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Andare VIA, il bello della possibilità evitando l’effetto Dustin Hoffman – Pollicino era un grande
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Andare VIA, il bello della possibilità evitando l’effetto Dustin Hoffman

 “L’inizio è sempre oggi.”

Mary Shelley

 

uomomondo

Molto di quello che credo di sapere l’ho imparato da giovane.

Erano i primi anni della mia università. Non erano gli anni dell’oro, economicamente parlando. Quindi, desiderando leggere e avendo quella “malattia” che mi libera da altre dipendenze moderne, avevo deciso che per ogni esame che superavo mi sarei regalata un libro. Un tascabile, non badavo a spese. Così la fatica dello studio pregustava il momento in cui sarei entrata in libreria per scegliere il dono. Segnavo poi la data e il numero dell’esame nell’ultima pagina del libro, facendo attenzione che mi si nascondesse il prezzo.

Così scoprii molte delle mie letture di quegli anni. Tra cui Daniel Pennac, scrittore francese. Fu un compagno di letture per un po’, ma poi lo persi, scoprendo che molti autori parlano la nostra lingua solo in un lasso di tempo definito e che non è poi così triste. Feci molti esami per mettermi in paro con i libri che non avevo e un giorno scoprii che veniva a Roma. Non potevo perdermi il suo intervento quindi presi una pausa dal lavoro che stavo facendo e mi infilai svelta nella corposa folla che lo attendeva. Parlò di cose che ancora ricordo ma due concetti in particolare mi hanno accompagnato da allora. Il secondo riguarda altro che finirà forse in un altro post ma il primo si può sintetizzare nelle sue parole di allora (ho una buona memoria, e una penna veloce nel prendere appunti ):

“Quando smetti di imparare vai VIA da scuola”.

Daniel Pennac, intervento a “La Sapienza”  di Roma

(appunto della scrivente)

Allora, come accadde anche in seguito, mi intestardivo sulle cose.  Dovevo ancora imparare a lasciare andare. E dovevo imparare perchè ero acerba nel mondo e questa è un’arte delicata che va perseguita con diligenza e una certa maturità. Non parlo del “mollare” le cose, del non perseguire obiettivi se risultano difficili, di arrendersi quando le cose non vanno. Ma di sapere quando è bene lasciare, allontanarsi da quello che non funziona per intraprendere strade migliori.

Lasciare quello che si ha per l’incognito, fa paura. Ma non può entrare nulla di nuovo se non gli facciamo spazio togliendo qualcosa.

Quanti sono capaci di farlo? Quanti riescono a interrompere qualcosa non perchè completamente sbagliata, ma perchè non più adatta a quello che siamo? Occorre attenzione a quello che si è, a quanto si sta dando e a quello che vogliamo ottenere. E se pure possiamo poi stupirci dei risultati, quanta paura nel fare quel passo, quel singolo passo che ci porta VIA.

Non è facile seguire questa utile indicazione. Perchè quello che non conosciamo ci spaventa. Capita che si facciano delle scelte che reputiamo buone per noi e lo sono, nel più dei casi, nel momento in cui le facciamo. Ma poi? Quando noi, il mondo, i nostri bisogni cambiano, sappiamo cambiare le nostre scelte?

Sappiamo lasciare il lavoro che non ci soddisfa più? Mentre prima ci faceva sentire appagati.

Sappiamo chiudere la relazione che ci affatica? La  stessa relazione ( un amico, un amore, un collega) che prima ci riempiva di pace?

Sappiamo lasciare la città che ci rende prigionieri? Quella stessa città che ci faceva sentire ospiti di onore e che ci faceva sorridere al mattino?

Sappiamo lasciare andare quanto non ci rende più felici per scoprire come possiamo esserlo di nuovo? 

Troviamo un progetto, ci dedichiamo tutti noi stessi e ne siamo grati. Perché impariamo, scopriamo moltissimo di noi, sviluppiamo competenze che ci arricchiscono, diventiamo più sicuri, non ci interessa dedicargli più ore di quelle previste, è la nostra professionalità che ce lo chiede e la passione che ci porta a scoprirci migliori dedicandoci a quello che facciamo. A volte dura anni, decenni. Poi qualcosa cambia. Spesso siamo noi, altre volte il luogo dove lavoriamo, il progetto a cui di dedichiamo, il team di cui facciamo parte. Quasi sempre è un insieme di cambiamenti da entrambe le parti in un mondo che non è mai lo stesso anno dopo anno. Lentamente, ci rendiamo conto che le ore che passiamo lavorando ci pesano, i difetti dei colleghi ci innervosiscono, quel brivido che ci faceva dire “sto imparando” si spegne, tutto diventa solo una sveglia che suona perché dobbiamo alzarci e andare. Allora iniziamo a dormire meno bene e a svegliarci meno allegri, le scadenze le affrontiamo all’ultimo momento e  aspettiamo con ansia il suono della campanella, la fine della giornata, la libertà pur vigilata da quelli impegni che sono ora catene.

valigiaCome quando si andava a scuola, il momento in cui sappiamo che la giornata è finita è il momento migliore del giorno, ma dura poco perché poi si ricomincia.

Renderci conto di quando è abbastanza è un servizio che rendiamo a noi stessi.

In ogni caso il primo passo  è il più difficile.

Perchè ci porta a guardare il cosa eravamo prima e il cosa siamo adesso. Perchè abbiamo paura a tradire noi stessi e  a sembrare dei traditori a chi era vicino nelle nostre scelte. Ma non saremmo più ingiusti nel restare in un posto che non ci appartiene più? La vita ci cambia e quel cambiamento possiamo combatterlo, metterlo a tacere o seguirlo con la sola fede che non delude, quella in noi stessi. Consapevoli di quello che vogliamo, possiamo accettare la possibilità di un fallimento come quella di una vittoria. A volte “basta” rivoluzionare il nostro modo di lavorare, di amare, di stare in un gruppo. Se chi è in relazione con noi ci tende la mano possiamo farcela già così. Ma con il bene aggiunto di una nuova consapevolezza.

Se i nostri bisogni non trovano posto a sedere con gli altri, allora è bene andare via. Iniziare una nuova avventura. Fare il punto su cosa abbiamo da parte tra le nostre risorse e partire.

Il sole non è mai così bello quanto nel giorno che ci si mette in cammino.
Jean Giono

Trasformare la nostra vita è un dovere quotidiano. Ma prima di fare la rivoluzione cerchiamo di fare una buona lista della spesa.

Cosa succede dopo? Dopo che si è lasciato il lavoro, interrotta la relazione, dopo che si è usciti da quello che si conosceva? Il pericolo, se non facciamo le cose per bene, è l’effetto Dustin Hoffman. Ritrovarsi, dopo aver lasciato qualcosa o qualcuno, con lo stesso sguardo perso dei protagonisti de “Il Laureato” (di Mike Nichols, 1967) che dopo aver provocato il sistema in cui non volevamo più stare,  sono confusi e incerti su un futuro che rischia di essere non troppo diverso da quello di chi è vissuto prima di loro. Nel film, lui ha preso per mano lei e l’ha portata via dall’altare, liberandola di un futuro già scritto, sono scappati felici correndo dalla navata della chiesa e sempre ridendo sono saliti su un autobus. Ma poi? Lo sguardo perso di Dustin Hoffman (e della bella Katharine Ross ancora in abito da sposa) è un invito ad andare VIA sapendo dove vogliamo arrivare. O almeno, avendone una idea, che poi la vita ci metterà del suo.

scenalaureato

Per questo andare via non deve essere una fuga ma avere la poesia del nuovo inizio insieme alla concretezza di un progetto. La tragicità della fine di qualcosa, deve accompagnarsi con la possibilità del nuovo che si desidera. Prima di andare via sarà bene avere una idea, sognarla per bene fino a scomporla in piccoli passi da fare, capire da dove partire il giorno Zero del nuovo viaggio, quali risorse avremo a darci man forte, quali persone potranno esserci di aiuto lungo la strada. E poi ci siamo noi. Imperfetti e fragili ma certi di aver fatto il primo passo per un nuovo viaggio con molto da imparare, tutto lì,  pronto, perchè noi lo si possa accogliere.

L’inizio è la parte più delicata di tutto, dalla ricerca di un nuovo lavoro alla prima parola con cui avvicineremo un nuovo amore. Facciamo attenzione a sceglierli con cura, eviteremo di aver fatta tanta fatica per poco. 

 

Pollicino: La fatica delle cose sempre uguali a loro stesse

L’Orco: La paura del dopo

L’arma segreta: La possibilità di realizzare un nuovo viaggio, tagliato su misura per noi.

Marzia Cikada
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