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La mano e il corpo. La Violenza non è mai NORMALE – Pollicino era un grande
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La mano e il corpo. La Violenza non è mai NORMALE

Una mano. Ma non una mano che voglio sentirmi addosso. Quella mano che non riesco a fermare. Ha il tocco pesante, non sa di carezze, ma di proprietà, di cose arraffate. Non vorrei essere una cosa, sentirmi un oggetto. Ma a chi importa?
 
Una mano, nodosa, con il fare deciso di una donna di campagna avvezza ad impastare pane, pasta, dolci. Niente dolci però, sono io che vengo stretta, strizzata, impastata. E’ mio il corpo che viene arraffato. Anzi, potrebbe non esserlo, quasi mi sembra che non lo sia, che non sia il mio corpo ma quello di qualcun’altra. Come fosse solo un contenitore, fatto di nervi, muscoli, carne certo, ma non più con me dentro. Io sono altrove. Mi fa tenerezza, se penso che non è più il mio corpo, mi commuove quasi a vederlo abbandonato e immobile starsene lì, lontano, schiacciato dal peso di una sola mano.
 
Ovunque io sia, ci resto.
 
Penso che più tardi ci saranno delle persone che mi guarderanno. Più tardi sarà diverso. Spero che qualcuno mi dica che sono bella, che ho scelto il colore giusto di ombretto da abbinare agli occhi, il giusto tono di fard per le mie guance, il gloss migliore per le mie labbra. Sono così sottili, non mi piacciono per niente.
 
Ovunque io sia, ci resto. 
 
Penso a Yogi, che non è solo un cane, ma il “mio” cane. Chissà se ha mangiato, se sente la mia lontananza, sono quasi due giorni che non lo vedo, mi manca. Quando torno a casa graffia sempre la porta, con le unghie. Salgo le scale di casa al ritmo di quel suono. E’ la nostra canzone di bentornato. Una volta qualcuno mi ha detto “ma come fai a sopportarlo? A non urlare?” e io ho riso. E’ la nostra canzone di bentornato. A me piace. 
 
Ci resto. Lontana.
 
Chissà se davvero ho fatto un buon lavoro ieri. Non ne sono convinta. Mi chiedo spesso se ho sbagliato qualcosa. Forse dovevo fare come diceva mia zia, una scuola diversa, impegni diversi, amici diversi. Farsi valere è così difficile, sembra sempre che qualcuno possa essere migliore di te, devi essere sempre pronta a far credere che come te, nessuna, mai. E se non ci credi devi far finta che sia proprio così.
 
Sento un rantolo leggero, come un sussurro tra orecchio e orecchio, il suono di un motore affaticato in salita, un suono sgradevole. Il fastidio mi sale per le dita dei piedi fino alle ginocchia, poi ancora più su. In quel corpo non mio, arraffato, strizzato, svuotato.  No. Non funziona più. Quello è  ancora il mio corpo. Sono solo una debole.  Perché non vorrei ma lo sento, sento il corpo che si contorce, anche se fuori non si vede niente, fuori sono sempre uguale. Ma dentro è terribilmente diverso. Sento. Il mio ventre si ristringe, il fiato entra in allarme, non respiro quasi più. Ho paura. Ma non posso farlo vedere. Quella mano, ancora quella mano è da qualche parte, su di me. Però presto sarà altrove, posso pensarla così. Altrove e presto.  Anche io mi sentirò meno debole, altrove e non farà così male, altrove.  Magari da Yogi, in camera mia o  nel verde cupo di questo soffitto. In fondo a chi importa?
 
Arriva un suono, come di campane o di sveglia o di orchestra in festa. Deve essere ora di andare, di finirla. Finalmente.  Infatti arriva l’odore, quell’odore di marcio, sudore, acido. Ogni volta che lo sento qualcosa dentro di me si rilassa, so bene cosa significa. Ha finito. E’ finita. Potrò alzarmi e portare il mio luminoso sorriso al piano di sotto. Mi vergogno che sia questo odore a farmi l’effetto di una liberazione. Ma è così. Mi sento felice come negli ultimi secondi di lezione prima dell’estate.
 
Adesso posso riprendermi il mio corpo. E’ così dannatamente solo. Senza neanche me stessa a fargli da guardia, un fantoccio adagiato alla rinfusa, le dita dei piedi accartocciate, le ginocchia arrossate, i fianchi con il segno del lenzuolo, eppure sono le mie dita, le mie ginocchia, i miei fianchi. Mi metto un dito in bocca, sa di salato e zucchero insieme. Il mio piccolo dito, che da bambina non mi addormentavo se non lo stringevo tra le labbra. Anche adesso mi fa lo stesso effetto, mi ricompone. Sono tutta intera in un solo dito. Vorrei starmene tutta lì dentro, al sicuro. Aspettare che passi.
 
Ma devo andare. Uscire di qui, uscire dalla stanza. Ormai sono sola qui dentro, siamo rimaste io e il soffitto verde scuro. Mi sistemo il vestito. Respiro. 
 
Lo specchio mi offre un volto che faccio fatica a riconoscere come mio, due solchi scuri mi segnano il viso, due solchi scavati nel trucco, dagli occhi fino al collo. Che tragedia. Dopo il tempo che ci avevo messo per sistemarmi. Mi passo la mano sul volto. E’ finita. Dovrei sorridere giusto? In fondo è la sola cosa che si aspettano da me. Tutto il resto lo nascondo. Anche a me stessa. Finché sarà necessario a non sentirmi sola. A sentire meno paura. A sentirmi meno sbagliata. 
 

La ragazzina apre la porta. Raccoglie lo zaino e se lo mette sulle spalle. Dal salotto arriva il vociare della sua famiglia intenta a festeggiare l’anniversario dei nonni. Non la noterà nessuno, almeno per un po’.

 

La donna apre la porta. Stringe tra le dita la pochette nuova fiammante. La musica arriva come un invito a dimenticare. Scende le scale pensando a quale sarà il primo cocktail della serata.

 

L’attrice apre la porta. Ripassa velocemente le battute che le hanno consigliato, in caso di giornalisti o fotografi deve sembrare a suo agio. Un nuovo strato di rossetto coprirà ogni incertezza.

 

La ragazza apre la porta. La festa per il suo compleanno sembra poter fare a meno di lei. D’altronde lei stessa riesce benissimo a dimenticarsi.

 

La donna apre la porta. In magazzino stanno continuando i festeggiamenti per il pensionamento del capo reparto. Chissà tra quanti anni toccherà anche a me, pensa velocemente, poi passa in rassegna il contenuto del frigo. Per cena i resti del pranzo di ieri, ai bambini piacerà.

 

Apre la porta ed è in strada. L’odore di spazzatura nasconde tutti gli altri. Sa solo che ogni volta le sembra quella di troppo, ma poi vince la voglia di sopravvivere, anche in questo schifo. Certo, non crede a chi sparla di speranza e occasioni, sa bene che se vuole resistere, ancora un giorno, deve solo far finta che vada bene anche così.

 

Ogni giorno. Mille porte, mille donne, mille storie. A chi importa?

 

 

La violenza è violenza.

 
La nostra cultura è una cultura che accetta la violenza.

Le donne stesse lasciano che sia, quelle che “se è capitato, in qualche modo, te lo sei cercato”.

Le donne contro le donne, quelle che “potevi parlare prima!” o che “se lo fai adesso è perché ti conviene”.

Perché se vai in stanza di uno che ha potere è NORMALE che ci provi e tu ci vuoi stare.

Perché se metti una gonna corta è NORMALE che vuoi farti vedere e che ti può capitare.

Perché in fondo, da noi, la violenza è ancora NORMALE.
 
Normale per la Treccani è quello “Che segue la norma, conforme alla norma, quindi consueto, ordinario, regolare”. Infatti la norma è che la violenza sia consueta, ordinaria, che capita, non straordinaria, che non ce l’aspettiamo che arrivi.
 

Ogni donna può contare nella sua vita episodi di violenza di vario genere, alcuni talmente ordinari da non pensare neppure sia violenza.

 
Basti pensare alle parole con cui si apostrofano le bambine sin da piccole, a come “femminuccia” sia un aggettivo negativo, dispregiativo, che sa di debolezza e incapacità. Al modo di comportarsi con le donne tra pari, a scuola, a lavoro, a casa.
 
#quellavoltache l’abbiamo vissuta quasi tutte. Si tratta dell’hashtag creato da Giulia Blasi, freelance italiana, dopo i fatti che hanno spinto questo paese, e non solo, a parlare di violenza, dividendosi tra chi stava dalla parte della donna e chi la colpevolizzava.
 
Di #quellavoltache, ricordo le mie. Nitide. Mi ricordano che sono stata forte, che molte donne al posto mio non lo sarebbero state. Io ho passate diverse ore in un bagno in un appartamento non mio, barricata dopo aver tirato pugni e calci per non farmi toccare, fino a scappare sul primo taxi del mattino, in una città dall’altro capo del mondo e con la sensazione di aver evitato la peggiore esperienza della mia vita. Non me la stavo cercando, non la volevo, poteva andarmi molto peggio.

 
Una vittima che riesce a scappare non è diversa da chi non riesce. Resta una vittima.
 
Non ha fatto la cosa giusta o la cosa sbagliata, ha fatto quello che è riuscita a fare perché la sua storia, il momento, il suo fisico, le sue mani, il suo cervello l’hanno sostenuta in un momento di difficoltà.
 
Chi non scappa non lo voleva. Ma neppure chi resta.
 
Chi non parla poi, non è complice.
 

Una vittima che non scappa non è consenziente.

 
Fa quello che riesce per sopravvivere alla vergogna, alla colpa, alla paura di quello che le sta accadendo, prima, e di non essere creduta, poi. Perché non essere credute è vivere un trauma una volta di più, spesso una volta di troppo. Spesso solo con il suicidio queste vittime riescono a riprendere il posto che gli spetta, un estremo sacrificio perché qualcuno si interroghi sulla faciloneria e la crudezza di certe affermazioni.
 

Ma poi non c’è più niente. Poi non si può più curare nessuna ferita.

Quando non si conosce, si dovrebbe far silenzio o provare a capire.

 
Ma siamo troppo indaffarati a dare giudizi perché questo sia possibile. E allora colpire una tastiera è come colpire un corpo, ferire un’anima, fare a pezzi una identità. Oggi, più che mai, in questo placido universo di leoni da tastiera, dove il pudore del rispetto sembra perso per sempre, spinti dal terrore di non essere visti, di non dire la nostra, ecco che usiamo qualunque riflettore per illuminarci un po’. Anche il corpo degli altri, le loro ferite. Tanto, si sa, le donne ci sono abituate a che gli altri decidano per loro.
 
E’ facile allora dire che sappiamo cosa è violenza e cosa non è. Chi soffre davvero e chi no. Pensiamo di saper riconoscere le donne che “poverelle!” da quelle che “se ne approfittano”. E’ questione di censo.
 

In una sorta di “capitalismo emotivo”, il dolore diventa reale solo se appartiene alla fascia media della popolazione.

 

Perchè se vivi per strada, cosa ti vuoi aspettare se non violenza? In fondo, te lo meriti.

Dall’altra parte, se sei dell’alta borghesia, se sei ricco e famoso (o anche solo uno dei due) allora la violenza diventa farsa, è gioco, menzogna, troppo upper class per far male davvero.

 
Quindi, la violenza su una donna è violenza solo se la donna non è famosa, se è una come me, che fa la spesa in tuta. In una idea tutta speciale per cui le donne famose non soffrono o soffrono di meno.
 
Le donne famose hanno il vestito firmato e vanno alla SPA. Non soffrono. Il loro corpo non si contorce, il loro ciclo mestruale non fa male, le loro lacrime sono sempre e solo di scena, il loro dolore, al massimo, una esigenza di copione. Vivono di carta stampata e non sono mai senza trucco. Le mani che le toccano sono sempre benvenute, usano il loro corpo per trarne profitto, meretrici eventualmente ma mai vittime.
 
Vox Populi si diceva una volta. Ma io non vedo nessun dio presente, solo incapacità del tutto umane.
 
La violenza è sempre violenza.

 


 
Per orientarci nella violenza, dovremmo capire che essere vittima porta ad avere comportamenti sempre diversi. Legati alle caratteristiche personali, alla propria storia, al contesto in cui questa si manifesta, all’educazione ricevuta, alla propria resilienza, alle risorse che si hanno.
 

Perchè le donne non denunciano?

 
Voi lo fareste? Ne siete certe? La violenza sessuale porta con sé un carico di vergogna per cui normalmente le vittime, se non supportate, se non particolarmente forti, se non certe che quello che è capitato non sia normale, non denunciano.
 
La mancanza di denuncia è legata alla nostra cultura, non solo del nostro stivale, sono secoli che viene costruita giorno dopo giorno una cultura della violenza, delle parole, dei gesti, delle modalità, dell’economia che vede la donna come normalmente abusabile. Dagli stipendi alle palpatine, passando per sesso non richiesto a mancanze di rispetto a vario titolo, dalla carta stampata ai cartelloni pubblicitari, dai modelli educativi fino alla possibilità di fare carriera la donna è ancora normale  sia passabile di comportamenti discriminatori, di minor tutela economica, di più tempi più lunghi per la carriera, di violenze sessuali.
 

La violenza alle donne è un fatto politico ed economico oltre che psicologico.

 

 
La cultura di cui siamo intrisi suole spesso colpevolizzare la vittima. Il fenomeno chiamato victim blaming,mosso da ragioni diverse. Non sempre consapevoli. Anzi, spesso in maniera inconscia, senza neppure comprendere fino a che punto siamo incapaci di andare oltre quello che ci è stato fatto credere. Ogni empatia si dissolve e la persona colpita, abusata, vive un nuovo trauma, quello per cui si parla di una nuova vittimizzazione, la secondaria.
 
Una nuova sofferenza, che rinforza i suoi vissuti si vergogna e colpa. Accade spesso, quando viene denunciata una violenza e non si viene credute e le vittime non sempre reggono il peso di questo nuovo abuso. 
 

Perché le donne aspettano anni per denunciare?

 
Per paura, vergogna, colpa. Le reazioni ad una violenza sono molteplici. Quando capita sono pochissime le donne che riescono a denunciare subito, poche quelle che ne parlano con qualcuno, poche quelle che lo ammettono a loro stesse. Il trauma della violenza colpisce in maniera così feroce perché carica le vittime di colpa, credono di averlo meritato, di non aver fatto abbastanza per fermare l’atto, di non avere il diritto di parlarne. La vergogna tappa la bocca.
 
Durante e dopo una violenza può capitare di vivere fenomeni di dissociazione, che possono trasformarsi in vere e proprie amnesie dissociative, in cui la persona non ricorda l’evento traumatico.
 
Siamo nel mondo del psicopatologia, comune alle vittime di abusi a vario titolo, spesso accompagnando il quadro con depressione, PTSD, problemi relazionali, problemi di ansia. A volte nuovi abusi vanno a mettersi su altri subiti da piccoli, rinforzando il bisogno di dimenticare, specie se l’abusante è qualcuno con cui si ha a che fare, cosa molto probabile, specialmente da piccoli.
 
Il semplice fatto di aver già subito abusi, rende le persone più fragili e quindi, più facilmente di nuovo vittime.
 
Sole, spaventate, piene di vergogna, giudicate, con il desiderio di dimenticare e andare avanti, insicure, con un immagine di se stesse piccola piccola, credete che sia facile denunciare, in questo stato?
 


 
Ogni essere umano reagisce diversamente in caso di trauma, di abuso sessuale nello specifico. Giudicare non previene nulla e non aiuta nessuno. La prima prevenzione? Riguardare l’elenco di cosa oggi dovremmo definire NORMALE e togliere da questo ogni forma di violenza.  O gli orchi non finiranno di starsene liberi in strada.

 

 

Marzia Cikada
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