Top
La Pazza Gioia (2016) – Pollicino era un grande
fade
6854
post-template-default,single,single-post,postid-6854,single-format-standard,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

La Pazza Gioia (2016)

“Chi ha mai trovato la felicità in un tramezzino?”

Beatrice Morandini Valdirana

 

La Pazza Gioia è piaciuto molto. L’ho visto con molta curiosità e mi è piaciuto così,  così. Sono rimasta innamorata dalla bravura delle attrici che giocavano il ruolo serissimo di Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e di Donatella ( Micaela Ramazzotti), ho sorriso in molti punti, ho trovato commovente il potere e la forza di queste donne, sole se non fosse una per la presenza dell’altra. Eppure è stato un film, scritto dal regista Paolo Virzì insieme con Francesca Archibugi, con alcune mancanze, dei vuoti.

Quello che sembra suggerire la storia di queste donne, è semplice. Le persone feriscono, le persone guariscono. I servizi fanno quello che possono e a volte possono male. Ci provano, ma sono fatti di persone e le persone sono per lo più deboli.

La trama. Villa Biondi è la sede di una comunità terapeutica che accoglie pazienti con diversi gradi di gravità e con diversi disturbi. Tra di loro c’è Beatrice, lei ha un disturbo bipolare piuttosto intenso e una loquacità importante. Un giorno arriva Donatella che da sempre lotta con una depressione infaticabile, che l’ha portata a tentare il suicidio, alla ricerca di un luogo sereno dove poter stare con il suo bambino Elia. Le due, con tutta la forzatura possibile da parte della prima, che vede in Donatella, a ragione, l’unica ospite con cui sia possibile solleticare il suo piacere a conversare, seppure la donna sia tutt’altro che chiacchierona. Ma nel loro prima incontro la scambia per una dottoressa, la vede diversa con le persone palesemente disturbate della Villa e questo basta per renderla la preferita di Beatrice.

Ora il film è la storia di questa amicizia e della fuga delle due che, tra rocambolesche situazioni, custodie fragili e qualche forzatura, si trovano a viaggiare per la Toscana alla ricerca della vita che gli è stata negata.

L’una è elegante, piena di aneddoti rimaneggiati eppur reali, figlia della borghesia berlusconiana che tutto compra, l’altra è tatuata e magrissima, veste male ed è sempre stata povera, per lei cento euro sono una bella somma, da sognarci sopra per un po’. Entrambe hanno una storia familiare terribile, di quelle che quando te le raccontano, ti viene voglia di “salvarle” tu queste creature fragili, portarle via dalla freddezza di genitori anaffettivi, irresponsabili, egoisti, che non hanno mai creato uno spazio reale per queste figlie, lasciate sole a costruirsi le loro illusioni per sopravvivere. E in qualche modo ci sono riuscite, Beatrice sogna il suo amore con Renato ( farabutto che le ha fatto dilapidare il patrimonio di famiglia) ma che è passione, creatività fuori dalle regole, libertà dalle maniere buone ma fredde mentre Donatella si illude di avere un padre, un uomo fantastico,  ai suoi occhi di bambina grande, musicista che ha scritto la più bella delle canzoni per lei ( “Senza fine” di Gino Paoli) ma che in realtà un uomo che non è mai diventato padre, preso dai suoi bisogni di eterno immaturo, cieco a quelli della figlia, senza la forza di rispondere a nessuna delle sue richieste di aiuto.

Sono le illusioni e i farmaci a tenerle in piedi, sole.

Perchè i servizi, la loro “Villa Biondi” dove vengono ospitate non ha vere risposte e attenzioni, le tiene occupate, con umanità certo, ( è tutto un “ti voglio bene”) ma per tanti motivi, che si immagina ci siano ma non si sentono, non riescono a proporre molto altro e la loro terapia è lavorare, farmaci, le cure degli operatori che, almeno in parte, tentano di fare “come se” fossero famiglia. Con il gioco dell’operatore buono ( la psicologa) contro quello cattivo, mentre il Direttore Sanitario sembra più preso dalle sue avventure sentimentali, seppur appena accennate, che a sapere davvero che fare, in un’atmosfera più da Ha da passà ‘a nuttata ( della “Napoli Milionaria” di Filumena Marturano) che di lucidità professionale.

Le due donne riusciranno a curarsi prendendosi cura una dell’altra mentre intorno il mondo corre ad un ritmo che non è loro.

Ritorno sulla sintesi che mi ha regalato il film: le persone feriscono, le persone guariscono. Feriscono i genitori, prigionieri della loro freddezza o anche loro braccati dalla loro malattia ( come la mamma di Donatella, messa in scena dall’attrice Anna Galiena), feriscono gli ex mariti che sono vittime del fascino della malattia mentale, come quello di Beatrice, o gli uomini che si approfittano della fragilità con superficiale brutalità come il padre del bambino di Donatella. Eppoi ci sono le persone che guariscono, come i genitori adottivi di Elia, che senza bisogno di perizie o ingiunzioni dal Tribunale, armati solo di umanità, accettano che una madre possa riavvicinarsi per qualche minuto al suo bambino, possa guardarlo, parlargli, vedere quanto è cresciuto e sorridere, finalmente, del suo amore di mamma. Guarisce l’amicizia, sentimento non meno potente dell’amore romantico, che salva le anime fragili che non trovano spazio in una società spesso incapace di abbracciare i suoi figli.

Altra protagonista di questa storia? La Toscana. Bellissima. Luoghi che incantano e incorniciano perfettamente le scene e la storia, che diventa una caccia al tesoro tra luoghi e ambienti diversi tra loro. Il premio che si vince è sempre l’umanità, confusa o netta che sia.


Pollicino: Tutti noi, ognuno chiuso nel suo malessere

L’Orco: La solitudine e la brutalità

L’arma segreta: L’amicizia che salva


 

Marzia Cikada
Commenti

Scrivi un commento