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I tuoi figli non sono figli tuoi. - Pollicino era un grande
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I tuoi figli non sono figli tuoi.

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.

Khalil Gibran
 

Diventare genitore per molti è un lavoro a tempo pieno senza pause in cui non si diventa custodi di una vita per renderle possibile crescere, diventare forte e autonoma e poi inventare il proprio futuro. Molti genitori, con le migliori intenzioni, lavorano perché la vita dei loro figli diventi la celebrazione di quello che ritengono giusto.

 

Eppure quando si fa nascere una vita, la responsabilità che si prende, forse la più grande, è quella di crescere una vita libera.

 

Libera dai limiti dei genitori
Libera dai sogni dei genitori
Libera di sbagliare e scegliere

 

Senza questa libertà i ragazzi crescono con la colpa di non essere mai all’altezza ma non delle loro aspirazioni, che talvolta non possono neanche permettersi di comprendere, ma dei desideri dei loro padri e delle loro madri.
E’ il sacrificio più grande che è richiesto ad un genitore che vuole crescere un figlio.
Quello dell’illusione che questi siano una “seconda possibilità” mentre, quella vita,  è soltanto la prima possibilità ed unica del figlio stesso.

 

Se non riusciamo ad essere quello che vorremmo, semplicemente, non ci siamo riusciti.

 

Possiamo trovare altri sogni, ma non altre vite che portino a termine quello che lasciammo sospeso.
La stessa parola riproduzione, sarebbe a questo fine, fuorviante.
Mi ritrovi molto nelle parole di un autore che amo molto Andrew Solomon, se amate anche voi le sue parole, non potrete che apprezzare il suo monumentale, vista la mole del tomo, Lontano dall’albero – Mondadori (2012) dove scrive:

 

La cosiddetta riproduzione non esiste. Quando si decide di avere un figlio, ci si impegna in un atto di produzione…Nelle fantasie subconscie che fanno apparire il concepimento così seducente, spesso desideriamo veder vivere per sempre noi stessi, e non qualcuno con una personalità tutta sua.

Amare i nostri figli è un esercizio di immaginazione.

 
Amore come dono di immaginazione. Perché si deve imparare a sognare oltre i limiti dei propri desideri e scoprire la persona che veste i panni del figlio.

Vedere quello che non potremmo se abbiamo davanti quello che vogliamo vedere. Quanti ragazzi non riescono a giocare a quello che vorrebbero perché i genitori li spingono a fare quello che dovrebbero? Quante dottoresse si laureano in quello che la propria madre o padre non sono riusciti a realizzare? O ancora, quanti figli sono costretti a un mestiere che non amano, un ruolo che non desiderano perché così scelgono, attivamente o passivamente, i genitori?
 
Gli adolescenti di solito urlano che nessuno di preoccupa realmente per loro o non li ascolta. Nessun genitore ritiene di non ascoltare il proprio figlio (o almeno quasi nessuno). Come ce lo spieghiamo? Perché molti genitori ascoltano e vedono quello che vogliono e possono vedere e sentire. Non hanno, per dirla con Solomon, immaginazione. Vedono la parte di loro stessi, il bisogno che loro avevano magari, non riescono a fantasticare il figlio reale.
 

Non riuscendo ad immaginare il figlio, molti genitori si prendono cura di un bambino/ragazzo che esiste solo nella loro fantasia. Il figlio ideale, quello che vorrebbero.

 
Questo lasci soli molti bambini reali, concreti, solo diversi per indole, temperamento, comportamento, da quello che gli si richiede. E molto spesso non si è consapevoli di questo. Certamente quasi ogni genitore agisce per il bene del figlio. Ho scritto altrove cosa non è un bambino e sono certa della buona fede di molti genitori. Allo stesso tempo, se da una parte è pur vero che il sangue non è acqua, bisogna saper fare i tantissimi distinguo del caso.
 
Comprendere che crescere un figlio, o una figlia, vuol dire accettare e accogliere una vita sconosciuta che cresce con sue regole interiori, secondo sogni tutti originali e spesso incomprensibili. Con questa creatura da scoprire, in alcuni casi, specie crescendo, una sorta di forma di vita aliena, madri e padri si confrontano e sono in rapporto continuo, senza poterne per la maggior parte del tempo indovinarne sogni e bisogni. E come fare allora?
 

Imparare a comunicare con i figli seguendo regole create dalla relazione e dall’ascolto

 
Fino a riconoscere ed amare la vita originale che rappresenta quel figlio, quella figlia. Nonostante le differenze, nonostante le uguaglianze. Apprezzando quello che è. Non amare i figli per le parti del genitore che questi portano con sé o che si vogliono vedere, amarli in quanto loro. La più faticosa delle prove d’amore. L’unica in grado di liberare i figli e renderli adulti sereni.

 


Pollicino:  La scoperta del figlio

L’Orco: Il bisogno di vedere il proprio riflesso nell’immagine dei figli

L’arma segreta: Accogliere le differenze per quello che sono
Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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