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Madre di mia madre. Riflessioni sull’accudimento dei genitori anziani e un Libro – Pollicino era un grande
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Madre di mia madre. Riflessioni sull’accudimento dei genitori anziani e un Libro

E’ da tempo che ho un pensiero fisso che mi perseguita: quando arriverà il momento dell’addio, avrò la forza di sostenere la mia vecchia? O, al solito, incomincerò a piagnucolare attorno, e lei se ne andrà spaventata?

Gianna Coletti “Mamma a Carico”

 

Succede che i genitori, che c’è stato un momento della vita in cui li pensavamo imponenti, capaci, persino eterni, cedano alle leggi della natura, invecchino e muoiano. Molto spesso, prima di morire, sarà compito dei figli averne cura, tenerne le mani, pulirne il corpo, nutrirli e mentire su quanto in fondo, non stiamo poi così male. Non è qualcosa che possiamo evitare. E’ qualcosa attraverso cui si finisce con il passare e, dall’altra parte, abbiamo ancora/di nuovo la nostra vita, ma diversa. E il sapore di questa diversità dipende da come sapremo attraversare quel mare di dolore, impotenza, domande ma anche tenerezza e riconciliazione che si apre davanti a noi alla morte di un genitore.

Esistono le parole buone?

I consigli efficaci? Il sostegno risolutivo, quando si parla dell’accompagnare alla morte un proprio genitore? Si e No allo stesso tempo. Le parole sono buone, ma non allontanano la morte, i consigli sono efficaci ma non tengono in vita nessuno, il sostegno è fondamentale ma, solo se gli diamo il suo valore di accompagnamento, può davvero essere un sollievo. La morte non è una malattia evitabile, è una naturale fase della storia, che segna la fine della vita. Non ci sono parole che possano renderla gradevole, sebbene, possano renderla di molto più dolce o almeno, il meno straziante possibile.

Se cerchiamo qualcosa che sia in grado di spegnere il male di lasciar andare qualcuno nel momento finale, nessuna parola, gesto, sguardo sarà mai in grado di soddisfarci. Perchè quando si comprende che non abbiamo altra possibilità che salutare nel migliore di modi chi sta morendo, sono diversi i piani, i livelli, le emozioni che si trovano aggrovigliate tra di loro. Non è solo lasciar andare ma anche fare i conti con la propria storia personale e la propria relazione con la persona che stiamo vedendo spegnersi.

La relazione con una madre, un genitore in genere, è fondamentale. Solo se siamo stati capaci di allontanarci da un genitore, di diventare noi, esseri indipendenti e autonomi, nel migliore dei modi, potremo sperare di riavvicinarci a loro, facendosi carico di prenderli nelle nostre mani, essendo presenti fino all’ultimo loro respiro.

Solo se davvero ci siamo allontanati possiamo tornare, accettando un ruolo inverso, quello di accudimento dell’anziano, e anche in quel caso non senza fatica. Relazioni genitoriali più complesse, dipendenti da sempre, patiscono maggiormente il momento di dire addio.

Su questo tema ho letto un testo Mamma a Carico” (2015, Einaudi) e penso che sia un libro necessario. La storia di Gianna e di sua madre Anna vista dagli occhi di una figlia che impara il buon profumo della madre come il piacere del suo caratteraccio, a cui non vorrebbe rinunciare,  nonostante l’età materna, più di novantanni, seppure è consapevole che la fine è vicina. Un testo corale anche con una voce sola, anzi due. Perchè parla semplicemente di quello che è con le parole di chi ci è passata attraverso sapendo conservare la tenerezza di una relazione speciale (ma non facile) e parlandone Madre di mia madre. Riflessioni sull’accudimento dei genitori anziani e un Libroaccoglie l’esperienza di tutte le figlie ( ma anche i figli) che si sono trovati a pensare o a vivere la morte di un genitore.

Il libro arriva dopo la realizzazione del film di Laura Chiossone “Cinque minuti in scena” (2013) che unisce ad aspetti teatrali e a più livelli di narrazione, proprio la storia di Gianna ed Anna, prese dal vivo in alcuni momenti di normale vita quotidiana.

Siamo una società che invecchia sempre di più, il tema della fine, che in altri momenti storici sarebbe sembrato indecente, proprio solo di parroci e medici, oggi si affronta in molti campi e a livelli diversi. Il Ciclo vitale di vita di una persona, incontra a vive con le sue particolarità il momento della fine della vita.

Non potendo fare più altro, la persona accetta che sua storia è arrivata a conclusione, superando la disperazione iniziale. Ma in ogni fase del ciclo vitale, la transizione da un momento all’altro può significare una potenziale crisi, con conseguente sviluppo di un sintomo o di un malessere (Jay Haley, Terapie non Comuni, 1976) nella famiglia stessa.

In questo caso, spesso sono i figli, che trovandosi a badare ai propri genitori possono vivere con fatica questo momento di trasformazione che non solo porta con sé la morte di un genitore ma anche la solitudine del figlio che resta senza la figura genitoriale, un pezzo della sua storia con cui, nel bene e nel male, si è entrati in relazione per definire la propria essenza.

Se un genitore può affacciarsi alla propria morte con angoscia, paura, spesso chiedendo aiuto allo stesso tempo per morire o per continuare a vivere, chi è vicino alla persona anziana vede ribaltata l’immagine che ha seguito e talvolta inseguito per tutta la vita, dove il genitore decide, dice, è l’adulto che delinea la strada.

Vedere e dover rassicurare un genitore dalle sue paure, dal suo dolore, dalla sua solitudine, può essere una esperienza totalizzante.

Molti finiscono con il provare una tale intensità di sentimenti, da a mettersi in secondo piano per poter, a proprio avviso, essere di maggiore aiuto, mentre si finisce con il ferire sé stessi senza mai dare il sostegno desiderato. Perchè non esiste il modo migliore di accudire un genitore morente, esiste il proprio, con tutta la volontà possibile di far bene.

Quando il rifiuto del genitore di morire, incontra il rifiuto del figlio a lasciar morire, con forzature e fatiche che non migliorano lo stato d’animo, quello che cambia è la fatica e l’ulteriore sofferenza, il tormento che accoglie possibili accenni di depressione, in un clima di paura condivisa da entrambi.

E’ importante che entrambi siano accompagnati ad accettare l’incontro con la morte, prendendosi cura della solitudine di entrambi. Se una figlia può lenire quella di una madre, deve però far attenzione a non smettere di occuparsi anche della propria.

Gli ultimi mesi, settimane, giorni insieme, possono essere anche il momento della riconciliazione, con la propria storia, i propri errori, i propri sentimenti.

Un lavoro a due che perdona quanto passato lasciandolo dietro di sé, permettendosi di guadagnare serenità, una pace necessaria per avere meno paura di andare e lasciar andare. Per chi rimane, è necessario imparare la distanza da quanto si vive. Seppure può sembrare inizialmente folle, non vi è altra strada per accompagnare serenamente un proprio genitore verso l’ultimo respiro, né per restare in piedi dopo tanto impegno emotivo, che annulla tutto intorno a sé, che quella della giusta distanza.

Preservare un proprio spazio, dei momenti per sé e per la propria famiglia (compagni, compagne, figli, amici) non significa essere egoisti, ma mantenersi in forza per occuparsi di chi si ama, curare la propria disponibilità verso il momento. Non è possibile salutare se prima non si accetta che si sta andando via e che le strade si definiranno in un prima e in un dopo, un con e senza mamma.

Avere cura del proprio spazio emotivo, anche con il sostegno e la presenza di personale e professionisti adatti, significa darsi il permesso di vivere senza il genitore, di affrontare quello che seguirà. Se nelle fasi di malattie terminali è un buon appoggio, l’utilizzo di strutture come gli hospice, dove è possibile passare l’ultimo periodo con il proprio genitore in un ambiente professionale e accogliente (camere per i familiari, personale scelto, attenzione all’arredamento gradevole, natura come sfondo e non solo), anche dopo, quando la persona viene a mancare, è bene cercare uno spazio proprio di condivisione, di raccolta delle molte emozioni,  tra le più opposte tra loro, che si provano a seguito del lutto che diventa reale, con tutte le mansioni anche pratiche, e non solo emotive, che questo comporta.

Non è possibile rinunciare a sé stessi neppure in un momento come la morte di un genitore.

E’ fondamentale ricordarsi di sé, evitare di perdere il proprio mondo, tenendolo lontano. Bisognerebbe, invece, non soltanto cercare di dare conforto all’anziano ma prendere quanto è assolutamente importante per nutrire se stessi e la propria resilienza, come la forza, la tenerezza, la presenza, tutti elementi che aiutano a restare in piedi in un momento che distrugge facilmente, per la sua carica emotiva, e allontana dalla propria vita.


Pollicino:  Trovarsi piccoli ad affrontare la grande morte di un genitore

L’Orco: Annullarsi nell’accompagnare un genitore alla morte, dimenticandosi che poi si rimane vivi e svuotati.

L’arma segreta: Trovare la propria distanza esatta, che aiuti a salutare chi va via, ma faccia accettare il sostegno e l’affetto di chi rimane.
Marzia Cikada
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