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Quando è sempre troppo tardi. Psicologia del Ritardatario – Pollicino era un grande
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Quando è sempre troppo tardi. Psicologia del Ritardatario

Il ritardo è la forma più pericolosa di rifiuto.
Cyril Northcote Parkinson, La Legge del Ritardo, 1970
 

E’ un mondo che va di fretta, e forse anche per questo è un mondo di ritardatari questo. Il tempo scandisce le giornate, gli appuntamenti personali come il lavoro. Bisogna fare attenzione, avere a mente orari, promemoria, nodi al fazzoletto e non far aspettare mai. Insomma, il Bianconiglio di Alice che gridava “E’ tardi! E’tardi!” aveva ben compreso il peso del tema. Le persone che arrivano in ritardo sono infatti moltissime. Molte dicono che vorrebbero essere in orario ma proprio non riescono e hanno spesso “scuse” fantastiche e creative, doppie file, incidenti, avventure rocambolesche che hanno impedito che si arrivasse in orario, mondi da salvare etc. Altri confessano si tratti di piccole perdite di tempo, il trucco da sistemare, il parcheggio da trovare, il rito della preparazione all’uscita di casa che ha avuto necessità più lunghe del previsto, del resto, per citare una maglietta “Meglio in ritardo che brutti!”

La essere sempre in ritardo non fa stare bene affatto. Lo stereotipo del ritardatario è quello di una persona poco interessata agli altri, egoista, capace di pensare solo a se stessa e a come controllare gli altri. Ma non è così facile e lineare, sono in alcuni casi siamo di fronte ad una forma di aggressività passiva che parla attraverso il ritardo e il far aspettare. Chi vive in perenne ritardo accumula anche tanta ansia, frustrazione, poca capacità di avere e vivere una buona autodisciplina capace di far star bene. Si tratta di caratteristiche importanti in tema di benessere psicologico, da non sottovalutare.

Un articolo di Psychology Today dal titolo” How to Overcome Chronic Lateness” , firmato da Guy Winch, ci racconta come chi vive in ritardo spesso manifesti un vero e proprio problema di gestione del tempo. Questo si dilata e ristringe nelle sue mani senza riuscire a venirne a capo e con grande sofferenza, le condotte perennemente in ritardo si riversano poi sulle relazioni, con partner affettivi ma anche di lavoro. Si tratta di un tratto cronico della persona che fatica a cambiare ma che non lascia per nulla soddisfatti molti ritardatari che lo manifestano. Sono i piccoli dettagli nell’organizzare il tempo a fare la differenza, scrive lo psicologo. Infatti, anche la migliore delle intenzioni ad arrivare in orario, crollerebbe al momento di costruire i propri spostamenti, es. “ E’ vicino, in 5 minuti di metro sono lì”. Non è una frase corretta e porta il ritardatario ad arrivare almeno una manciata di minuti dopo.

Perché? Perché di solito non valuta quanta strada si trovi da casa alla prima fermata di metro, le scale per arrivare ai treni, la distanza tra un passaggio e l’altro, il flusso del traffico per muoversi poi fino a destinazione una volta arrivati alla giusta stazione. Insomma, i dati che vengono presi in considerazione sono parziali ed è faticoso riuscire a porvi rimedio se non con molta cura e attenzione a come si distribuiscono gli spostamenti.  Certo l’articolo prende in esame più che altro quelli che potremmo chiamare i “produttori”, soggetti che non possono non prendere troppi appuntamenti, sicuri che grazie al loro potere o “pensiero magico” sarà possibile fare tutto, senza perdere tempo e senza noia. Ma sbagliano poi a calcolare minuti e spostamenti, perché il mondo spesso non aiuta la magia.

Di questi e altri tipi di ritardatari, parla un libro di qualche anno fa, scritto da Diana DeLonzor, esperta riconosciuta nella gestione del tempo e dei significati del ritardo. Il testo, del 2002,  “Never Be Late Again”, racconta molto bene quanto ci siano ansia e distrazione dietro la tendenza a far tardi. Il testo propone anche una serie di possibile “cure” per risolvere il complicato problema, segreti per imparare a gestire il tempo. Il primo punto? Capire come si è fatti, questo ci può aiutare molto ad avere consapevolezza del proprio problema e quindi affrontarlo. Il ritardo è dovuto a comportamenti specifici? E se si quali? Comprendere se ci sono delle ridondanze è molto utile, magari anche a scoprire che si fa tardi sempre e solo in una circostanza o per andare in un luogo specifico o in una situazione ben definita.

Il testo si avvale di una ricerca che aveva  coinvolto 225 soggetti ritardatari tramite la San Francisco State University e definisce alcuni “tipi ritardatari”. Può capitare che si faccia tardi perché si vuole far troppo, non scontentare nessuno e allora si dice “Sì” a tutti e poi non si riesce a far nulla per bene o, ancora, si organizza il tutto sull’onda dell’ultimo minuto, perché non si riesce a produrre se non si vive il senso del “sotto pressione”, ci sono i ritardatari per distrazione, che si perdono dietro particolari, perdono il foglietto con scritta la via dell’appuntamento o lasciano il telefono a casa o sbagliano a prendere le chiavi della macchina e si chiudono fuori casa almeno tre volte al mese. Ma non sono finiti i ritardatari tipo, abbiamo anche chi razionalizza tutto, che fatica ad accettare il suo problema, quello che fugge dagli impegni per troppo alti livelli di ansia e quelli che, come si scriveva all’inizio, usano il loro ritardo per farsi notare, giocando con il potere di far attendere. Pensiamo alla personalità che riempie la sua sala d’attesa anche per nulla, facendo aspettare molto più del tempo necessario.

Da questi testi cosa si evince? Che possiamo imparare a non fare sempre tardi, che ci sono attenzioni che possono permetterci di tenere sotto controllo il problema, anche se non sarà facile. Prima di tutto ci vuole attenzione nel leggersi e prendersi cura delle proprie sensazioni. Perché, dovremmo chiederci,  siamo sicuri che arrivare puntuali ci farebbe star meglio? Che significati diamo alla puntualità? Che esperienza ne abbiamo?

Cercando di capire cosa vuol dire per noi essere puntuali possiamo scoprire che valore e senso diamo al nostro ritardo, cosa ci guadagniamo a far tardi. Potremmo scoprire che arrivare in orario ci fa sentire in ansia, sperduti e abbandonati. Come mai? La risposta è nella storia di ognuno.  Ma ci sono possibilità, nel caso, per addomesticarla, come, per esempio, dedicando il tempo dell’attesa dell’altro a fare piccole cose per sé stessi, come una telefonata o leggere quell’articolo che restava sempre indietro. Aiuta!

Ma ci sono anche espedienti tecnici per tenersi sotto controllo. Prendiamo appunti sul tempo che pensiamo di metterci per arrivare in un posto e quello che poi ci mettiamo sul serio, cerchiamo di arrivare in anticipo valutando copiosamente possibili problemi lungo la strada, faremo magari in tempo ad essere puntuali. Il rapporto con il tempo, vincola molte caratteristiche del nostro rapporto con gli altri e con noi stessi, prendiamoci una pausa da dedicargli e, a questo importante appuntamento, cerchiamo di non far troppo tardi!

Pollicino: Il ritardatario che è in tutti noi
L’Orco : Il tempo che corre e mette ansia
L’arma segreta :   Farsi domande sul  proprio sentimento del tempo e trovare la strategia per cambiare
 
 
 
Marzia Cikada

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