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Sugo. Una storia di cibo contro le discriminazioni. - Pollicino era un grande
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Sugo. Una storia di cibo contro le discriminazioni.

Mettiamo che la storia sia questa.

 

C’erano tre fratelli, gemelli, ma potevano essere anche tre sorelle, gemelle, ed erano nati nel paese della pasta al sugo.

 

Proprio così. Tipo un paese che era famoso per quello, non si mangiava altro. Se si mangiava altro, lo si faceva zitti zitti, di nascosto, in cantina, quando nessuno vedeva. Quindi non lo sapeva nessuno e nessuno immaginava fosse possibile.  

 

Era un paese che il sindaco sembrava un piatto di spaghetti e i pomodori li trovavi ovunque. Nei mercati ce ne erano di tutte le forme e i colori, tutto un pantone di rosso che 50 sfumature erano poche. Ma solo pomodori. E le panchine della piazza del paese erano a forma di confezione di passata e la fontana, nel giorno di festa, zampillava sugo invece dell’acqua, che ci potevi andare con il piatto e condirti il pranzo.

 

Mettiamo che fosse pure un paese felice.

 

Che le persone si sorridevano per strada e non litigavano mai in fila alle Poste. Insomma, un paese felice.Solo non si poteva parlare di diete alternative. Anzi, era come se non le si potesse neanche pensare. Perché, pensavano loro, non esistevano. Tanto che, il matto del villaggio, perché era proprio un paese alla vecchia maniera, non gli mancava niente, era un povero giovanotto che se ne andava per le vie del paese a urlare che la pasta lo uccideva. Quando le mamme lo vedevano arrivare, nascondevano lo sguardo dei loro bambini dietro le mani ben aperte e gli chiedevano di non ascoltare. Gli dicevano anche, ai loro bambini spaventati e con gli occhi coperti, che il poverino era stato sfortunato e dovevano avere pietà. Ma solo le più caritatevoli, altre dicevano che se facevano i cattivi e non mangiavano la pasta sarebbero finiti così, soli e malati, disprezzati da tutti.  

Che poi, a raccontarla tutta, il giovanotto, buon per lui, era scappato Altrove  e lì aveva aperto un ristorante per celiaci con un certo successo. Aveva pure messo su famiglia. Tutto questo, capirete, senza mai tornare al paese.

 

Comunque, avrete capito che aria tirava da quelle parti. Un’aria profumata di san marzano.

 

Torniamo alla nostra famiglia. Allora. Questi fratelli, gemelli, erano amati ed erano stati attesi con impazienza e allegria. Avevano due genitori che si volevano bene e a casa loro non mancava niente. Mamma e babbo, man mano che crescevano,  per educarli, avevano fatto come sapevano, proprio come erano cresciuti loro. Che ognuno alla fine se la cava con quello che ha imparato, se nessuno lo aiuta a imparare altro.

 

Appena avevano iniziato a mangiare, via di pasta al sugo, anche frullata, subito dopo il latte, che imparassero presto, che non avessero dubbi. E i vestitini per la scuola avevano sempre i colori del paese, rosso, bianco, al massimo un poco di verde. Gli raccontavano anche le favole prima di andare a dormire, quella Pomodorino che combatteva il gigante, San Marzano e i sette etti (San Marzano era il patrono del paese) e Pachino Rosso. I gemelli si volevano bene e ne volevano, non potevano non volerne, alla loro mamma e al loro papà. Possiamo anche dire che stessero bene, anche se non a tutti, vivere di pasta al sugo, piaceva allo stesso modo. E crescendo peggiorò.

 

Primo aveva un segreto e non lo diceva a nessuno. Aveva scoperto che l’odore del pomodoro che bolliva nel pentolone gli faceva venire la nausea.

 

Lo aveva scoperto perché la nausea ti viene, mica la cerchi. Arriva e non ci puoi fare niente. E, infatti, a Primo sarebbe anche piaciuto non fosse così, ma il sugo non gli piaceva proprio. Al momento di mettersi a tavola, provava a buttare giù qualche boccone ma faceva fatica. Per questo, era sempre magro magro che dovevano comprargli vestiti tre taglie in meno dei fratelli.  

 

< Ti starai mica ammalando? – Diceva la mamma preoccupatissima. Che non si poteva pensare che a qualcuno, in quella famiglia, non piacesse la pasta al sugo. Non poteva neanche immaginarlo. Solo la malattia poteva essere la risposta. A casa sua poi. Ma lui non voleva far arrabbiare la mamma. Allora rispondeva così:

< Ma no, che scherzi! – Solo che era bianco in volto e con le spalle strette, tutto ripiegato su se stesso che pareva più basso di almeno 15 centimetri. A dire il vero dentro era proprio così, come diceva la mamma che si sentiva.  Malato.

 

Primo si ricordava ancora come veniva trattato il matto del villaggio, quando era piccino la mamma gli copriva gli occhi e gli diceva che era un disgraziato, solo e senza nessuno, e non voleva finire così. Che poi fosse finito bene lui non lo sapeva, almeno a quei tempi. Primo non poteva parlare con nessuno, aveva paura di deludere tutti e allora provava a masticare, ma, ogni boccone, gli metteva un senso di vergogna in corpo, si sentiva bugiardo. Bugiardo due volte. Con la sua famiglia, a cui non poteva confessare nulla e con sé stesso, perché non aveva il coraggio dire la verità a gran voce e, cioè, che la pasta al sugo non gli piaceva per niente.

 

Vogliamo poi parlate di Secondo? Ecco, lui mangiava. Poi, però, c’erano i momenti che gli mancava qualcosa, che non voleva più la pasta al sugo che voleva altro. Non poteva esserci solo quello, pensava.

 

Le cose potevano e dovevano essere migliori di così. Secondo preoccupava meno la mamma, che alla fine lui almeno qualcosa la buttava giù. Ma certo, notava che era sempre con la testa altrove, pensando chissà a cosa e alla festa del paese non faceva mille giri intorno alla fontana che dava sugo, giusto un giro e poi basta. Ma almeno non era magro come il fratello Primo.

 

E Terzo?  Lui metteva tutti d’accordo.

 

Aveva due gote piene e rosee, lo sguardo in pace e il sorriso aperto. Non aveva niente che non fosse in armonia con il mondo intorno a sé. Era felice come una pasqua davanti al suo piatto di pasta, non capiva i malesseri dei fratelli, se ne dispiaceva, ma non li capiva proprio. Lui era l’orgoglio di casa, lo portavano alla sagra di paese camminando con il petto in fuori, che per tre anni aveva vinto il Premio di Miglior Mangia Pasta.

 

Un giorno, i ragazzi erano grandicelli ormai, i genitori li misero in macchina e andarono a fare una gita fuori porta.

 

Non uscivano quasi mai, in paese c’era tutto quello che potevi desiderare. Ma quel giorno, visto che un figlio cresceva a malapena e l’altro era sempre insoddisfatto, avevano deciso di fare una piccola trasgressione. Erano dei genitori che volevano bene ai loro figli e il coraggio se lo erano dato.

V

Mentre lasciavano il paese i tre fratelli cantavano nel sedile di dietro. Era la prima volta che i genitori li portavano in giro, gli sembrava tutto nuovo, ogni singolo filo d’erba sembrava brillare di più. Videro prati bellissimi, fontane altissime e fiori giganteschi. Anche mamma e babbo erano felici e si tenevano la mano, un po’ per amore, certo, ma anche un po’ per non perdersi in mezzo a tante novità. A dire il vero, tanto nuovo gli metteva anche paura ma erano felici di sentire tanto entusiasmo nei loro bambin e armonia tra tutti.

 

E che successe? Qualcosa di spaventoso o meraviglioso, faccia chi legge.

 

Se ne stavano in un paesino che non conoscevano e già gli sembrava strano.

Ogni casa aveva un colore diverso e una forma diversa. Le siepi dei giardinetti erano tutte spettinate, anche se i giochi per i piccoli erano proprio come da loro e anche gli uccelli sugli alberi cantavano le stesse canzoni.

Tant’è che finì che arrivò l’ora di pranzo e tutti, tranne Primo, volevano fermarsi a mangiare in un parco pubblico, che pare che quel giorno il paese si riunisse lì e c’era da mangiare per tutt*, sempre che non te lo fossi portato da casa.

Quando arrivarono al parco, ai genitori del trio si gelò il sangue, il sangue dei ragazzi, invece, prese a bollire. Perché erano veramente tant* a far pranzo in quel posto, ma era tutto tanto diverso da come se lo aspettavano. C’erano tante famiglie, tante davvero. Se le annusavi, sembravano tutte come la loro. Perché le famiglie vanno annusate e hanno sempre un profumo tutto loro. Queste sapevano di buone intenzioni, affetto, voglia di prendersi cura e anche un poco di gioco e favole. E fin qui erano gli stessi profumi che aveva la nostra famiglia che sapeva anche di protezione e anche un poco di sapone di Marsiglia.

 

Ma queste famiglie avevano dei profumi in più. Uno su tutti, avevano un intenso profumo di ascolto senza pregiudizio, un profumo molto raro che va coltivato con cura sin dalla prima età.

 

Più di ogni altra cosa, la mamma e il babbo dei nostri tre, furono sconvolti nel vedere che queste allegre famiglie mangiavano di tutto. Sulle loro tavole si scambiavano cibi di ogni colore e forma. C’era, certamente, la pasta al sugo ma, proprio accanto, c’era un immenso pentolone di pasta al pesto di un bel verde acceso. Non solo, era tutto un pullulare di risotti profumati, lasagne ai carciofi, alla zucca, alle zucchine ma anche una ottima pasta al sugo/pesto e addirittura qualche piatto di pasta in bianco, giusto un filo d’olio. E tutti erano felici.

Mentre mamma e babbo se ne restarono in bilico sul liminare del parco, titubanti se entrare o meno, i nostri tre si illuminarono come decorazioni a Natale.

 

Primo e Secondo sentirono subito che era il posto che avevano cercato da sempre.

 

Primo sentì una emozione strana e una sensazione che capì essere una gran fame, qualcosa che non aveva mai provato davvero, perché prima non sapeva cosa voleva la sua pancia. E la sua pancia voleva la pasta al pesto. Ecco cosa aveva cercato per tanto tempo. Il verde del pesto, il profumo dei pinoli, questo voleva per sé. Non era malato, amava il pesto. Cominciò a strattonare la mano della mamma, sorridendo come non aveva mai fatto. Era una bellezza!

 

Cosa fece Secondo? Lui si aprì in un sorriso soddisfatto che lo fece sentire completo per la prima volta, la pasta al sugo era buona ma voleva provare anche quello che vedeva davanti agli occhi. Adesso capiva che non c’era solo un cibo al mondo, poteva amare due sughi e stare bene. Sapeva che non poteva mangiare solo una cosa per tutta la vita, che la pasta al pesto era per lui necessaria come il sugo e magari, più tardi, avrebbe provato anche una forchettata di risotto ai porcini. Prese quindi la mano del babbo e cominciò a spingerlo a entrare.

 

#IDAHOBIT

 

I due adulti, nel frattempo, restavano gelati come statue di neve, si guardavano di taglio negli occhi sperando di trovare supporto una nell’altro e si sentivano come era normale che fosse, ad un passo da un cambiamento, ad un bivio senza ritorno, in bilico su una scelta scivolosa che dovevano fare in fretta.

 

Da una parte c’era quello che conoscevano. La pasta al sugo direte voi! Certo. Ma anche il paese, quello che avevano imparato in tutta una vita. C’erano le tradizioni che gli avevano insegnato, i pregiudizi su tutto quello che non conoscevano, la paura delle differenze, la sicurezza di avere regole semplici e chiare. Sono cose grosse, che non vanno prese alla leggera.

 

Per loro quel posto era folle, non avevano mai immaginato che davvero potesse esserci tanta varietà nella natura umana.

Ogni singolo profumo per loro era una paura e una curiosità allo stesso tempo. Volevano saperne di più ma anche dimenticare di essere usciti casa quel giorno. Volevano provare a far finta che gli andava semplicemente bene così, ma erano spaventati, sentivano andare in pezzi tutto quello che erano sempre stati. Non è facile rischiare di finire come uno di quei puzzle da tanti e tanti pezzi che si iniziano a costruire dai bordi e magari poi rimangono incompleti e con un pezzo che scappa sotto il divano. 

 

Dall’altra parte c’era l’amore che sentivano per i loro figli e la sensazione che non ci fosse nulla di sbagliato in quell’arcobaleno di colori e sapori.

 

Sapevano che erano ragazzi in gamba, che si volevano bene e ne volevano a loro. Sapevano, dentro di loro, che non erano malati. Li vedevano ora, per la prima volta, illuminarsi come fiaccole e risplendere davanti a qualcosa che non avevano e, questo gli era chiaro, gli era mancato.

Avevano paura di perderli se gli avessero negato quel pranzo, eppure temevano di perderli in ogni caso. Come potevano tornate in paese con un figlio che amava la pasta al pesto e uno che sembrava volersi nutrire di tutto? Come avrebbero potuto proteggerli?  E cosa avrebbero detto di loro? Gli avrebbero detto che erano stati genitori inadeguati? Che avevano sbagliato qualcosa? E come potevano crescere in quel paese senza altro che la pasta al sugo se la loro dieta era diversa? Anche costringerli non li avrebbe fatto male? Il loro Primogenito era così magro che ci potevi quasi guardare attraverso e adesso stava chiedendo di mangiare. Quanto avevano sperato chiedesse del cibo?

 

Erano davvero affondanti in una sabbia mobile di dubbi. Ogni scelta era rischiosa e loro non lo avevano mai amato il rischio.

 

Non avevano mai neanche messo un po’ di peperoncino sulla pasta al sugo per non esagerare. A dire il vero, la mamma ogni tanto, nel silenzio della loro camera da letto, l’aveva sussurrato al babbo, che però aveva subito fatto finta di dormire della grossa e il giorno dopo sempre la stessa cosa.

 

E allora decisero di chiedere aiuto al Terzo dei loro figli. Che intanto, manco a dirlo, si era già immerso nel suo piatto di pasta al sugo e niente gli importava dei profumi intorno a lui.

Prendendo coraggio, il babbo chiese, stringendo forte la mano della mamma:

 

<Figliolo cosa dovremmo fare secondo te? Lasciarci trascinare dai tuoi fratelli o costringerli a tornate in macchina? Non hai paura di tutta questa novità? Non è tutto troppo differente?

E lui, che era famoso per non amare i lunghi discorsi, rispose:

 

< Che importa cosa mangiano loro, se mi lasciano mangiare quello che voglio? Fermiamoci dai, che io ho ancora fame! –  E mentre lo diceva, strizzava l’occhio ai fratelli, che è vero che era un ragazzo semplice ma lo sapeva bene che nessuna differenza avrebbe fatto la differenza sull’amore che provava per i suoi fratelli.

 

A questo punto le mani furono strette più forte che poterono. La mamma quella del babbo, il babbo quella di Secondo che strinse quella di Primo che la strinse alla mamma.  E Terzo si strinse alla forchetta e sorrise masticando.

< Allora andiamo. Dissero in coro mamma e babbo. E fecero un passo in avanti.

 

Lo sapevano che sarebbe stato difficile. Difficilissimo. Ma videro i ragazzi correre a chiedere di assaggiare tutto quel ben di dio, li guardarono ridere, arrossire, affondare la forchetta nella pasta al pesto e seppero che la fatica valeva la pena.

 

Quando Primo e Secondo arrivarono e gli buttarono le braccia al collo, con un bacio forte come il loro nuovo profumo di aglio. Proprio in quel momento, avvolti da quel bacio, seppero di aver fatto la cosa giusta.

 

< Ragazzi poi però torniamo a casa che abbiamo da un lavoro da fare. – Disse la mamma e il papà lo sapeva che aveva ragione. C’era da cambiare un paese e lo avrebbero fatto insieme.

< Non vi preoccupate, ce la faremo!! – Disse Terzo con i baffi di sugo ben in vista. E tutti gli credettero.

 

Mentre andarono verso la macchina, poi, papà sentì che era il momento di dire la sua e avvicinandosi alla mamma, con una voce dolce e maliziosa, si fece scappare un – Che ne dici se domani proviamo ad aggiungere del peperoncino al nostro sugo! Visto che la nostra sarà una famiglia fuori dagli schemi, tanto vale provare no! –  E la mamma, dopo essere un poco arrossita, si sentì la donna più felice del mondo.

 

Tornati al paese….

Questa è una favola LGBT scritta nel maggio 2019 pensando a tutte le ragazze e i ragazzi che ogni giorno combattono per scoprire chi sono e per fare in modo che chi amano li veda meravigliosi per quello che sono, con le loro differenze. Ogni 17 maggio – Giornata Mondiale contro l’omobitransfobia – si ricorda che il futuro di tutti i bambini e di ogni adulto che diventeranno dipende anche da noi.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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