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I cellulari non hanno occhi. Psicologia e relazioni smart(-phone). – Pollicino era un grande
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I cellulari non hanno occhi. Psicologia e relazioni smart(-phone).

Vicino è meglio che lontano ma non è ancora esserci.

Stephen Sondheim

Ero ad un concerto. L’età media era alta, le persone erano abbagliate dalle luci e dal piacere della musica. Non era di quei concerti da cui si esce sudati e distrutti, piuttosto uno di quelli dove si ascolta da seduti, tamburellando il tempo con il piede. Accanto a me una coppia, matura. Lei non poteva esser chiamata giovinetta per la sola età cronologica ma, a parte il particolare, era frizzante da far trasparire un cuore ragazzino. Lui accanto a lei, seriamente armato della sua tecnologia. Lei non staccava gli occhi dal palco, lui dallo schermo. E quando le note della canzone che lei aspettava sono iniziate, come se avesse comperato il biglietto d’entrata per quel solo momento, è saltata in piedi. Ha preso a dimenarsi, rideva soddisfatta, brillava felice, una meraviglia. Una bimba a Natale tra i pacchi da scartare. Mentre saltellava sul posto, cercava di intercettare la mano di lui. Cercava un contatto, come a volerlo travolgere nel suo momento di esaltazione, come a volerlo far entrare nel suo mondo gioioso. Lo voleva con sé ma lui non c’era. Se ne stava fermo, immobile, composto. Senza alzare neppure lo sguardo a tanta bellezza, lui era altrove. Registrava il brano sul suo telefono, come aveva già fatto con molti altri, con quello stesso telefono con cui aveva fatto foto al palco, inviato messaggi, scritto note sui social.

Ho provato dispiacere per quel tentativo perduto di vicinanza nell’emozione, che non sarà mai possibile ricreare neppure se la qualità del suono di quel brano registrato dovesse essere ottima.

  • Quanto tempo passiamo al giorno facendo danzare il nostro dito sullo schermo di un video?
  • Quante condivisioni e quante tag sono la nostra media quotidiana?
  • Come ci sentiamo se i nostri amici hanno pubblicato più post di noi?
  • Riusciamo a dormire se un nostro post riceve meno di 10 “mi piace”?
  • Mangiamo il cibo caldo o freddo? Insomma, quante foto scattiamo al nostro piatto prima di sferrare l’attacco alla nostra cena?
  • Sappiamo che espressione hanno le persone che ci sono di fronte mentre parliamo?

Nel nostro mondo relazionale, nella professione, ogni giorno, passiamo molto tempo a scrivere, postare, condividere, fotografare per lavoro, almeno alcuni, ma anche per esserci. Si perde, in alcune occasioni, il limite tra chi dovrebbe essere solo uno strumento e il valore di chi invia-comunica e chi riceve la comunicazione.

Se già negli anni ’80 il sociologo canadese Marshall McLuhan  faceva fare un balzo alla conversazione sulla comunicazione affermando che “il medium è il messaggio” oggi parrebbe che lo strumento non solo veicoli il cosa dire ma porti con sé anche il cosa provare, come fosse capace di reciprocità, mettendo in scena  vere e proprie relazioni con il medium, che sia il telefono o il navigatore che accompagna il viaggiatore solitario.

Oggi la tecnologia è entrata in casa violentemente, tanto da dare vita a ristoranti Cell Free (dove non è ammesso l’uso del telefono a tavola) per permettere di salvaguardare uno spazio, come se da soli non fossimo più in grado. Tenere le relazioni al riparo dall’intrusione dello smartphone sembra complicato. Arrivano in aiuto invenzioni come la pepiera che disinnesca il WIFI in casa (vedi video cliccando sull’immagine) per dimostrare che ci potrebbero essere risultati  strabilianti, si potrebbe scoprire che parlare con la propria famiglia sia piacevole.

VideoYouTube

Certo una foto è per sempre. Ma se passiamo tutto il tempo a scattarne per gli altri, perdiamo il momento in cui facciamo nostri i momenti vissuti. Un luogo sarà nella memoria anche per quanto vi eravamo presenti. Odori, colori, emozioni si fanno sfuggenti, si nascondono se il nostro intento è solo quello di rendere il tutto immortale e immortalato in una foto tra le altre 2000 che si perderà nella memoria del nostro telefono.

L’attenzione si perde per prima se mettiamo tra la nostra esperienza diretta e il mondo un mezzo, di cui ci prendiamo più cura che del nostro essere presenti.

Ma è anche vero che  le relazioni spaventano e siamo sempre più fragili, per situazioni ed educazione. Non possiamo proteggere la relazione con l’amico, con l’amante, con il figlio perchè la temiamo in cuor nostro. Potremmo non essere buoni amici, amanti soddisfacenti, genitori competenti. Lo strumento tecnologico, proprio perchè non ha occhi per guardarci, ci da sicurezza. Ci tiene al riparo dalle nostre fragilità con l’illusione di un mondo sorridente e friendly che non ci giudicherà per le nostre mancanze ma metterà “mi piace” alla scelta delle nostre scarpe per il footing. Che poi le mancanze ci siano e siano così spaventose, non è dato sapere se non entriamo davvero in certe relazioni, permettendoci anche di sbagliare sul serio.

Dall’altra parte, sempre più ci allontaniamo dalla relazione con la persona per innescarne una con lo strumento, il mezzo diventa a tutti gli effetti l’altro. Nell’articolo, conversazione con Shetty Turkle, già protagonista di un interessante TED dal titolo “Connessi, ma soli”,  dal titolo “Solitudini in rete” (Psicologia Contemporanea n.252) si affronta proprio il paradosso del legame con la macchina, un sentimento quasi affettivo che ci porta a sentirci attaccati all’oggetto, al desktop del pc come al nostro tablet o smartphone, contenitori delle nostre emozioni, dei nostri segreti, compagni di notti solitarie e del divertimento online.

Ci aspettiamo sempre di più dal funzionamento della tecnologia, è vero. Lottiamo per un modello migliore, ci corrucciamo se il nostro telefono rallenta, mentre dalle relazioni prendiamo e diamo sempre meno. Perchè se abbiamo la sensazione di non essere abbastanza per gli altri, la comunicazione mediata attraverso un oggetto ci coccola, lenisce il nostro sentirci soli.

Non possiamo non dirci tecnologici. Per carità. Sto scrivendo su un Blog, lo posterò sui Social, forse questo post verrà condiviso in rete, oggi muoverò le dita per rispondere a delle email e manderò dei  messaggi via WhatsApp. Ma poi basta. Il limite, la misura è quanto può aiutarci a riprenderci una parte del gusto delle giornate. La relazione con il cellulare è fredda, il video registrato ad un concerto sarà uguale a se stesso per sempre, le emozioni calde che si sono provate in quel momento, nell’esserci, sono rimaste nell’allora che ci siamo persi. La tecnologia è un aiuto necessario, ma dobbiamo essere noi a definire le leggi che governano il nostro rapporto con i mezzi tecnologici.

Ogni tanto è bene staccare la spina, come scrivevo qualche tempo faPrimo passo sarebbe uscire…Non aggiornare il proprio profilo ma respirare fuori da casa, uffici, negozi. Un po’ di aria fresca potrebbe essere la rivoluzionaria novità per evitare lo stress che questo stile di vita può portare è a diversi livelli. C’è tutto un mondo che forse fa paura, ma merita di essere vissuto.

Se ripenso alla coppia di cui parlavo all’inizio, non posso che sperare che in un futuro concerto possano saltare entrambi, che quella mano trovi un compagno e che il telefono possa riposare, terzo tra loro, al sicuro dentro una borsa.

Le persone nascono vicine, è il mondo con la sua educazione e le sue paure che finisce con l’allontanaci. Facciamoci caso.


Pollicino:  Persone in balia dei media

L’Orco: Lo strumento tecnologico che prende il posto della relazione calda

L’arma segreta: Trovare la giusta misura tra online e offline, specie nelle relazioni.
Marzia Cikada
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