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Chiamami col tuo nome (2017) – Pollicino era un grande
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Chiamami col tuo nome (2017)

Lui è me più me stessa

Emily Bronte

 

-Attenzione: c’è un po’ di Spoiler in questo post-

 
Si cresce amando. Se non si ama, crescere sembra impossibile. Conoscere se stessi, profondamente, ancor meno. L’ultimo film del regista Luca Guadagnino, ci accompagna dentro una storia in cui si parla di crescita, di adolescenza, di amore, di paura di quello che si è nel posto in cui si vive. Il tutto con la brutale naturalezza di cui sono capaci le passioni giovanili, quelle che travolgono, che segnano un prima e un dopo. Un film su quel dolore che muta incessantemente, da dolce ad amaro, da illuminante a straziante. Il dolore di essere vivi.
 
Chiamami col tuo nome nasce di carta. Dalle parole di André Aciman una decina di anni fa. Il libro, e la sua intensità, passano poi nelle mani di Luca Guadagnino, che subito non doveva esserne il regista – si era pensato a Muccino e meno male che non è accaduto o quelle biciclette lente nella campagna sai come avrebbero sfrecciato tutto il tempo! Ma lungo la sua strada il film ha scelto la regia di Guadagnino, oggi acclamato e candidato a diversi Oscar del cinema.
 
Questo, è un film che si sente. Si ascolta nei sussulti emotivi dei protagonisti, nella bella colonna sonora, nei dialoghi possibili, anche quando sembra colorarli un tocco intellettuale di troppo, seppur per poco. Il film definisce uno spazio, la casa della memoria di Elio, la villa dove passa l’estate con i due genitori e va poco oltre, la campagna intorno e pochi chilometri in là, perchè è un viaggio dentro lo spazio di una anima quello a cui ci invita.
 
La storia è semplice, come molti eventi fondamentali della vita.
 
Elio (l’attore candidato all’Oscar, Thimothée Chalamet ) ha 17 anni e in una estate del 1983, da qualche parte nell’Italia del Nord (tra Crema e Bergamo) vede arrivare per 6 settimane un ospite, Oliver (Armie Hammer ) di 7 anni più grande. Capita ogni estate, quando i genitori accolgono un giovane e promettente studioso di qualche parte del mondo. Elio se ne innamora, scopre di essere ricambiato, l’estate finisce. E l’amore?

 

La prima parte del film è scritta sul corpo.

 
Vive nel desiderio, nella paura di permettersi la passione di un amore profondo benchè forse precoce per il giovane Elio. Non è un film sull’amore omosessuale che stiamo vedendo, ma sull’incertezza del pensarsi amabili, sulle capriole emotive del corpo di un adolescente che sente, poi cancella, poi sente di nuovo e più forte, il trasporto, il desiderio per un’altra persona. La scoperta dell’eros, che fa crescere più di mille libri di filosofia, il sentirsi vivi nel corpo dell’altro. Il film diventa una storia universale dell’innamoramento, con le incertezze della giovane età e la sua irruenza. Si passa dal diario di un’attesa – anche se ne libro le emozioni di Elio sono più tangibili e sentiamo il mondo attraverso il suo racconto emotivo – allo sconvolgimento interiore proprio di chi viene travolto da una possibilità. La “dichiarazione” tra i due annulla ogni tempo, ogni distanza di anni, sono due persone spaventate che cercano di capire cosa possono essere uno per l’altro.
 

Se solo sapessi quanto poco so delle cose che contano davvero... Elio - parlando con Oliver

 
L’amore che proviamo con Elio è totale, l’eros è forte, accompagna ogni scena, fino alla consapevolezza di un sentimento che diventa assoluto quando è possibile mettere la propria identità nelle mani dell’altro, prendendo quella dell’altro come propria. Il dono di sé stessi, del proprio nome, di quello che si è in quello che si desidera. E solo questo ci racconta la pesca condivisa nel film.
 
Guadagnino ci regala il sentimento, con un sguardo, sognante e concreto insieme, che molti cineasti italiani sembrano aver ormai perduto, intrisi come sono dello spirito di questo paese oggi, rammaricato, rassegnato, tristemente ironico.
 

La seconda parte del film ci ricorda che certi amori sono possibili solo se vissuti in una bolla.

 
I due saranno amanti una decina di giorni, faranno insieme un piccolo viaggio per poi salutarsi e tornare all’amore permesso, quello per le donne. Perchè anche nella complicità dei genitori, in fondo, sentiamo che in fondo, è concesso un amore a tempo, come un’esperienza che è bene vivere solo se per poco, nei confini protetti degli occhi di chi ci ama come siamo (o nonostante quello che siamo?). Sembrerebbe quindi che il loro amore sia ammesso perchè nella magia di un momento, purché non tenti di andare oltre le mura della villa. Va bene perchè è “un momento” che è bene assaggiare, conoscere, non come il padre che parrebbe esserselo negato, ma conoscere, permetterselo non è farlo proprio,mostrarlo a sé e al mondo.
 

Perchè il loro è l’amore che non osa pronunciare il suo nome – Oscar Wilde- sembrerebbe condannato a restare prigioniero nella sognante campagna estiva ma non dovrà mai valicare il confine ed entrare nella realtà.

 
Tanto che Elio si mostra anche non troppo gradevole con la coppia omosessuale amica dei suoi, ne prende le distanze, nonostante le richieste del padre, anche lui non libero affatto dalla sua rappresentazione del mondo. Per Elio è come se una cosa fosse il socialmente accettabile – con riserva- altra cosa la propria vita, possibile perchè segreta. Non si esce da nessun armadio in questa storia, l’amore tra Elio e Oliver è possibile solo perchè resta nascosto. Intuito forse, ma nascosto. Neppure un ultimo bacio alla stazione, non alla luce del sole.
 
Saranno liberi di manifestarsi coppia di amanti, insieme fuori dai confini della villa, solo nei giorni prima dell’addio. Il loro sarà uno stare insieme nel mondo a scadenza. Una impossibilità che nel libro è ancora più feroce perchè attraversa tutta la loro vita, portando il tempo dei due ben oltre lo sguardo temporale regalato dal film.
 
Sullo sfondo abbiamo i genitori di Elio, complici nella loro raffinata capacità di attrarre intellettuali, affettuosi e consapevoli del momento del figlio. E’ alla madre che Elio ricorre dopo aver detto addio al suo Oliver, è al padre che viene affidato il compito di portare in primo piano quello che sta accadendo – senza mai usare parole troppo chiare però, lasciando sempre intravedere il senso ma mai affermando nulla, in un gioco di sottintesi e piccoli segreti che conferma quel senso di borghesia affettiva che attraversa il film.
 

Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa...che speco! Il padre di Elio

 

Nel suo commovente discorso, che mette il figlio a contatto con la sua storia di uomo prima che di padre, si rinnova il velo un po’ ipocrita di questi personaggi. Come avviene in tante storie, mi sono ritrovata a chiedermi dubbiosa cosa sarebbe accaduto se i due amanti avessero scelto di vivere la loro storia come quotidiana, alla luce del giorno, manifesta nel mondo. Non solo come desiderio vissuto nello spazio di una breve estate per non aver rimpianti, come in una concessione privata.
 
Sono un padre diverso dagli altri, dice il padre di Elio, perchè gli altri ti metterebbero in riformatorio (per il suo amore omosessuale) ma io no.
 
Nell’invidia che dice di provare per il dolore di Elio, il dolore di chi ha amato ma ora non può più, che è pur sempre aver amato, il padre rivive il suo, il dolore di chi avrebbe voluto amare ma non se lo è concesso. Nel dolore del figlio perdona se stesso e ci ricorda che si  vive una volta sola, nel cuore e nel corpo.
 
La speranza del padre, la più bella, rimane quella che il figlio possa sempre, in qualunque momento, cercarlo, parlargli, vedere la sua porta aperta ad accoglierlo. Non è forse quello che hanno bisogno di sentire tutte le figlie e i figli del mondo? Sapere di avere un padre o una madre presente, sempre, per accogliere ed ascoltare?
 

 

Meglio il libro o il film?

 
Nel leggere il libro, si diventa intimi con il dolore, le emozioni e la passione del giovane Elio. Non entriamo nello sguardo degli altri se non attraverso il suo e questo ci permette di empatizzare di più con il ragazzo e la sua storia, con la sua crescita amorosa e le sue sperimentazioni emotive.
 
Eppure, nonostante la bellezza del testo e diversamente da molte altre occasioni, qui il regista e lo sceneggiatore, che non per nulla è James Ivory  – che di atmosfere rarefatte e parole semi-taciute in sofferti spazi interiori è un grande conoscitore- fanno un ottimo lavoro. Mi verrebbe addirittura da dire che, nella seconda parte, il film è maggiormente apprezzabile del lavoro dello scrittore. E non credevo che l’avrei scritto!
 
Ne risulta un racconto più coerente e profondo (chiaramente non sono una critica cinematografica ma la sensazione è stata netta).
 
Aciman, infatti, non riesce a lasciare i suoi personaggi e protrae la narrazione nel tempo, fa passare gli anni, cambiare gli ambienti, li fa inseguire in un presente malinconico dove si perde il vigore del messaggio come del sentimento che abbiamo sentito fino a qualche pagina prima. Guadagnino e Ivory invece, rispettosi dei dialoghi e della storia in maniera attenta per la prima metà del libro, a parte un personaggio che viene eliminato (tutto sommato giustamente) e qualche particolare dell’ambientazione, la sconvolgono nella seconda metà. Il viaggio della coppia a Roma, diventa a Bergamo, i mille incontri in cui i due si perdono, le serate brave da “dolce vita” si diradano, vediamo solo Elio e Oliver, ognuno nel nome dell’altro, che si riempiono del loro essere insieme, nel loro legame disperato prima di andar via. E dopo il saluto in stazione, i due si sentiranno una sola volta, sembrerebbe, quando Oliver, rientrato apparentemente nel ruolo che è stato scelto per lui, comunica le prossime nozze, per poi lasciar scappare attraverso la cornetta quel desiderio e quella mancanza che fingeva non provare.
 
L’amore si ricorda di se stesso ma si nasconde, nelle richieste del mondo che non capisce, dietro chi non accetta per intero quello che è. E noi restiamo a guardare il volto di Elio, mentre si allontana nei suoi pensieri, nel suo crescere intorno a quel dolore, oltre quel dolore. Incapace di rispondere a chi, ignorante del suo amore, lo chiama con un nome che richiama solo in parte quello che è, il suo.


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Marzia Cikada
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