Top
"Project Unbreakable" fotografare la violenza per vincerla. – Pollicino era un grande
fade
1218
post-template-default,single,single-post,postid-1218,single-format-standard,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

"Project Unbreakable" fotografare la violenza per vincerla.

E se prima la fotografia era la vita quando assume un forte significato emotivo e simbolico, ora la foto diventa qualcosa che prende significato in quanto condivisione, e non come scatto in sé.
Roberto Cotroneo

L’arte può aiutare la guarigione di una ferita profonda, profonda come la violenza sessuale? Grace Brown se l’è chiesto e la sua risposta è stata “SI!” per questo ad Ottobre del 2011 ha cominciato a fare foto a persone, per lo più giovani donne, sopravvissute a violenze sessuali. Una per una, queste giovani donne tengono ben visibile un cartello con su scritto, da loro stesse, con la loro scrittura, una frase detta al momento della loro violenza dai loro aggressori. Frasi come ” Sei così morbida”, ” Non è possibile tu sia vergine”, “So che lo vuoi…” e altre ancora, vengono riportare su carta, prendono corpo dalle vittime di ieri, che l’obiettivo trasforma in “Ubreakable”, indistruttibili.  Proprio questo è li nome del progetto di Grace “Project Umbreakable“. Le foto che si vedono sono nate da una richiesta delle vittime, è possibile scrivere una email a Grace e chiederle di essere fotografata con il proprio cartello. L’obiettivo del progetto è aumentare la consapevolezza nelle vittime, incoraggiarle ad uscirne attraverso l’arte della fotografia.  Del progetto ne parlano voci come quelle di Glamour, TIME, The Huffington Post eThe Guardian. E la storia di quello che vuole significare il progetto è raccontata dalla stessa Grace in un video su YouTube. Una ragazza giovanissima con un grande desiderio,quello di dare voce a tante vittime ( ogni due minuti in America, dice, una donna subisce una violenza di natura sessuale) che non riescono a dimenticare, liberandole con le foto che scatta di quelle parole, di quel dolore di cui sono state vittime.

Gli aspetti che si mischiano in questo delicato e meritevole progetto sono tre. Tutti importanti e significativi dal punto di vista della psicologia. C’è la reazione delle vittime di violenza, un mezzo espressivo come l’immagine, la fotografia e la narrazione di un trauma, la trasformazione di una emozione in una storia condivisibile.

Prima ci sono delle vittime.  Negli episodi di violenza, un ruolo fondamentale e terribile, lo gioca il senso di colpa che si prova a non aver trovato la maniera di evitare l’accaduto, ( forse non ho detto “NO” abbastanza, scrive una vittima). La vittima che si sente corresponsabile di quanto le è accaduto continua a chiedersi come avrebbe potuto agire altrimenti, magari bastava fare una strada di poco più illuminata o non sorridere ad uno sconosciuto ad una festa. L’ossessione della colpa rende da una parte difficile andare oltre, anche se in parte, immaginare alternative al fatto, permette di lasciare uno spazio di possibilità mentale, una finestra sul mondo in cui non è accaduto quanto invece si è subito. Inoltre, ricordiamo che nei momenti della violenza, spesso reagire con violenza stimola maggiormente i comportamenti aggressivi dell’aggressore e che la paura di morire, la minaccia è sempre presente, bloccano per la paura molte reazioni.

La violenza, peggio se agita nelle mura domestiche, spoglia la vittima del suo valore ai suoi stessi occhi, la vittima si isola, si sente un nulla e spesso non si ha nessuna forza per reagire, denunciare, curare la propria autostima ferita. Il dolore viene rimosso, nascosto nel tempo, e ci si adatta, per sopravvivere, a quello che è accaduto. Ma di certo lo stile di vita cambia nelle vittime, la fiducia negli altri è difficile da rianimare, i rapporti futuri sono minati alla base dal trauma vissuto, la vittima si sente ancora e sempre una vittima.  Spesso solo un sostegno psicologico adeguato può sostenere la ripresa di una vita soddisfacente, il recupero della propria esistenza, il sentirsi di nuovo un essere umano, con i suoi valori e desideri.  Perchè sia possibile sono molte le strade da percorrere, il trauma si deve poter superare. Una buona resilienza in questi casi è elemento positivo per resistere al dolore vissuto. La resilienza va nutrita con attenzione e cura, con l’aiuto dell’ambiente in cui si vive,  perché possa continuare a resistere.

Potremmo sostenere che il progetto di Grace Brown migliora la resilienza delle vittime? Parlando del potere della fotografia arriviamo al secondo aspetto importante di questa idea. L’immagine evoca. L’immagine si può toccare, è un sentimento visibile e definito, rende reale quanto di è provato al momento della fotografia, lo immortala. Spesso le foto vengono usate in terapia, come modo per riallacciare storie che si sono perse, ritrovare il filo della propria vita, rivedendo emozioni scattate nel passato nella loro vivida espressione. Nella relazione d’aiuto, in terapia, spesso utilizzo il potere narrativo dell’immagine. Quello che resta impresso in una foto scatta ad una delle indistruttibili che possiamo vedere nel sito, è l’emozione di rivalsa, l’intensità dei loro sguardi è data dal sentirsi capaci di rivivere il peso delle minacce, delle frasi terribili che hanno dovuto sentire e rendendole visibili, tattili, nero su bianco, le trasformano in frasi che possono poi essere allontanate da se, ormai fuori, non più dentro. Un cartellone trova scritto la frase in cui, il violentatore, ordina alla vittima di mantenere un segreto, “sarà un segreto tra noi due”. Riuscire a fare quella foto permette al segreto di diventare accusa contro la violenza, libera la vittima dal peso di quel fardello comunicando a tutti quelli che guardano come certi segreti vadano svelati, come le parole della violenza possono diventare un boomerang contro chi le emette, se si riesce a liberarsene.

La fotografia diventa narrazione. Questo è il valore tutto speciale di questo progetto. La narrazione ha una valenza terapeutica riconosciuta. E.Polster scriveva “Ogni vita merita un romanzo” (1988, Astrolabio editore), sottolineando come raccontare la propria esperienza di vita sia terapia. E la fotografia si trasforma in valido strumento di narrazione in questo progetto. Perchè narrando quanto si è vissuto ci si sente più efficaci, migliora la percezione di sé, la propria self efficacy appunto, il sentirsi capaci di adottare un comportamento adeguato e necessario. Si torna a sentire di poter decidere, di avere il controllo sulla propria vita, le difficoltà vengono fronteggiate in maniera più sicura, la propria capacità di coping aumenta. Quando si riprende la storia della propria vita, si ricostruisce il senso di quanto si vive, si prende il potere sulle ferite che sono stata inferte, si guarda il proprio trauma con occhi nuovi, meno deboli, meno spaventati e si integra il proprio passato con il presente, in cerca di un futuro da vivere. Un futuro che sia forte di quanto si è riuscite a superare, che faccia sentire, delicatamente indistruttibili.

<http://www.pen

Pollicino: Chi ha vissuto una violenza sessuale
L’Orco : Chi usa la violenza come espressione di sé
L’arma segreta :  Riprendersi la propria storia con uno scatto fotografico e liberarsi delle parole dolorose
Marzia Cikada
Commenti

Scrivi un commento