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Parlando di morte, di psicologia e Coco – Pollicino era un grande
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Parlando di morte, di psicologia e Coco

“Uniremo con le note il cuore e le anime”

Coco – film 2017
 

Come vivi la morte? Come rientra questo pensiero nella tua vita di tutti i giorni? Pensi che far entrare la morte nei tuoi pensieri crei il tuo lato oscuro, un poco come Harry del film “Harry ti presento Sally” del quando affermava “Quando compro un libro, io leggo l’ultima pagina per prima: così, se muoio prima di finire, so quello che succede.”? In ogni caso, la morte fa parte della vita e finiremo con l’incontrarla prima poi. Eppure è uno degli argomenti che facciamo più fatica ad affrontare. Specie se dobbiamo affrontarlo con i bambini.
 

Parlare di morte ai più piccoli è un dolore fortissimo per gli adulti

 

Trovare le parole giuste, dire o non dire sono gli interrogativi che arrovellano famiglie quando qualcuno è mancato e va data comunicazione ai bambini. Certamente la fatica peggiore è nell’adulto che vede la realtà della morte uscire dalla sua stessa bocca e arrivare a ferire i piccoli che ama, tanto da evitare spesso di parlarne, scegliendo di non dire perché i bambini poi stanno male. Ma ogni bambino è sereno se il genitore o la persona adulta che si prende cura di lui/lei, è sereno. La preoccupazione è dei grandi, che non comprendono che i bambini sono più capaci di noi, se accompagnati, presi per mano, non lasciati soli, nel capire la morte, nel recuperare una dimensione di serenità, nel superare la morte e il dolore che questa ci porta, riuscendo a tenere vivo il ricordo positivo del defunto.
 

Certamente dipende dall’età dei bambini. I più piccoli non possono proprio capire, non glielo permette lo sviluppo del loro cervello, per cui  il concetto di morte è inconciliabile con quello che possono comprendere, non riescono ad avere idea di qualcosa che non cambia mai, sentono la mancanza ma pensano che poi la persona morta, prima o dopo, torni. Solo intono ai dieci anni iniziano a fare loro l’idea logica della morte,  possono però prima di allora e ognuno con la sua età,  affrontare e imparare la mancanza, anche senza comprendere il “mai più”. Per questo, con parole sempre diverse a seconda dell’età, sarebbe bene aiutarli ad elaborare la perdita, facendo in modo che sia permesso ricordare, fare domande, tenere nel ricordo la persone che non c’è più.
 

Elaborare potrebbe voler dire salvare la memoria di chi amiamo oltre la morte, tenerla con noi per celebrare quello che si è vissuto insieme

 

Elaborare il lutto di qualcuno che è mancato, significa anche permettersi di sentire la presenza viva anche di chi non c’è più, attraverso racconti, ricordi, oggetti, fotografie, canzoni. Nella costruzione di una normalità possibile  dopo la morte è necessario che la persona morta non diventi un tabù, non ne sia  vietato il ricordo, come fanno  alcuni adulti per cui il dolore diventa insopportabile. Nel sostenere i piccoli a costruire un nuovo equilibrio, l’adulto ha un ruolo fondamentale. Parlare con i bambini è per molti la parte peggiore, ma è necessario. Non bisogna lasciarli soli a fare i conti con la malattia, la mancanza, la morte ma insegnargli cosa sono, con le parole giuste a misura di bambino, accogliendo e permettendo la tristezza che questo naturalmente porta con sé.
 

Quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime. Sant'Agostino

 

Ci sono le lacrime e il dolore è vero, eppure, se riusciamo, quando i bambini chiedono i grandi devono rispondere. Se non riusciamo è bene farsi aiutare. Perché quelle spiegazioni non date, quelle parole non dette diventano spesso un bagaglio pesante per i bambini, anche decenni dopo. Nel suo libro “La nonna è ancora morta” (2014) Alba Marcoli  parlava dell’intenzione di protezione dell’adulto che però non comprende che i piccoli sanno “riconoscere un dolore e dargli le parole può essere uno strumento prezioso per tollerarlo meglio” .  Anche perché oltre le parole, si comunica con il nostro corpo e il bambino capisce anche da sguardi, voci, dal silenzio quello che sta accadendo intorno a lui, cercando poi di spiegarsi le cose a modo suo se nessuno sarà in grado di aiutarlo.
 

Per parlare di morte in modo differente, abbiamo avuto il regalo di un film questo inverno. Un film che affronta con serietà e un sorriso – ma anche tanta bella musica- il tema della morte spiegata ai bambini e, con un poco di preparazione, si presta ad essere un modo speciale per presentare il tema ai bambini. Parlo di Coco il film della Disney – Pixar (2017)  per la regia di Lee Unkrich.
 

Un film a cui accompagnare i bambini con un minimo di preparazione

 

Molte mamme  e molti papà ne parlano con spavento, eppure ancora una volta non è un problema del bambino, se sapremo stargli accanto durante la visione. Un film che ha come protagonista una cultura diversa dalla nostra e questo già lo rende interessante. Perché ci parla del volto della morte in Messico, il che mi ricorda una mia chiacchierata con un giovane artigiano messicano a Valladolid. Vendeva Calavera Catrina, il famoso scheletro (questo significa calavera) con forma di donna decorato e vestito che affolla anche le scene di Coco. Ricordo il mio interesse nel sentirgli dire che per loro la morte è una immagine colorata e viva.
 

“La morte è la sola vera vita,” mi aveva detto il ragazzo con una seria serenità “per questo non abbiamo paura e non temiamo il suo arrivo. Siamo di passaggio nella vita mentre la morte è una compagna per sempre. È donna perché la donna anche morta è bellissima, è capace di far vedere la gioia, i colori, l’allegria della natura. E noi celebriamo la sua vitalità nelle nostre Catrina. Tutto il resto è polvere.”

 

Un ricordo il cui messaggio vitale riempie le immagini del film Disney, che non è la prima volta che affronta la morte – pensiamo a Bambi e Re Leone- ma in questo caso crea una storia che parla di ricongiungimento, abbandono, ricordo e famiglia mettendo la morte come scenario, una morte fatta di musica, colori, allegria.
 


 

In Coco entriamo nel mondo della morte.  L’ambientazione è infatti in Messico nel Día de Muertos,  la giornata in cui si commemorano i defunti ma in una maniera in se festosa, si preparano i cibi che amavano, si portano doni ai morti,  ogni famiglia prepara le ofrenda, altari fatti in casa dove ci sono le foto – necessarie al ricordo –  luci, fiori. Eppure la morte in questo caso sarà occasione di ricucire le ferite e i traumi dei vivi. Come?
 

TRAMA – Miguel ha una famiglia unita e rispettosa, con un destino: tutti devono fare scarpe. Questo perché quattro generazioni prima c’è stato un feroce abbandono. Il trisavolo Hector non è mai tornato a casa per fare il musicista lasciando  la moglie Imelda e la sua bambina Coco. Oggi Coco è la bisnonna di Miguel, molto anziana, un volto scavato di rughe, non parla, restando solo seduta circondata dai suoi cari, eppure ricorda ancora e cerca il padre mai tornato, sparito per inseguire la musica. Per questo la musica è maledetta nella famiglia di Miguel. Solo che lui, dodicenne testardo e appassionato, la ama e vuole fare il musicista, altro che scarpe. Sarà quindi Miguel che si troverà a viaggiare nel regno dei morti a fare i conti con il suo passato. A scoprire la verità su Hector, che non aveva mai voluto abbandonare la sua famiglia ma era stato ucciso, e a ritornare tra i vivi per riconciliarsi con la sua famiglia in carne ed ossa. Come? Rompendo la maledizione che gli impediva di suonare, cantando una canzone scritta per la bisnonna Coco dal suo papà, una canzone dolcissima che parla di distanza e amore, quello che Hector provava per la sua bambina. Quando l’anziana donna avrà una reazione, unendosi al canto di Miguel, sarà chiaro che la non è stata la musica a portare l’abbandono ma una mancanza degli uomini, che Miguel potrà seguire il suo destino e che la memoria di Hector si può recuperare.
 

E mentre Miguel affronta la sua avventura, noi entriamo nel mondo dei morti, sentiamo la loro paura di essere dimenticati e la loro gioia nell’avere qualcuno tra i vivi che sia ancora in grado di tenerlo vivo, ricordando.
 

In Coco, mentre siamo tra scheletri e ossa, pensiamo al valore del ricordo che tiene insieme il passato e il presente delle nostre singole storie. Il ricordo che mantiene la nostra connessione con le nostre radici, con chi ci è stato prima di noi e ancora resterà finché avremo modo di tenerlo a mente.

 

Certamente la storia è tutta romanzata,  siamo in un mondo a colori della Disney, ma ci sono passaggi che possono essere di aiuto a capire come comportarsi davanti ad una morte, l’importanza delle fotografie per esempio, che si fanno immagine senza tempo di chi abbiamo amato o che ha fatto parte della nostra storia passata. Immagini che ci permettono di mantenere un legame anche quando sarà passato del tempo e ci aiuta a raccontare il passato ai bambini.
 

Insieme Coco ci racconta di come sentire il legame anche quando la persona cara – o le persone care- viene a mancare, ma ci insegna anche che bisogna lottare per la propria autonomia di giudizio e capacità di determinarsi e di come un dolore capitato decenni prima, sia un trauma presente se non viene affrontato e sistemato. Accogliere di nuovo Hector nella loro storia familiare, scoprendo che era un padre affettuoso che ha avuto degli ostacoli a ricoprire il suo ruolo (ucciso in questo caso dal cattivo della storia per invidia), permette a tutta la famiglia di fare un salto avanti, di essere più coinvolti nella comunità – dove la musica ha un ruolo importante e da cui loro si estraniavano per aver deciso di odiarla- ma soprattutto permette a Miguel di decidere con il consenso della sua famiglia che adulto vuole essere e che strada seguire, nel suo caso quella della musica. Un trauma che non fosse stato possibile risolvere avrebbe portato il ragazzo a dover decidere se difendere il suo futuro e sacrificare il legame con la famiglia o abbandonare la sua passione e seguire i dettami familiari, con l’esito infelice che questo avrebbe potuto significare.
 

Ma anche se il secondo tema del film sembra essere quello della lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione, la storia di Coco parla proprio di fare la pace con chi non c’è più, della possibilità di restare collegati affettivamente a chi abbiamo amato e perso, elaborando il lutto in maniera da non restarne feriti ma da renderlo parte di quello che siamo. In Coco, viene offerta una immagine possibile della morte, disegnata come una città fatta di luci e allegria che viene collegata alla terra dei vivi da una strada di fiori, una immagine che per i bambini sarà certo più appetibile della nuda terra dove seppelliamo i nostri cari e forse anche delle semplici nuvolette dove qualcuno fa volare chi non c’è più. Nella città dei morti, l’unica paura è venire dimenticati, ma finché ricorderemo il nostro passato, questo resterà con noi. Quale che sia la nostra età.

 


Pollicino: Quella parte della storia che c’è dopo la vita

L’Orco: Chi ha paura della morte e per questo non riesce a parlarne

L’arma segreta: Trovare le parole per dire la morte, per accompagnare i bambini e superare il dolore

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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