Privacy Policy Unbelievable (2019) serie tv - Pollicino era un grande
Top
Unbelievable (2019) serie tv - Pollicino era un grande
fade
15292
post-template-default,single,single-post,postid-15292,single-format-standard,cookies-not-set,eltd-core-1.1,flow-ver-1.3.5,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-grid-1300,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-vertical,eltd-sticky-header-on-scroll-up,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0,vc_responsive

Unbelievable (2019) serie tv

La violenza è semplice; le alternative alla violenza sono complesse.
Friedrich Hacker

 

Non importa quanto qualcuno dice di tenere a te, non è vero, non è abbastanza. Cioè, magari vorrebbero farlo o ci provano ma alla fine ci sono cose più importanti…Perchè anche le persone bione, quelle su cui potresti contare, se trovano la realtà sconveniente o quella realtà non gli piace o non li soddisfa, non ci credono. Anche se tengono moltissimo a te, loro non ti crederanno.

Marie Adler ( ) 

 

La miniserie Netflix  “Unbelievable” racconta la storia di Marie Adler (Kaitlyn Dever), di molte altre donne e di due detective che riescono a fare chiarezza sul loro stupratore. Mentre molte storie erano state chiuse, la caparbia e la determinazione delle detective Grace Rasmussen (Toni Collette) e Karen Duvall  (Merritt Wever) riesce alla fine a individuare il colpevole di molti stupri accaduti in luoghi diversi ma con modalità identiche tra loro. 

 

Ma la storia reale non è la ricerca di un colpevole, quanto il dramma delle prime delle vittime che incontriamo, appunto, la giovane Marie.a serie ci racconta la ferita di non essere credute che la ragazza sperimenta all’inizio della sua odissea. Lei, alla fine ha potuto ricominciare. Nnon è il finale della maggioranza delle storie come la sua. Molte finiscono con un suicidio, come la stessa Marie pensa di fare più volte. l 

La storia di Marie, era già stata raccontata qualche anno fa, nel 2016, dai giornalisti T. Christian Miller e Ken Armstrong  in “An unbelievable story of rape”. 

 

Una miniserie per raccontare quello che non vogliamo credere possibile. 

 

La serie Netflix nasce dalla storia di questa ragazzina dal passato complicato, doloroso. I traumi vissuti, che l’hanno vista cambiare spesso casa, abitazione, persone intorno a lei, la rendono fragile, si tiene in piedi con poco e niente, riuscendo a fare un lavoretto, ad avere degli amici, tutto in punta dei piedi. Quando viene stuprata, la sua storia diventa un pretesto per reputarla poco affidabile, per non credere alla sua storia. E’ una ragazzina abbandonata, sola, fragile, come è possibile dica la verità? E in un aumento di pressioni, di allusioni, parole pesanti e sottili non detti, convincono Marie a dire che è stata tutta una bugia. Ritratta la sua denuncia, ottenendo una accusa per falsa testimonianza e l’allontanamento di tutti. 

 

Il tradimento più grande non è la violenza del violentatore, ma quella degli adulti che non proteggono. 

 

Per fortuna la nostra storia ha un lieto fine, ma dopo anni.  Sono sempre troppe le vittime di stupro che finiscono con l’essere messe sotto accusa. Il dubbio è violento, strappa l’anima come l’aggressione le vesti. Ma di certo, vedere lesa la propria reputazione, vedere gli amici che lasciano sola la vittima, è più feroce dei polsi stretti dall’abusante.

 

E’ un altro abuso quello che fa la comunità in questo caso. Più feroce perché avrebbe un mandato chiaro di protezione e tutela delle persone che vengono violentate. Metterle in discussione, far raccontare mille volte quanto accaduto, come se potesse esserci una assoluta razionalità dopo un trauma di questo tipo, è perpetuare la violenza, uccidere la fiducia nella società che si vive. 

 

Come capita a Marie, che perde la voglia di combattere, non si difende, inizia a scivolare sempre più in basso. Il suo trauma diventa depressione, rabbia trattenuta. La sua giovanissima vita sarebbe perduta se non fosse stata poi salvata da chi non si è arreso, ha trovato lo stupratore seriale e lo ha consegnato alla polizia, svelando la realtà del racconto di Marie. 

 

Non esiste IL modo di reagire al trauma. Ogni persona reagisce a SUO modo.

 

Esistono le storie delle persone che le portano a reagire in maniera diversa. A seconda del vissuto, della storia di attaccamento, della resilienza, dei fattori di sostegno presenti (o meno).  

 

Nella serie le vittime hanno storie diverse ma sono tutte bloccate nel loro trauma, sono tutte donne che colpiscono, come Amber (Danielle Macdonald), Lily (Annaleigh Ashford) per come reagiscono. Ognuna in modo diverso e, certamente, sono aiutate nell’elaborazione del loro trauma, dal modo in cui viene accolta la loro sofferenza. 

Non credere al dolore, alla brutalità di un abuso ferisce enormemente le persone, le uccide, annullandole. Per questo questa serie è importante. Ci ricorda l’importanza di fare attenzione alle nostre reazioni, talvolta banalmente difensive davanti a qualcosa di troppo brutto per essere credibile. La nostra reazione può salvare o condannare una vittima,  

La violenza ha molte facce. E voi potete fare la differenza. Credeteci. 


Pollicino:  La violenza che non si vuole credere

L’Orco: La traumatizzazione da parte dei servizi che dovrebbero proteggere sulle donne vittime di abusi

L’arma segreta: Trovare qualcosa che funziona e non perdere la fiducia.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

Commenti

Sorry, the comment form is closed at this time.