Privacy Policy The life AFTER coronavirus - Perchè ci spaventa il DOPO? - Pollicino era un grande
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The life AFTER coronavirus - Perchè ci spaventa il DOPO? - Pollicino era un grande
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The life AFTER coronavirus – Perchè ci spaventa il DOPO?

Io dico che queste mura sono strane: prima le odi, poi ci fai l’abitudine e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno: sei istituzionalizzato. […] È la tua vita che vogliono ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta almeno.

Le ali della libertà (film)

Abbiamo già affrontato in altri post gli effetti del coronavirus sulle persone, le famiglie, le coppie in questo periodo. Oggi vorrei parlarvi del dopo.

Lev Tolstoj scriveva che, per giudicare il grado di civiltà di uno Stato bisogna vedere le sue prigioni dal di dentro. Certo, abbiamo un motivo superiore ma stiamo vivendo la nostra vita in una prigione, sebbene sia casa nostra. Questo fa sì che accadano due cose che potremmo definire fattori uno e due e che hanno un impatto notevole sulla nostra psicologia.
 

Fattore numero Uno. Il dislivello sociale.

 
Siamo davanti ad un palese dislivello tra le persone che si riversa nella reazione che si possono avere a questo momento di quarantena per evitare i contagi da covid-19. Anche il coronavirus segue le differenzi sociali. Tra chi ha il verde a portata di casa, con giardini e cortili, e chi no. Chi ha ampi spazi, o quantomeno spazi adeguati, anche solo per poter avere uno spazio proprio – da non condividere con partner, figli, genitori, coinquilini – e chi no. Chi ha una connessione H24 senza limiti e chi no. Chi ha il frigo pieno, magari anche il dolcetto e chi no. E potrei continuare, ma ci siamo capiti.
 

Queste differenze sono già risorse – che ci sono o mancano – che permettono alle persone di reagire un poco meglio – o un poco peggio – alle necessarie e sacrosante restrizioni del momento.

 
Vivere in uno spazio limitato, senza intimità con se stess*, forzatamente a contatto con persone che, magari, manco ci fanno stare troppo bene, aumenta lo stress che, naturalmente, stiamo vivendo in questo periodo.

Inoltre, seppure dovessimo avere una casa bella, il frigo aperto, qualcosa da parte da usare in questo momento difficile economicamente, saremmo comunque sottoposti allo stress di limitazioni non desiderate e non scelte.

Questo, per quanto per nobili motivi, la quarantena da coronavirus ci porta a vivere una situazione di deprivazione per alcuni versi simile a chi vive una esperienza di istituzionalizzazione, sebbene in casa propria.

Queste emozioni, con le relative aggravanti, possono costruire dentro di noi delle emozioni faticose da gestire, che non si risolvono semplicemente uscendo di casa. Bisogna imparare a dipanare il groviglio che portiamo con noi un poco alla volta. Accogliendo e liberandoci di emozioni negative, ansia, pensieri intrusivi gradevoli che ci potrebbero portare a non essere in equilibrio, stabili emotivamente, anche DOPO.
Certo avremo bisogno di tempo, per capire serenamente cosa tutto questo ha significato per noi, e prima di tutto, è bene accogliere quello che proviamo come la nostra reazione ad una situazione IMPREVEDIBILE e impensabile solo qualche mese fa.

Non ci sono amori brutti né prigioni belle.

Pierre Gringore

 

Fattore numero due. La capacità di adattamento.

 
Per quanto non sia una situazione piacevole, anche se per alcune persone potrebbe persino averne talune caratteristiche, in questi tempi segnati dal coronavirus, l’essere umano fa quello che sa fare meglio, che sa fare sempre. Si adatta.

Abbiamo fatto di tutto per farcela prendere bene! Questo vuol dire che abbiamo fatto l’abitudine, pur nella fatica, a relazionarsi online, a guardare più film del solito, fare ginnastica in salotto, cucinare, lavorare in smart-working e fare meeting  via laptop o anche le nostre consulenze psicologiche online, come stanno facendo moltissime colleghe e colleghi, in alcuni casi per la prima volta.
 

L’adattamento necessario al presente, porta le persone a chiedersi come sarà dopo.

 

Da sempre l’uomo si adatta all’ambiente come necessario per sopravvivere.

 
Oggi stiamo mutando e selezionando i nostri comportamenti per renderli adatti al mondo in quarantena, per trovare il modo migliore di stare in una società e socialità in trasformazione.
 

Non potendo regolare gli avvenimenti, regolo me stesso, e mi adatto ad essi, se essi non si adattano a me.
Michel De Montaigne

 
Nei racconti di molte persone, anche solo fantasticando il DOPO che non sappiamo quando arriverà. ma abbiamo il bisogno di cominciare ad immaginare, si nota come il timore sia di non riuscire più.
 

Quello che preoccupa in questo momento è se dopo sarà come prima.

 
Se potremo ancora fare riunioni con altre persone, se i treni saranno pieni e le cene con gli amici saranno intorno ad un tavolo. Il nostro cervello, campione di adattamento, sente la fatica di dover poi riprendere in maniera – nuovamente – diversa. E se da una parte sentiamo l’euforia di tornare a…, dall’altra percepiamo tensione, pensieri non sempre positivi, ci iperattiviamo pensando di tornare in strada, come prima. Eppure, dobbiamo anche valutare che davvero, oggi, non possiamo immaginare come sarà domani. E’ tutto in trasformazione e quello che va tenuto a mente è che ci prenderemo il tempo che serve.
 

Dovremo costruire un nuovo ORA.

 
Come le persone che soffrono per essere state istituzionalizzate, per molte persone il timore del DOPO il coronavirus diventa una tendenza a chiudersi in se stessi, un sentimento di isolamento che – paradossalmente – si crede proverà quando sarà possibile ritornare alla propria routine “normale”.  La capacità adattiva che oggi ci rende sopportabile e talvolta piacevole lo spazio che abitiamo, sentiamo potrà essere un ostacolo a riprendere il contatto con gli altri, con gli spazi, con i riti della socialità.Lo spazio limitato sta diventando la nostra zona di comfort.

In una fase così delicata della nostra storia, questo sentimento di timore, elemento legato allo stress a cui siamo sottoposti, è naturale.
 

Come sommozzatori che sono stati a lungo nel profondo del mare, immergendosi in uno spazio ignoto,  avremo bisogno di uno spazio di decompressione per rientrare nella nostra vita.

Lentamente, faremo spazio nei nostri polmoni, riprenderemo contatto con la nostra normalità, lentamente. Notando, momento dopo momento, cosa ci accade. In contatto continuo con le nostre emozioni e percezioni. Non solo legate al coronavirus ma connesse con il nostro corpo, con gli effetti della deprivazione provata per un lungo periodo.

Costruendo una camera personale di decompressione dove riprendere quello che abbiamo lasciato tanti giorni fa. Riassaporando, uno alla volta, gli aspetti positivi della vita fuori dalle pareti, pur gradevoli, di casa.
 

 

Immaginare la normalità – oggi – è un esercizio necessario.

 
Non poche le persone che, guardando film  e serie tv, faticano a non calcolare quanto dista una persona dall’altra. Perchè ci siamo adattati a pensare a cosa è necessario ORA per sopravvivere. Questo è diventato primario per noi e faremo i conti con i doveri, diventati centrali nel nostro cervello, quando saremo liberi di recuperare la nostra quotidianità.

Come dicevo anche in altre occasioni, quello che stiamo vivendo dividerà la nostra vita in un PRIMA e un DOPO. L’augurio è che sia occasione di un miglioramento, civile, personale, della comunità delle persone e poi, ancor più importante per le sue ricadute su tutt*, da parte degli stati, nelle politiche economiche, sociali, di sfruttamento del pianeta.
 

E intanto, che succede a psicologhe e psicologi?

 
Certamente, per la maggior parte di chi fa la libera professione, questo periodo è stato ed è tuttora duro. E’ significato non poter seguire una moltitudine di situazioni, per tante ragioni diverse. Sebbene si sia una professione sanitaria, si è ritenuto, nella maggioranza dei casi, di lavorare solo online, per evitare alle persone di muoversi per raggiungere gli studi. Non tutti, poi, sono stati in grado di spostare il setting di consulenza nel mondo delle videochiamate. Siamo comunque una categoria colpita.
 

La psicologia, tutta la comunità, avrà un dovere. Accompagnare le comunità in questa transizione, perché la fatica di questo momento non diventi un problema di salute mentale di dimensioni enormi.

 
E’ necessario che di questi aspetti, non se ne prenda cura la singola, o singolo, professionista ma che ci sia una presa in carico a livello nazionale. Mi auguro sia stato utile il fiorire di iniziative gratuite da parte di psicologi e psicologhe in questo periodo ma per affrontare gli effetti sulla salute mentale delle persone ci sarà molto da fare e per chi ha scelto il mio mestiere è lavoro.
 
Quindi, ritenendo inaccettabile la prospettiva di NON lavorare (perché in assenza di un pagamento si chiama volontariato e anche la categoria degli psicologi si nutre e paga le bollette) mi auguro ci sia un movimento importante per sostenere la massiccia possibilità per le persone di chiedere aiuto a chi è formato per darne e, allo stesso tempo, venga salvaguardata la possibilità di lavorare a chi si occupa di trauma, terapia, consulenza, psicoterapia in genere.

Seppure si può scegliere di venire incontro alla mutata situazione economica di molte persone, e ogni professionista può farlo come crede nei suoi studi, la situazione è più delicata e il fiorire di proposte gratis non aiuta.
 

Auspico un piano di sostegno psicologico che coinvolga il mondo tutto della psicologia, pensando a qualche tipo di convenzione che renda possibile aiutare chi necessita e, allo stesso tempo, venga incontro a chi vive di psicologia.

 
Sono una privilegiata a fare un lavoro che amo, questo mi permette di dedicarmi con cura alle persone che incontro, di aggiornarmi sempre, con corsi e letture continue, questo non può significare in nessun modo che debba sentirmi in colpa se chiedo di essere pagata per fare il mio mestiere.
 
Detto questo. Tornando al nostro DOPO.
 
Ci saranno anche molte cose, diverse piacevoli, con cui faremo i conti. La nostra percezione cambierà rispetto a molti aspetti che non avremmo mai immaginato. In parte ce lo ricorda l’arte, in questo caso nel breve video del disegnatore Makkox – DOPO. Che credo sia bene guardare.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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