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"E poi mio figlio mi uccise… per gioco" Psicologia e Aggressività Infantile – Pollicino era un grande
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"E poi mio figlio mi uccise… per gioco" Psicologia e Aggressività Infantile

Ho imparato che quando sono arrabbiato ho il diritto di essere arrabbiato,

ma non ho il diritto di essere cattivo.

Octavian Paler

images.jpegCi sono bambini che spaventano. Un giorno iniziano a usare parole che fanno paura,  si agitano, urlano frasi terribili, guardano con sfida e sembrano davvero “cattivi”.

Molti bambini esordiscono con frasi violente “Ti uccido”, “Ti faccio fuori”, “Muori” e questo di certo non è quanto di meglio si vorrebbe sentire dalla bocca dei propri pargoli. In alcuni casi potrebbe essere semplicemente un discutibile insegnamento nato dai programmi che gli stessi genitori finiscono con il fargli vedere, sentire o a cui lo fanno partecipare involontariamente (alcuni litigi tra coppie sanno essere particolarmente devastanti da questo punto di vista) e potrebbe  mostrarsi passeggero, sporadico, facilmente risolvibile cambiando programmazione e smettendo di discutere davanti ai piccoli, dopo aver affrontato con loro la cosa.  In altri casi, il bambino, non solo dice ma partecipa con espressione del viso, voce rabbiosa, espressioni del corpo a quello che dice. In questi casi molto probabilmente non sta giocando all’ammazzalitutti  o ai grandi che litigano, ma si trova in un momento di difficoltà.

La paura di molti genitori “diventerà un violento” nasconde una storia, quella da loro vissuta e che porta alcuni significati specifici dentro l’aggressività. Storie di violenza, personaggi aggressivi importanti per la loro vita che di colpo si rivivono nei gesti rabbiosi del piccolo di casa. Prima di creare etichette difficili da togliere, fermiamoci. E cerchiamo di capire. Se ci preoccupiamo del fatto che “cosa accadrà fuori casa se si comporta così?”, prima pensiamo a come lo stiamo giudicando in casa. E partiamo da lì. I genitori, gli adulti in genere, sono spaventati dalla rabbia e dalla violenza dei più piccoli, quando se la sentono contro si irrigidiscono e spesso non sanno come reagire. Eppure è piuttosto naturale che intorno ai 2 anni, i bimbi possano  manifestare vere e proprie esplosioni nei loro pargoli, calci, pugni, urla. Dopo i tre essere aggressivi per i bambini può anche significare prevalere sugli altri. Diventa uno strumento che bisogna quindi insegnare a gestire. Crescendo, le possibilità di manifestare comportamenti definiti da noi come violenti aumenta con le loro capacità di fare, imitare, muoversi, creare.

Ci si deve preoccupare? No, se agiamo per capire. Sono naturali manifestazioni di un bimbo che cresce, quindi accogliamole e, soprattutto, non facciamoci spaventare. Ci sono tanti significati nelle manifestazioni di “violenza” infantile. I bambini si arrabbiano perché si sentono soli, frustrati, perché cercano attenzioni o stanno vivendo un momento difficile ( una separazione o un lutto ma anche la nascita di un fratellino) ma le possibilità sono molte altre. Capita che i ritmi dei genitori impediscano un buon contatto, un tempo dedicato alla relazione o al gioco. Capita anche che si diano modelli rabbiosi che poi vengono imitati. Quindi, prima di spaventarsi, è bene fermarsi a capire come vanno gli ultimi tempi a casa, cosa è accaduto al e intorno al bambino.

L’aggressività non è un optional, ci viene fornita di base nel nostro pacchetto individuale. Ed è un bene. Saperla sentire ed utilizzare rappresenta una risorsa. Nell’occhio adulto, ci sono già dei significati pronti per l’aggressività, sono legati alla nostra esperienza, al contesto, a quello che si muove intorno a noi. Non scappiamo da questo suo momento perchè fa paura, riconosciamo il diritto del bambino a provare quello che prova e comportiamoci di conseguenza.

La rabbia, anche ai piccoli, serve. Con la rabbia, il bambino esprime il suo desiderio di autonomia, impara a gestire il mondo che si apre davanti a lui e le relazioni con gli altri. L’adulto è fondamentale per aiutarlo in questo momento proprio perchè si presta ad essere la sua stele di Rosetta, il suo punto di riferimento per tradurre il suo mondo emotivo in trasformazione in un mondo comprensibile e amico.

E’ bene sintonizzarsi sulle emozioni e sulla forte intensità che queste manifestano. Il bambino fa paura? Io cerco di dargli una risposta espressiva in sintonia. Si può farlo rispondendo in maniera ferma agli attacchi, intervenendo in modo deciso se necessario, contenendo il bimbo, ma senza urlare per poi cercare i significati della rabbia. Bisogna armarsi di fermezza ma anche di tenerezza, senza mai ridicolizzare quello che il bambino prova, anche se noi non lo capiamo. Sappiamo che una rabbia repressa e non ascoltata può creare dei problemi alla lunga, con gli altri e a scuola. Il bambino ha bisogno di sentirsi accettato anche in queste sue espressioni e l’adulto può passargli questo messaggio parlando, ascoltando ma anche giocando con lui, fisicamente o con un disegno, le tecniche sono molte.

Sunderland Margot, psicoterapeuta britannica,  parla espressamente di questo nel suo testo del 2008, Aiutare i bambini… pieni di rabbia o odio. Attività psicoeducative con il supporto di una favola” (Ed.Edizioni Erickson). Dal suo punto di vista, è bene non solo rispondere in maniera chiara, facendo capire che l’adulto sa cosa il bambino sta comunicando, ma è in grado di contenerlo, ad aiutarlo a trasformare quella sofferenza in altro, meno spaventoso. Stare vicini al bambino in quei momenti, gli permette di elaborarli e quindi calmarsi. Certo l’adulto dovrà mantenersi calmo a sua volta, meglio se con movimenti, voce gentile, determinati e morbidi al tempo stesso.

Inoltre è sempre meglio non punire le emozioni rabbiose ma incoraggiare le emozioni positive, insegnando al bambino a vivere quello che prova. E’ sempre meglio che l’adulto entri a far parte del gioco, in modo da insegnare il controllo e le dosi sostenibili. Censurare i comportamenti “cattivi” e basta, difficilmente servirà a qualcosa se non si accompagna il tutto con la comprensione di quanto sta accadendo. Così come non aiuta fare a chi “urla più forte” o è più cattivo.

Imparare a giocare anche con questi comportamenti permetterà al bambino di imparare l’empatia, ad avere stima di se, a stare con gli altri migliorando le proprie abilità sociali. Capire cosa si cela dietro quel “Ti uccido” è fondamentale per avvicinarsi al mondo del bambino e passargli la comunicazione che non è solo. Potrebbe essere gelosia, frustrazione o una rabbia nata per essersi sentito abbandonato. Può essere il frutto dei primi litigi con gli amichetti, un tentativo di provarsi nei propri limiti e capacità, non possiamo saperlo se non proviamo a capirlo.

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Marzia Cikada
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