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Moonlight (2016) – Pollicino era un grande
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Moonlight (2016)

Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità.
Più che intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e bontà.
Charlie Chaplin

 

Moonlight nasce dal teatro, da una storia autobiografica di Tarell Alvin McCraney dal titolo “In Moonlight Black Boys Look Blue”. Al cinema arriva per la regia di Barry Jenkins e da pochissimo si è guadagnato l’Oscar come “miglior film”.

Il film è diviso in tre capitoli, che seguono le fasi di crescita di un  giovane uomo. Ogni capitolo si chiama con il nome che identifica il protagonista nel momento narrato. Abbiamo quindi “Piccolo”, “Chiron” e “Black”.

Ogni capitolo è una fase della vita di Chiron (gli attori Alex Hibbert, Ashton Sanders e Trevante Rhodes), ragazzino nato nei quartieri poveri e machisti di Miami, senza un padre e con una madre tossicodipendente (Naomie Harris).

Ogni capitolo ci racconta cosa prova, cosa vive e come viene condizionata la vita di questa persona.

Prima conosciamo la sua infanzia, quando tutti lo chiamano “PICCOLO” e lui cerca di sopravvivere tra gli attacchi dei bulli del quartiere. E’ un ragazzino magro, Chiron, con i suoi 10 anni e i suoi modi delicati. Per questo viene preso in giro, inseguito, deriso. L’unico adulto di riferimento è una madre debole e incapace, che è presa dal lavoro e dalla droga, di cui fa uso. Il padre non esiste. Chiron sembrerebbe l’unico vero adulto in casa. Un fattore di protezione, però, sarà lo spacciatore locale Juan  (Mahershala Ali) che lo prenderà sotto la sua tutela insieme con la moglie Teresa (Janelle Monáe). Nonostante il suo lavoro, Juan è un tenero, un padre affettivo e presente che saprà avere cura del bambino. E’ lui che gli insegna a difendersi e a nuotare, a proteggerlo  e  a farlo sentire ben voluto, facendogli capire che lo accetta in tutto quello che è. Quando Piccolo gli chiede cosa significa “frocio”, parola con cui lo colpiscono i suoi coetanei, lui, con calma, gli spiegherà che è una parola che non andrebbe usata, che si può essere omosessuali e non si deve star male per questo. In un quartiere vociante, aggressivo e arrogante, fatto di bulli e voci urlate, l’incontro con Juan è un respiro lento che permette a Piccolo di sentirsi capace di lasciarsi andare, proprio come nelle braccia grosse e sicure di Juan, quando lo aiuta a galleggiare, capace per la prima volta di fidarsi di qualcuno, un adulto che non tradirà, non andrà via, non farà sentire inadeguati.

E infatti Juan andrà via solo morendo. Lo scopriamo nella parte centrale del film, la storia di “CHIRON” adolescente, Chiron come il suo nome, come la scoperta, anche solo la possibilità della scoperta, della sua identità. Dopo il lutto per la morte dell’unica figura maschile che lo abbia protetto e amato senza fare domande, il ragazzo è confuso. La madre è sempre meno presente a lui e a se stessa, la scuola un luogo impreparato, dove tenere basso lo sguardo per non farsi maltrattare dai bulli, che crescendo sono diventati più aggressivi. Il corpo un posto insolito, dove Chiron non si ritrova, che non capisce del tutto. Solo dopo la tenerezza del primo bacio, dato sulla spiaggia, e l’eccitazione sessuale, liberata per il suo amico di infanzia Kevin, solo allora, Chiron avrà chiaro per intero chi è, cosa prova. Ma dovrà presto provare il dolore del nascondersi di nuovo e peggio, quando Kevin lo tradirà, maltrattandolo davanti a tutti, inscenando indifferenza. Per salvarsi, Chiron dovrà perdersi, agendo la sua rabbia contro quel mondo che non lo capisce e non ha spazio per lui. Un gesto violento contro il bullo che lo perseguita, lo porterà via da casa sua, con una condanna da scontare in carcere. Libero da quella vita stretta, seppur dietro le sbarre.

E poi il terzo capitolo che porta il nome scelto per Chiron da Kevin, l’unico uomo che lo abbia mai toccato, nel corpo e nei sentimenti, “BLACK”. Dopo la galera ritroviamo Chiron, forte, robusto, nessuna traccia del “piccolo” che era, una montagna di muscoli, sicuro di sé, che come il suo Juan lavora nel traffico della droga, ma solo, fragile e talmente legato al ricordo di quel bacio sulla spiaggia, da aver inciso nome datogli da Kevin anche nella targa della sua auto. Quando dopo 10 anni avrà modo di rivederlo, quando lo stesso Kevin, lo cercherà, sarà il tempo di tornare a casa, di farsi abbracciare di nuovo, di permettere a qualcuno di prendersi cura di lui.

Non sappiamo se riuscirà a mettere insieme le sue parti, il piccolo e Black, dentro un solo Chiron, ora uomo, ma lo speriamo.

 

Guardando l’abbraccio tra Chiron e Kevin ci chiediamo perchè ci sia dovuto servire così tanto tempo. Mentre il loro legame si ricostruisce timidamente, sguardo dopo sguardo, Chiron gigante di poche parole, che non si è mai più fatto toccare da nessuno e l’altro. Kevin, che ha ceduto alle convenzioni, sposando una donna per poi separarsi dopo la nascita di una figlia, mentre la distanza diventa minore mezza parola alla volta, non possiamo che provare rabbia e tenerezza per questo amore che è rimasto nascosto e in attesa, messo agli angoli dagli stereotipi e dalla pressione sociale, per poi tornare a galla verso un ignoto domani.
Moonlight  è un film umano, fatto di persone imperfette in un mondo difficile. I buoni hanno aspetti da cattivi  e devono spesso nascondersi dietro stereotipi riconosciuti per sopravvivere (Juan spaccia, Kevin fa il bullo e si vanta delle sue prestazioni sessuali con ragazze di cui non gli interessa per poter star tranquillo), vivendo vite dove non sembrano esserci tante alternative.

Moonlight è una sensazione fisica, un film che parla di corpi, camminate e posture che nascondono segreti, che ti fanno sentire quanto possa pesare essere gay in un mondo macho, di quanto sia difficile vivere se stessi nell’aridità di certi luoghi. Una vena di tenera tristezza scorre per tutto il film e ci muove verso il protagonista e i suoi silenzi. D’altronde, come Juan spiega a Chiron bambino”In Moonlight black boys look blue”  cioè “Alla luce della luna i ragazzi neri sembrano blu” o meglio “tristi, malinconici” come il senso della parola recita in inglese.


Pollicino: Tutti i bambini che non hanno un adulto che li prenda per mano e gli racconti la vita.
L’Orco: Il pregiudizio, lo stereotipo che si nutre di povertà
L’arma segreta: L’attesa, la capacità di coltivare un piccolo angolo di poesia anche quando non sembrerebbe esserci alcun spazio per la poesia.

Marzia Cikada
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