Le Premesse dello Psicologo
L’abisso tra le anime non può essere collegato
Da un miraggio della vista o da un volo del pensiero.
Nel profondo di noi stessi restiamo ancora celati
Quando al nostro pensiero dell’essere nostro parliamo.
Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime,
E l’un per l’altro resta il sogno dell’altrui sogno.
F.Pessoa
Il mestiere di Terapeuta non è affatto semplice. Molto dipende dalle premesse che il futuro professionista porta con se, dentro la sua storia personale, pronte ad indicargli il suo personale modo di fare terapia, di stare nella stanza dei colloqui, di usare il setting. Quale che sia il tipo di approccio che verrà poi sostenuto e praticato, lo psicologo deve aver molto chiaro con quale armamentario si presenterà davanti a chiunque chiederà il suo intervento. Perché quando sei studenti, spesso immagini quanto l’immaginario collettivo ti ha in qualche modo insegnato della professione, i film, i personaggi che hanno inventato e portato avanti la ricerca psicologica. Crescendo, di anni e di conoscenze, le distanze si mitigano e dopo anni di libri di psicologia e una sacrosanta fede nel perseguire una specie di obiettivo, alla faccia di tutti quelli che si affannano a farti notare i vantaggi di una adolescenza infinita, vorresti almeno la sensazione che non stai perdendo tempo. Perché la realtà è sempre più faticosa della fantasia, benchè spesso la necessiti per potersi realizzare. Ci si chiede presto quanto sia una questione di fede nei percorsi formativi lunghissimi ( e mai veramente finiti), ci si “misura” per vedere se di potrà essere in grado di farne il proprio lavoro, se si hanno le carte in regola, se si hanno la giusta empatia, preparazione e meticolosità. Essere terapeuti è percorrere una strada difficile, spesso stretta e in salita, che non vedi neanche dove credi di voler arrivare. Viene voglia di sedersi e aspettare che si cambi idea per una professione più immediata, dove non si debba lottare troppo anche solo per poter iniziare. Viene spontaneo uno sbuffo, il dubbio che esista un traguardo dove arrivare.
Personalmente, la prima volta che sono entrata in una stanza di terapia da “protagonista” è stata un disastro. Da perfezionista avrei voluto che tutto fosse ordinato, preciso, senza increspature. La famiglia l’avrei voluta uscita da un manuale, trovarmela davanti preparata a me, a facilitarmi il compito, sapendo già cosa dire, con battute esatte che non mi creassero il problema di pensare. Insomma, come al primo bacio, desideravo avere il compagno perfetto, che non si notasse la mia inesperienza, che non ci fosse nessuna pecca da cui potessero capire che era la prima volta. Invece ho odiato la mia voce, il mio camminare in punta di piedi in un campo minato col timore che nessun artificiere sarebbe stato abbastanza bravo da non farmi saltare in aria. Ho imparato che solo con il tempo si riesce a guardare gli altri per quello che sono e non per il riflesso distorto che ti rimandano della TUA “professionalità”. Cercare nella stanza di terapia la terapia stessa e non il feedback alla propria prestazione, questo lo si riesce a fare solo dopo una considerevole mole di esperimenti e cantonate. Quando finalmente ci si siede su quella sedia non più facendo attenzione al gesto che si fa nel sedersi, all’inflessione della voce o alla direzione dello sguardo, scostandosi il poco che basta a creare una distanza efficace che permette anche allo sguardo di vedere di più, vedere finalmente le storie. Perché entrando in stanza la prima preoccupazione è fondamentalmente personale. Sarò all’altezza?
Poi si impara a vedere che la prima cosa è l’accoglienza di chi abbiamo di fronte cercando di vedere come portare il paziente ad accettare tutte quelle sue parti ritenute inaccettabili, trasformandole in integrate e funzionali, utili al suo benessere. Bettelheim scrive in “Il Mondo Incantato” che “una creatura deve essere amata prima ancora di essere amabile” ma arrivare a quell’amore non è affatto immediato. Perché alla fine è sempre una questione di amore. Centrati sulle proprie difficoltà, giovani terapeuti possono perdere di vista il contesto (chi abbiamo di fronte è venuto da noi per un aiuto e questo non solo lo pone in una posizione di “debolezza” ma lo mette in condizione di desiderare che il terapeuta sia all’altezza e tante piccole imprecisioni dello stesso possono venire accettate senza puntare il dito). Sviati dalle incertezze, si veste il paziente da genitore e gli si propina una litania di “Mi vuoi bene? Sono stata brava? Tornerai la prossima volta a trovarmi?” .
Nella stanza di terapia ci si trova in una moltitudine, non solo il terapeuta e chi chiede l’incontro, ci sono anche le loro rispettive aspettative. La psicoanalista Marysa Gino, autrice di “Ritmo e setting. Psicoterapia psicoanalitica «Once a week» ” della Borla, parla di “trattabilità” del paziente. Definisce con questo concetto una area che si costruisce con il tempo nell’incontro con l’altro, una area condivisa dove si riflettono tutte le esperienze difficili esperite nella storia del paziente, contemplando in questo spazio anche la fiducia, spesso mancante, che circonda il rapporto con sé e l’altro. Creare la trattabilità rende possibile cominciare il processo della comunicazione all’interno dello spazio-tempo del setting tarato sul singolo paziente, secondo i suoi limiti e la sua tolleranza, nel definirne distanze ( o vicinanze).
Venturini nel testo “Coscienza e cambiamento” del 1993, parla di comprensione del paziente come capacità di ascoltare che si fonda sulla “osservazione partecipante e come obiettivo l’atteggiamento e la pratica dell’empatia.” Definendo l’ascolto secondo la distinzione di Barthes in un ascolto che faccia attenzione alla ” significanza stessa del parlare” che ascolti il desiderio dell’altro, riconoscimento che, dice l’autore “non potrà avvenire nella neutralità di un atteggiamento da naturalisti” ma ” implica addentrarvisi, precipitarvi, condividerlo. L’ascolto esisterà solo a patto di accettare questo rischio,” poiché “il paziente non è un oggetto scientifico di fronte al quale l’analista, dall’alto della sua poltrona, possa premunirsi di oggettività.”
Ma arrivare a costruire il proprio modo di fare il terapeuta non è cosa facile. Anche perchè il giovane terapeuta inizialmente si rifugia nei libri e nel confortante piacere dello stereotipo. Niente di meglio della certezza del “Se…..allora….” per farsi forza in un momento di dubbio. Quindi, entra in stanza e già una parte della storia è stata scritta. Ancora prima di guardarli in faccia, di sapere i loro nomi, il giovane terapeuta mette tra se e i suoi pazienti le sue cose, come da una valigia le prende e le posiziona nel mezzo ed ecco perchè diventa fondamentale sapere quale tipo di “cose”, di premesse contiene la valigia di tutti. Sono molte le attenzioni che bisogna fare, cercando di non contaminare con quello che già si ha in mente la storia che viene narrata per la prima volta. Casement ( “Apprendere dall’esperienza” 1989, Raffaello Cortina, Milano) dice che il requisito necessario ad un buon ascolto, anche in questi casi di tipo psicoanalitico, è la capacità di sopportare il momento in cui non si ha una immediata interpretazione ( o rimando o ridefinizione) da porgere al paziente. Andare oltre quella frustrazione permette di non anticipare ed entrare in relazione con il paziente ad un livello maggiormente empatico, condividendo i bisogni, i racconti, i pensieri per poi poterli tradurre tramite la propria conoscenza teorica. Bion (“Letture bioniane” 1987) suggerisce di mettere da parte la memoria personale del terapeuta come quella del tempo futuro “dimenticali entrambi, sia quello che sapevi sia quello che vuoi, in modo da lasciare spazio ad una nuova idea. Forse sta fluttuando nella stanza in cerca di dimora un pensiero, un’idea che nessuno reclama“
E anche quando sembra che si sia andati oltre e la relazione terapeutica si sta instaurando, non è detto che si trovi poi la la disponibilità che ci si aspetta dal paziente. La volontà ad affidarsi alla terapeuta e alla terapia o almeno ad una delle due. C’è però anche la controparte. Non solo quanto la famiglia è “trattabile”, quante porte ci aprirà, ma anche quanto la terapeuta sarà in grado di accoglierla. Non sempre può essere amore. Il mercato della domanda e dell’offerta vale, con i giusti scostamenti, anche in questo caso. Il primo incontro è nuovamente un prendersi in esame, vagliare la propria storia incrociandola con quella che troviamo di fronte, calcolarne le affinità. Dalla valigia del terapeuta spuntano le domande del dubbio. “Potrò veramente essere utile a questa famiglia? Non sono troppo uguali a me? Non sono troppo diversi da quello che ho vissuto tra le mie mura domestiche?Questo tamburellare di disapprovazione che provo per le parole di questo padre non sarà per me un limite? Questa voglia di prendere tra le braccia questa ragazza, di schiaffeggiare questa madre, di rincuorare questo ragazzo non sarà un vizio per la terapia?” Riconoscere queste perplessità è l’inizio di un nuovo lavoro che coinvolge il terapeuta attraverso la famiglia e la famiglia nella misura in cui il terapeuta le saprà affrontare. L0obiettivo è sempre quello di cambiare le relazioni in modo tale che il sentimento di appartenenza alla propria storia e famiglia sia ricostruito, la storia narrata nuovamente. Poi, ” l’ulteriore crescita e differenziazione del paziente avverrà spontaneamente grazie al bisogno che ogni essere umano ha di esplorare il mondo e tracciare il proprio progetto esistenziale. Lo sforzo del terapeuta sarà quello di aiutarli a eliminare gli ostacoli che invischiano la relazione e impediscono la relazione da persona a persona (e non da ruolo a ruolo).” secondo quanto viene affermato da Canevaro in ” La terapia individuale sistemica con il coinvolgimento dei famigliari significativi” nel testo “Le relazioni e la cura” del 2008.
E dopo, quando il lavoro terapeutico sta volgendo al risultato e dalla valigia che tiene sulle ginocchia il terapeuta ha già affrontato quanto tirato fuori come rischi del mestiere, trappole, dubbi e mancanze, vi si trovano due diversi modi di affrontare la terapia. Da una parte il desiderio di essere ricordati come chi salvò la famiglia, persona, coppia dall’altra quello di venire dimenticati lungo la strada che la famiglia, persona, coppia riprenderà dopo la terapia, una volta nuovamente “sola”. Nella mia esperienza lavorativa ho sempre desiderato e recitata come una preghiera la mia “dimenticanza” ritenendo sia dovere del terapeuta rendersi lentamente inutile , combattendo il rischio che si corre in tante terapie, dove la profonda empatia affettiva e il senso di approvazione che il paziente vive in stanza finisce con il rafforzargli il pensiero che bisogna essere amati e approvati da tutti, abbassando il proprio livello di tolleranza alla frustrazione e il convincimento che ce la può fare da solo, che deve essere aiutato dagli altri anzi dal SUO terapeuta. Vivo con timore il ruolo di Guru. Mi viene in mente il piacevolissimo libro di S. B.Kopp “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo” edito dalla Astrolabio. In questo testo del 1975, si mostra il mito del terapeuta, come quello del maestro, del guru o del sacerdote, come un mito da superare, da “uccidere” per potersi assumere le proprie responsabilità rispetto la propria vita e le proprie scelte. Superare il genitore interiore, l’immagine stessa di autorità degli altri per diventare noi stessi adulti. L’aiuto che il terapeuta costruisce con il proprio paziente è quindi il mezzo ma non il fine del suo ritrovato benessere, superarlo ci porta a riconoscerli come compagni di strada importanti ma che non vanno mitizzati, figure importanti quanto provvisorie durante il complesso percorso ad una vita soddisfacente. Ma quanto è grande nello stesso terapeuta la paura di lasciare che la famiglia, la coppia, l’individuo incontrato in terapia vada da solo, sulle sue gambe, per il mondo? Soffre il terapeuta che definisce il paziente come soggetto autonomo in una terapia che favorisca il processo di ricerca, indicando al soggetto (individuale o familiare) i modi di una “autoguarigione”, nel definire lo stesso paziente una sorte di co-terapeuta co-responsabile versus una direttività eccessiva che potrebbe sviluppare una prepotente relazione di dipendenza dalla terapia stessa. La terapia si trasforma quindi in maieutica, la realizzazione di un processo autopoetico co-costruito dove la persona che incontra il terapeuta deve “solo” ( non mi soffermerò ora sul peso di quel “solo”) trovare la via per riprendere il viaggio, senza possibilmente essere accompagnato troppo a lungo, evitando il rischio che creda siamo stati noi a disegnargli il percorso, privandolo del riconoscersi la fatica fatta.
Ad un nuovo incontro terapeutico ci si presenta carichi di esperienze pregresse e le storie si intrecciano in una comune da cui trarre quanto più possibile percorrendo un cammino impervio. Un viaggio durante il quale dal finestrino si potranno ammirare paesaggi differenti e inattesi, tanto che capita che a certe stazioni si cercherà di non scendere. Ma mai andare oltre la propria fermata.
Pollicino: Il Terapeuta
L’Orco : Le proprie premesse
L’arma segreta : Le proprie premesse



