura dell’Occidente? Secolo dopo secolo, siamo stati capaci di costruire una ben radicata idea del possesso come prova di valore personale, di benessere e di una vita piena. Le pubblicità, la politica, le immagini che ci circondano, ci illuminano la via, ripetendoci soavemente nelle orecchie ” Più avrai, più starai bene!” Ma non è proprio così.

 

La depressione, la tristezza, la sofferenza psichica raramente trovano pace nella coniugazione del verbo avere.

 

Anzi. La corsa all’oggetto allontana molto spesso dall’avere spazio di riflessione per sé e per gli altri, diventando sempre meno legati al senso di comunità, al sostegno reciproco e all’empatia.

Ne parlavamo qualche mese fa, di come invece, il senso della propria umanità, quella genuina, capace di cullare e dar sollievo, si trova con più facilità nel DARE, come uno spot ci ricordava, scatenando emozioni e tenerezza in tutto il globo. Ma, seppure ci si commuove a rifletterci, la vita è un’altra cosa rispetto ad uno spot (che pure vuole venderci qualcosa). Il senso dell’avere diventa spazio tra le persone, distanza spesso glaciale che ci nutre di stereotipi e pregiudizi al punto da fare la facile equazione per cui è meritevole chi ha (o mostra di avere) e non meritevole chi non ha (o non mostra di avere). Per questo non c’è da stupirci dellesperimento messo in scena a Parigi (2014) che aveva dimostrato come, lo stesso ragazzo, che aveva finto un malore, era stato aiutato quando era vestito in giacca e cravatta ma non aveva ottenuto soccorso in abiti trasandati. L’obiettivo era far vedere che l’abito fa il monaco nella nostra percezione dell’altro, per questo, davanti ad un uomo colpito da un malore, si aiuta più facilmente chi appare vestito bene piuttosto che ci appare un clochard.

 

Cosa succede? A cosa dobbiamo la mancanza di empatia  che appare sempre più accentuata intorno a noi?

 

Ebbene, sembrerebbe che il materialismo che pervade le nostre società, finisca con il cambiare la nostra scala di valori, con il modulare il nostro modo di guardare il mondo e con il segnalarci cosa e come farlo, ma anche chi “conviene” vedere e chi no. Sul tema, molte riflessioni trovano spazio in un articolo del Guardian del 07/05/2014 già dal titolo va diritto al punto: “How materialism makes us sad” e ci racconta che più spendiamo e meno felici siamo.

Inizia tutto con uno psicoterapeuta, Graham Music  che scrive un libro “The Good Life: Wellbeing and the New Science of Altruism, Selfishness and Immorality. ( t.d.a. “Good Life: Benessere e la Nuova Scienza dell’Altruismo, dell’Egoismo e dell’Immoralità”) Un testo vendutissimo. Music, ci spiega che sembrerebbe che siamo nati altruisti, questa è la naturale tendenza dell’uomo. Poi, lo stress porta la persona a comportamenti antisociali, sottolineando il ruolo della famiglia, della violenza, del contesto nel trasformare in ansia e sofferenza, nonché egoismo e incapacità a cooperare, tutt’altre emozioni e tendenze dell’uomo.

In sintesi? In suprema sintesi, il testo arriva alla conclusione che anni di ricerche confermano che i materialisti sono solitamente infelici e che l’economia, il mercato, si nutrono di infelicità ma poi,  per andare avanti, ha bisogno dell’aiuto dei poveri felici. Un esempio? Una ricerca dell’Università di Berkeley che spiega perchè sono sempre i meno ricchi a dare di più. Chi riveste un più alto rango sociale, è meno pro-sociale, meno empatico con l’altro e ha meno desiderio di aiutare gli altri. Un altro psicologo, professore della Knox College, Tim Kasser, sottolinea con le sue ricerche che, chi ama gli oggetti materiali, ama meno le persone e il pianeta tutto. Questo renderebbe più chiaro.

Il crescente materialismo si lega ad una minore attenzione all’ambiente e alla sua salvaguardia.

Non solo, il bisogno/amore per l’oggetto, spinge ad una brutale paura dello straniero, come del diverso, sviluppando una paranoia non da poco rispetto all’altro. E questo ci aggiunge informazione anche sull’esperimento parigino, il trasandato è l’altro, il ben vestito è quello che vogliamo essere, siamo noi. Noi ci aiuteremmo se fossimo in difficoltà.

In questa cornice, avere meno fiducia, meno legame con l’altro è solo una parte del tutto.

 

Tutto diventa competizione.

 

Dalla scuola, a casa, sul lavoro, nei team che si costruiscono apparentemente con un obiettivo comune, ovunque l’aria è pervasa da competizione. Educhiamo a essere primi sugli altri, non il meglio che possiamo essere. Non la sana spinta a migliorare se stessi, ma il bisogno di primeggiare per esistere, di dimostrare non che io valgo ma che tu non vali. Siamo tutti consumatori che devono allontanarsi dall’altro per potersi aggiudicare una manciatina di averi in più, con il bene placido della politica e del marketing che trasforma tutto in “nemico” da superare, per salire su un podio con la scritta “vincente” . Infine, ci si ritrova drogati di cose, oggetti, possessi che promettono una felicità che non arriva, perchè, come si diceva sin dall’inizio, più si abbraccia il modello materialista, meno si è spinti al benessere mentre aumenta l’infelicità e i disturbi mentali come il narcisismo, l’insoddisfazione perenne e quanto questa accompagna.

 

Un quadro eccessivamente negativo? Diciamo spiacevolmente reale e alla portata di tutti, anche senza far troppe ricerche, benchè queste siano molto utili ad indicare una via che porti lontano dal materialismo.

Chiaramente, per prima cosa, dobbiamo chiederci se vogliamo “uscirne” per coltivare un benessere completo dove trovi posto a sedere anche il nostro vicino, le piccole cose, la perdita di tempo e il sorridere di risposta o, sfacciatamente, di propria iniziativa. Anche se molte sono le strade diverse che si stanno aprendo, dando valore all’altruismo e all’empatica, alla conoscenza e rispetto del mondo per migliorare se stessi, in una felicità che sia consapevole, a partire dai primi anni di vita all’adulto. In fondo questa di mostra come un sfida terribilmente necessaria se non vogliamo rischiare di essere talmente poveri da ritrovarci soltanto in compagnia dei nostri averi.

 


Pollicino: L’individuo di oggi, specie in occidente, che mangia avere e tristezza a colazione
L’Orco : Il materialismo che promette illusoria felicità
L’arma segreta :  Imparare ad avere meno scambiandolo con un poco di felicità
Marzia Cikada

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