Privacy Policy NON SEI TUA MADRE e NEPPURE TUO PADRE. - Pollicino era un grande
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NON SEI TUA MADRE e NEPPURE TUO PADRE. - Pollicino era un grande
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figli genitori

NON SEI TUA MADRE e NEPPURE TUO PADRE.

Un genitore efficace è quello che si concede di essere una persona, una persona autentica. I figli apprezzano molto queste qualità di schiettezza e di umanità nei propri genitori.

Thomas Gordon

 

Si nasce sempre figli di qualcuno. Ma non sempre in una relazione sana.

 

Non sempre desiderati come dovrebbe essere, non sempre visti nelle necessitò e nei bisogni propri. Come cuccioli, i piccolo esseri umani hanno bisogno di protezione, di emozioni positive pronte a cullarli, di nutrimento per i fragili corpi e per la mente. I figli sentono tutto, la paura, il dubbio, il disinteresse. Sanno crescere da soli, trovando come sopravvivere in un ambiente ostile, si crescono da soli, con due emozioni e poco cibo, con molto cibo ma nessuna emozione, con troppe emozioni e poco altro. Riescono a incastrarsi tra una mancanza e l’altra per diventare adulti.

 

Ma quando questo accade in assenza di un adulto positivo di riferimento, l’adulto porta con sé quella mancanza primaria, sempre. Nel suo modo di vivere, di cibarsi di quanto è mancato o di evitare di toccare quanto desidererebbe ma teme di non meritare. Delusi, sarcastici, cinici, feriti sono gli adulti che portano con sé il dolore di una infanzia abbandonata, in una stanza, davanti ad uno schermo, in una scuola di lusso. E quell’adulto deluso avrà paura del bello che potrebbe essere, abituato al poco che pensa di sé.

 

Anche quando siamo cresciuti nelle migliori intenzioni, a volte affiora un continua richiesta che non trova mai risposta. A volte per quel dolore si ha la maturità di cercare aiuto, a volte si continua a girare in tondo, facendo errori simili, prendendosela con se stessi.

 

 

Un detto racconta che la mela non cade lontana dall’albero. Ma se questo albero è velenoso è un detto che ci terrorizza. Ebbene, la mela ha più scelta di quanto crede. E comunque NON siamo mele.

 

In terapia si cerca sovente di riempire quello spazio vuoto con una esperienza positiva, capace di accompagnare oltre, liberandosi della paura di non avere scelte, di dover diventare come la propria madre o padre.

 

Chi si cerca in un/a terapeuta?

 

Certamente molt* cercano quelle figure che maggiormente condizionano, nel bene e nel male, la vita di ognuno. Capita spesso che si cerchi in terapia il genitore buono, ma anche il cattivo, il padre, la madre che non abbiamo conosciuto, o abbiamo conosciuto fin troppo bene, nella quotidiana esperienza.

 

Molti possono non avvedersene mentre decidono di iniziare una terapia, ma un/a terapeuta di certo deve fare attenzione al ruolo che “rischia” di accettare. Anzi. Dal primo incontro, deve ben avere presente a cosa potrebbe essere chiamato a “giocare”, trasformando l’incontro in un punto di forza e non in una debolezza della terapia.

 

Cosa fa un genitore? Si occupa del proprio bambino.

 

Lo protegge, lo nutre, gli offre sicurezza, impartisce la norma mentre lo accudisce sotto molti aspetti. Quando il terapeuta finisce con l’occupare un ruolo genitoriale, questo da una parte crea l’opportunità di sperimentare, facilitare, promuovere nella persona che incontra ruoli diversi, non rigidi, anche giocando il doppio ruolo di madre e padre insieme. Nella stanza di terapia, si crea una situazione nuova, per molti difficile da accettare anche se positiva all’apparenza, perché significa sviluppare e far propria, una nuova percezione di sicurezza, di esserci come facente parte del tutto e allo stesso tempo come realtà autonoma, un individuo perfetto nella sua vulnerabilità.

 

Il ruolo del genitore è delicato, i bambini crescono intorno e dentro la relazione che instaurano con la figura genitoriale.

 

Sebbene ci siano anche altre sfumatura, sono interessanti le parole di Umberto Galimberti scritte nel lontano 2003. (I vizi capitali e i nuovi vizi):

 

Ecco che, una volta entrati in una relazione terapeutica, ci si trova nella condizione di ricostruire nuove modalità, grazie al terapeuta che può assumere il ruolo di padre che spinge all’emancipazione, di madre che nutre, rinforza, accompagna alla crescita, al diventare adulti. Sono ruoli necessari per prendere il proprio posto nel mondo, per fare esperienza di quello che si vive e vuole vivere, lasciando andare vecchie aspettative, stereotipi, richieste familiari non sentite come genuinamente proprie, il “dover essere” per il “sono”. Le mancanze, della relazione genitoriale originale, possono essere affrontate, accettare.

 

E’ possibile creare nuovo spazio di crescita e consapevolezza, un nuovo modo di essere vivi che sia ciò che risponde ai bisogni dell’individuo e non più alle debolezze, mancanze, frustrazioni del genitore.

 

Il lavoro terapeutico permette di accettare i limiti di quello che è stato. Le mancanze di una madre o di un padre si trasformano in quello che sono, mancanze di una madre o di un padre. Non dobbiamo più prenderle sulla nostra schiena. Possiamo liberarcene. Finalmente.

 

C’è un limite cronologico entro il quale si possono biasimare i propri genitori per averci indirizzato da una parte piuttosto che da un’altra. Quando si è grandi abbastanza per prendere il timone della propria vita, la responsabilità passa nelle nostre mani.

J.K. Rowling

 

In terapia, o anche per averlo imparato altrove, di capisce che la propria strada non deve limitarsi ad essere quella segnata. Se il passato ha definito chi siamo, noi oggi siamo chi scegliamo di diventare. L’adult* che ci ha cresciuto, molto probabilmente avrà fatto del suo meglio, forse non era in grado di un compito così delicato come farsi fionda che lancia i suoi figli nel futuro, per citare Gibran. Ma questo non ci deve fermare o non deve farlo per sempre.

 

Liberi della colpa acquisita, appresa, di non essere come ci volevano, possiamo diventare adulti che si prendono cura di sé.

 

Il/la terapeuta si fa genitore quando mi mostra per generare un cambiamento che rende le persone più libere dai condizionamenti, libere anche di sbagliare a modo loro, di andare oltre i limiti che storie familiari e hanno scritto per lui, capaci di esprimere anche emozioni forti, come la rabbia, per esempio. Si diventa genitore nella misura in cui accompagna ad accettarsi, quando riesce a far comprendere chiaramente e in maniera semplice, che si può migliorare ma non si è mai sbagliati. 

 

Insegnare a sopravvivere alla disapprovazione, liberarsi del giudizio quando diventa una etichetta che non permette cambiamento e accogliere la critica come qualcosa non, necessariamente, cancella la relazione, ma la continua a vedere per tutto il tempo, rendendola anzi resistente.

 

Restando nella cornice terapeutica, proprio come capita a certi genitori, il terapeuta apprende e impara da chi incontra. Sigmund Freud scriveva che “si dice che i genitori rimangono giovani nei figli, ed è questo uno dei più preziosi vantaggi psicologici ch’essi ricavano da loro.”

 

L’incontro in terapia, lungi dal funzionare ad una sola direzione, svolge un ruolo importante anche per lo psicologo, che apprende e cresce insieme con la persona che di fronte. Come accade in natura, il genitore impara dal proprio figlio, se glielo permette, tante cose su sé stesso che sarebbe impossibile immaginare se non accettasse la sfida di mettersi in relazione con il bambino.

 

La preziosa quanto delicata relazione terapeutica, però, perché funzioni realmente non deve creare un legame di dipendenza, simbiotico, non deve creare per la persona nuovi limiti ma essere un trampolino di lancio da cui conquistare il suo mondo. Per questo, il delicato equilibrio è proprio nel sostenere, cambiare le cose ma gradualmente e senza incertezze sapersi allontanare, indicare la strada sapendo che è possibile percorrerla con le proprie gambe.

 

Deve essere chiaro che la relazione terapeutica potrà fungere da palestra dove imparare ad agire, comunicare, litigare, accettarsi ma non è nello studio dell* psicolog* che si deve fare tutto questo, bensì nel mondo, nella storia di ogni giorno dove si incontrano le altre persone.

 

 

La fatica allora è capire in momento in cui concludere lo spazio di terapia. Accompagnare alla porta, fiduciosi che sia possibile un nuovo e migliore modo di riempire il proprio tempo. Per entrambi.

 

La speranza è quella di aver imparato abbastanza da fare in modo che si possa fare del proprio meglio per la propria vita senza il terapeuta. La speranza del terapeuta è che le persone ce ha incontrate possano camminare lungo una strada che loro stessi hanno tracciata. Possano, persino, dimenticarsi di aver avuto a che fare con una stanza di terapia.

 

Per questo, si inizia avendo paura di dover essere il proprio padre, la propria madre.

 

Si inizia con la paura di ripercorrerne errori e mancanze o di riproporre sempre e per sempre schemi educativi, assenze, comportamenti appresi e dolorosi. Ma poi, accogliendo una possibilità di evoluzione, si diventa i propri figli. Si rinasce da se stessi come farfalle che scoprono che il bruco era un passaggio necessario alla bellezza.

 

Nasciamo da noi stessi e di noi stessi responsabili. Questo ci rende guide capaci per quelli che verranno.


Pollicino:  Il terapeuta nel ruolo del genitore

L’Orco : Il tranello di essere troppo protettivi e creare dipendenza

L’arma segreta :  Accompagnarsi a nuove possibili esperienze di sé

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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