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I nostri ragazzi (2014) – Pollicino era un grande
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I nostri ragazzi (2014)

Non appena si possiede la forza, si cessa d’invocare la giustizia.

Gustave Le Bon

 

Ci sono film talmente umani da far paura, da mettere addosso un senso di nausea.

E questa è la loro più feroce forza. Il film “I Nostri Ragazzi” di Ivano De Matteo, già regista di film attenti come “La Bella Gente” e “Gli Equilibristi”, è uno di quei film.

Verrebbe da chiedere “basta con la verità” alla fine del film. Verrebbe voglia di commedia, di sorrisi semplici, invece tutto il film è un crescendo di inquietudine. La trama è la rielaborazione in chiave italiana di un libro La cena di Herman Koch, il tema la famiglia e la natura umana con le sue illusioni. L’illusione che la cultura sia capace di forgiare e confinare gli istinti nella ragione. Cosa che viene ad ogni passo in avanti smentita, in maniera lucida e brutale.

La storia è quella di due fratelli e i rispettivi figli adolescenti. Massimo, avvocato penalista (Alessandro Gassman), padre di Benedetta, la “famosa” tra i coetanei Benny, sposato con Sofia (Barbora Bobulova) ritenuto dal fratello uno senza scrupoli pur di guadagnare, mentre lui, Paolo è il chirurgo buono ed integro (Luigi Lo Cascio), sempre sorridente con i bambini che opera e sposato con Clara, (Giovanna Mezzogiorno) madre apprensiva che vive in adorazione del figlio Michele, giustificando tutto, coccolandolo, difendendolo anche con gli insegnanti.

L’apparente serenità delle due famiglie, alto borghesi romane, con la loro routine, la cena settimanale nello stesso posto elegante, con i suoi cadenzati riti e lamenti, viene turbata in modo violento quando una sera, sul programma “Chi l’ha visto?”, viene dato spazio all’aggressione a calci e pugni di una donna senza fissa dimora, trascinata per la strada e lasciata morire. Nel video, vengono riconosciuti i due figli adolescenti, quella sera fuori per una festa.

La prima reazione “Non siamo stati noi!” si trasforma lentamente, tra incredulità, dolore, domande in una confessione.

La violenza incontrollata, la mancanza di senso della responsabilità dei ragazzi porteranno i genitori a conclusioni totalmente diverse sul come comportarsi rispetto all’accaduto. Proteggerli, ancora, o dargli la possibilità di capire le loro azioni e le loro motivazioni?E cosa significa per gli adulti la violenza dei ragazzi, nell’immagine che hanno di loro?

Questo è un film fatto di domande. Cosa deve fare un genitore? Che tipo di intervento è bene fare? E sono poche le risposte. Se da una parte si racconta la storia, dall’altra si invita lo spettatore a pensare, a chiedersi cosa si sarebbe fatto al posto dei genitori/attori. Davanti alla storia ognuno si chiede cosa farebbe in circostanza analoga, ma anche quanto si conoscono davvero i propri ragazzi, quanto non sia, quello che riusciamo a vedere di loro,  solo il riflesso di quello che vorremmo fossero e quanto temiamo di conoscerli, sebbene si dica il contrario.

Il desiderio di sentirsi al riparo da ogni problema, protetti dalla cultura, dallo status sociale, dal perbenismo si scontra con quello che è stato insegnato, con quello che i ragazzi non sanno. Non sanno dare un valore ad un gesto, sentirne la responsabilità, la colpa, non sanno descrivere le loro azioni come intenzionali e violente, ma solo come divertenti, uno spasso.  L’immagine dei ragazzi come privi di qualunque giudizio morale, certi della difesa incondizionata degli adulti “che metteranno tutto a posto”, compiaciuti di un gesto vissuto come uno dei video visti sui social network, offre un quadro degli adolescenti che fa male. Perchè la parola responsabilità è come se fosse di cancellata dal dizionario di quel tipo di famiglia, dove protezione e riparo sono diventati la priorità, senza chiedersi questo cosa significhi per la crescita di un essere umano.

Un film che va visto per poi pensarci su.

Nessuno è immune da violenza e responsabilità ma siamo tutti colpevoli di connivenza se non usciamo da gioco illuso del sentirsi splendidi e intoccabili e non guardiamo alle nostre debolezze. Se non ci si ferma a pensare ad una educazione che non sia solo protezione, sarà sempre più difficile ammirare e godere de”il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” ( come scriveva Kant) ma terremo più facilmente lo sguardo basso, con il vuoto dentro di noi.


Pollicino:  La famiglia non responsabile

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Marzia Cikada
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