L'Abbecedario del Terapeuta – E come Elasticità
L’uomo ragionevole si adatta al mondo; l’irragionevole insiste nel tentare di adattare il mondo a sé. Quindi, ogni progresso dipende dall’uomo irragionevole.George Bernard Shaw
Nel mestiere dello psicologo, capita che, dopo aver appreso, sia necessario dimenticare di sapere.
Ecco come spesso lo psicologo può riuscire meglio nel suo lavoro. Dimenticando per trovare le parole giuste, il giusto modo, il giusto approdo per la barca che conduce in mari ogni volta diversi.
Se la rigidità raramente aiuta a trovare le risposte, così anche per il terapeuta l’elasticità diventa un valore da tenere a mente. Senza voler suggerire un buffet troppo eclettico e confuso, quello che si ritiene opportuno è il bisogno di essere flessibile, capace di tendersi e trasformarsi in un buon trampolino per le persone che incontra. Tutti abbiamo visto un trampolino, perché funzioni deve poter ondeggiare, accompagnare, fare in modo che sia ottima base al salto.
Questo equivale a non dover avere un metodo o un approccio? Assolutamente no.
Ho impiegato molti anni a specializzarmi, studiare, fare mio un metodo, quello sistemico relazionale che ritengo tutt’oggi valido nella mia pratica privata. Ma proprio per questo, capisco come gli occhiali che una teoria può offrire al nostro occhio, naturalmente carente e imperfetto, regalano una prospettiva ma non sempre sono la realtà tutta, che per essere completamente compresa spesso necessita di altri occhiali, di altri sguardi, di altre parole.
Accolta dentro di sé una teoria si può trasformare in una utile griglia di lettura, consapevoli però che per vedere alcune cose ne tralasceremo altre, che questa di rassicurerà in alcuni punti ma non ci sarà di aiuto in altri.
Ecco che, più in fretta possibile, diventa fondamentale che l’approccio che si utilizza non si trasformi in una gabbia entro la quale infilare, anche a forza, tutto quanto si vede, ma che sia uno sfondo, capace di cambiare, di fare spazio ad altro, di ascoltare e di fare un passo indietro laddove sia necessario altro.
Il dogma è materia da religioni, che in quanto tali sono legate (religione, dalla pur discussa etimologia, vede uno dei suoi significati dal latino “legare”), non hanno la libertà di movimento che serve quando si lavora con le persone e le loro storia.
Purtroppo, ma di certo non sempre, può capitare che un pur bravissimo professionista, preparato e corretto, non riesca ad uscire dalle sue assunzioni teoriche e finisca con voler mettere lo stesso vestito a tutti quanti incontri.
Una posizione teorica rigida però finisce con il mettere in difficoltà il rapporto tra lo psicoterapeuta e l’altro perché non sempre si presentano storie esattamente come quelle di cui abbiamo bisogno. E non è possibile cambiarle per renderle “adatte” al nostro modo di vedere il mondo. Un libro interessante sul tema è quello di Salvini, Fiora e Padrabussi “Pluralismo teorico e pragmatismo conoscitivo in psicologia della personalità” del 1988. In questo testo si discute di come lo psicologo vede attraverso le sue teorie e procedure conosciute, che costruiscono la sua idea di realtà da indagare creando possibili problemi, trattandosi di storie soggettive e difficoltà per questo sempre diverse e speciali. Si propone quindi l’idea di un “pluralismo pragmatico” che sia ricco benché, chiaramente, legato al proprio metodo e “realismo interno” ma capace di abbracciare realtà anche diverse.
Questo non significa un prendere da ovunque, fino ad un eclettismo anche eccessivo.
Sarebbe bene mantenere una certa elasticità nell’accogliere situazioni e soggetti diversi, provenienti da contesti diversi e con diverse domande da porre alla relazione terapeutica.
In merito a questo, mi viene in mente una storiella suggerita dallo psicoterapeuta strategico Giorgio Nardone (2000) in diversi suoi testi.
In questo caso, l’ho ritrovata online in un sito di meditazione – ho selezionato sono una parte della lunga storia. Riproporla in questa sede, vuole essere un modo per ragionare insieme sul limite che ogni prospettiva pone a chi se ne fa portatore, non solo in stanza di terapia ma nella vita di tutti i giorni, nel dare giudizi affrettati, nel prendere posizioni senza ascoltare gli altri né tanto meno accettare le possibili sfumature del caso.
L’idea non è non avere un punto di vista, ma sapere che non sempre questo darà modo di osservare quanto rende speciale e specifica una situazione o persona, quindi è bene restare consapevoli del fatto che scegliamo sempre cosa e come guardarlo e ci sono sempre altri cosa e altri come a disposizione per permetterci di avere un’idea più vicina alla realtà dell’oggetto osservato.
Vi lascio con la storiella:
Un re in un tempo molto antico, in questa stessa città mandò a chiamare tutti coloro che erano nati ciechi. Dopo che questi si furono raccolti in una piazza mandò a chiamare il proprietario di un elefante a cui fece portare in piazza l’animale. Poi chiamando a uno a uno i ciechi diceva loro: questo è un elefante, secondo te a cosa somiglia? E uno diceva una caldaia, un altro un mantice a seconda della parte dell’animale che gli era stata fatta toccare. Un altro toccava la proboscide e diceva il ramo di un albero. Per uno le zanne erano un aratro. Per un altro il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva scambiate per le colonne di un tempio, chi aveva toccato la coda aveva detto la fune di una barca, chi aveva messo la mano sull’orecchio aveva detto un tappeto. Quando ognuno incontrò l’altro dicendo quello a cui secondo lui somigliava l’animale discutevano animatamente perché ognuno era convinto assolutamente di quello che aveva toccato. Perciò se gli chiedevano a cosa somigliasse un elefante diceva l’oggetto che gli era sembrato di toccare. Naturalmente se uno diceva un mantice e l’altro una caldaia volavano gli insulti perché nessuno metteva in dubbio quello che aveva sentito toccando la parte del corpo dell’elefante. Il re vedendoli così convinti della loro sicurezza e litigiosi si divertiva un mondo……
Non diamo modo a nessun re di ridere del nostro bel lavoro.<
Utilizziamo con elasticità le nostre teorie. Accogliamo il saggio e umile dubbio di poter avere torto, che possa esserci altro maggiormente utile. Ogni volta confrontandoci con i colleghi di altre scuole, non avendo paura di accogliere suggerimenti e altri sguardi.
Allora si che ci appresteremo a preparare il miglior salto verso il benessere per le persone che incontriamo, nei nostri studi e nelle nostre vite.
Pollicino: Il terapeuta
L’Orco : Il Dogma della Teoria
L’arma segreta : Coltivare una certa elasticità, pur consapevoli del proprio metodo.



