Privacy Policy Sulla riapertura dei Manicomi - Pollicino era un grande
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Sulla riapertura dei Manicomi - Pollicino era un grande
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Sulla riapertura dei Manicomi

L’ottica dei pazzi è da prendersi in seria considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli. 
Pier Paolo PasoliniScritti corsari, 1975

Le parole sono importanti. E’ vero. Così come o giri di parole sono spesso fuorvianti, dicono quello che nessuno vorrebbe sentirsi dire ma con la cura di camuffarlo per renderlo socialmente appetibile. Bisogna fare attenzione. Molta. Perchè è con le parole che si sta giocando per tornare a giocare con le persone. Se ne parla da anni. Ora esiste. E’ un testo, si chiama “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” ed è stato elaborato dall’on. Ciccioli(PDL).

Di cosa parla?

Di riapertura dei manicomi. Certo facendo attenzione a non dirlo mai. Se non lo dici non c’è.  Ma cosa sono i manicomi? Una brutta storia, di quelle che non volevamo più o che ci eravamo illusi di non dover mai più raccontare. Una storia nata in Italia nel secolo XV, inizialmente voluta da ordini ecclesiastici, medici, amministrazione e chiusi nel 1978 con la legge 180, la Legge Basaglia. Una storia che oggi sta vedendo la scrittura di un nuovo capitolo, quello dei 12 articoli elaborati da Ciccioli, dove i cambiamenti richiesti sono da avere chiaramente presenti, riconoscendone la valenza terribile.

Primo, si torna a usare il concetto di assistenza psichiatrica dove si parlava di Salute Mentale. Non è difficile sentire il suono diverso delle due parole. In questi articoli si parla di come organizzare i servizi a livello regionale, con ampliamento delle competenze dei DSM e di come questi dovrebbero essere monitorati da speciali Agenzie per  “la prevenzione e la programmazione socio-sanitaria”. Si parla di prevenzione nelle scuole e negli ambienti di lavoro, di attività di cura in ambito ospedaliero, territoriale, residenziale e semiresidenziale, attività che si dovrebbero occupare anche delle doppie diagnosi e di quelle definite psicopatologie di persone “appartenenti ad altri contesti etnici”. Ma gli articoli da leggere con più attenzione son il  4 e il 5.  Si vuole infatti permettere che qualunque medico del Sistema Sanitario Nazionale abbia la possibilità di internare qualunque persona che ritenga necessario a seguito di valutazioni diagnostiche, decretando che tali accertamenti abbino un valore  prevalenti sul diritto alla libertà.

Abbiamo poi la modifica dell’attuale T.S.O. con la possibilità del prolungamento dei tempi di permanenza e un importante nuovo battesimo,  un cambio tecnico da “obbligatorio” a “necessario”, diventando di fatto un T.S.N.  Se “obbligatorio” sottolinea il valore di coercizione che in qualche modo spingeva lo Stato a farsi carico  della tutela della persona, il temine “necessario” sottolinea come sia impossibile fare altrimenti, lo dice il medico, lo psichiatra, magari la famiglia o il tutore ( figure che possono agire senza il consenso del paziente) e non è ritenuto opportuno ascoltare la persona con malattia mentale. Una sorte di giustificazione alla possibilità di internare per supposta pericolosità, tornando ai fausti della psichiatria manicomiacale.

Troviamo anche l’istituzione del T.S.N.E.P. (trattamento sanitario necessari extraospedaliero prolungato) che si dovrebbe tenere in “luoghi ad hoc” e della durata di 6 mesi su proposta dello psichiatra con disposizione del Sindaco e approvazione del Giudice Tutelare. Perchè, chi viene sottoposto al trattamento, avrà l’obbligo di essere seguito da un Amministratore di sostegno. Sono d’accordo con Benevelli che sottolinea come sia riduttivo trasformare in Tutore “la figura dell’Amministratore di sostegno nata invece come appoggio responsabile e competente ai percorsi di empowerment e di recovery, cioè ai percorsi di ristabilimento e di guarigione”. L’introduzione obbligata della figura di puro Tutore stravolge il tutto, riducendo la progettualità e trasformandola in controllo.

Cito ancora l’ Art 5  rispetto al trattamento che si sviluppa “senza consenso del paziente (…) in strutture diverse da quelle previste per i pazienti che versano in fase di acuzie. Ha la durata di sei mesi e può essere interrotto o prolungato nelle comunità accreditate e nelle residenze protette”. Anche in questo caso, “Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato è finalizzato a vincolare il paziente al rispetto di alcuni principi terapeutici”.  Appare chiaro che il tema del consenso, che rappresenta lo spazio di contrattazione e relazione con la persona viene soppiantato in toto dalla necessità. Significa sottrarsi alla possibilità del conflitto e dell’incontro  con il paziente, significa togliergli la possibilità di replica sulle decisioni che vengono prese sulla sua vita. Cancella lo spazio per un rapporto di fiducia,         istituendo quello dove è possibile internare, possibilmente nel privato, e sancisce il ritorno al “semplice” modello biomedico.

Il tutto viene imposto alle Regioni, cui viene tolta l’autonomia che il federalismo ha riconosciuto sottoponendole a uniformità di proposte e commissariamento se inadempienti. Vengono ridistribuiti i servizi, stabilite nuove politiche di prevenzione,  un nuovo lavoro nelle carceri, il tutto, ma non mi soffermerò su questo, finanziato utilizzando solo il 7% dei LEA ( Livelli Essenziali di Assistenza), una somma che per ridefinire tutto il sistema parrebbe irrisoria.

Se in questa proposta di legge, approvata in sede di Commissione Affari sociali della Camera (il 17 maggio 2012), viene valutato il diritto della famiglia all’informazione,  dove sono i diritti delle persone con disturbo mentale? Dei cittadini con problematiche psichiatriche? Quali trattamenti si andranno ad attuare in questi luoghi? Come si conterranno le persone? Se tanti poteri vengono attribuiti al solo medico curante, compreso il dovere di visita a casa se manchevole agli appuntamenti, dove sono tutte le altre figure che gravitano intorno alla malattia mentale? 

Molti sono gli appelli che stanno partendo da parte di DSM e non solo contro questa involuzione.  L’Unasam  (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale) contesta attraverso una lettera della presidente, Gisella Trincas, indirizzata al presidente della Commissione,  al presidente della Commissione d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del SSN e  al ministro della Salute, al premier Mario Monti, al presidente della Camera e  ai capigruppo di Camera e Senato. I  direttori degli 8 Dipartimenti di salute mentale dell’Emilia Romagna  hanno redatto un appello dal titolo “L’unica cosa di cui non abbiamo bisogno” ritenendo la reintruzione di strumenti obbligatori non  utile, in quanto “non produce salute e può avere pesanti conseguenze in termini di allontanamento dai processi di cura”. E questo solo per segnalare alcune delle mobilitazioni intorno alle proposta.

In un momento storico dove ci sono movimenti per dare un valore alla persona con diagnosi psichiatrica, chiedendo di vedere il mondo anche con gli occhi del malato, cercando di coinvolgere quanto definito “pazzia” nel mondo e non di estirparlo e allontanarlo dalla comunità, questo ritorno a mezzi coercitivi, che superino la libertà della persona, fanno pensare e spaventano.  Proprio in questi giorni ( domenica 17 giugno) c’è stata, a Torino, la parata del Mad Pride con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità sulla possibile convivenza, se non arricchimento che la presenza anche dei malati psichiatrici rappresenta per tutti. Un modo per parlare di quello di cui non si vuole parlare, di renderlo parte della realtà e non isola terribile dove relegare l’innominabile.

Parlando di “matti” di eccezione viene in mente il volto di Ada Merini e le sue parole “La verità è sempre quella, la cattiveria degli uomini che ti abbassa e ti costruisce un santuario di odio dietro la porta socchiusa. ” 

** E’ possibile firmare la petizione contro  la riapertura dei manicomi e i 12 articoli di Ciccioli  cliccando qui.**

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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