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Femminile, io? Viaggio dentro la parola che non c'è - Pollicino era un grande
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Femminile, io? Viaggio dentro la parola che non c’è

La differenza tra una dama e una fioraia non sta nel come si comportano,

ma nel come vengono trattate.

Eliza Dolittle

 
Quasi tutte le ragazzine, prima o poi, si sentono dire che devono comportarsi o apparire in maniera più femminile. La strada da seguire sembra chiaramente definita, non c’è molto spazio per riflettere su cosa si intende, in quel momento, per “femminile”. Sembrerebbe come  scontato. Come se una determinata modalità di essere si attivasse al solo ascoltare la parola d’ordine. Tutto un mondo di comportamenti, vestiti, trucchi e accessori già dentro la persona pronta ad essere esibito a richiesta.
 

Esiste un momento, nella vita delle donne, in cui capelli, vestito, scarpe, braccialetti e monili in genere, per non parlare di gesti e toni di voce, si traducono magicamente in sole due categorie, femminile o sbagliata.

 
A me succede ancora, e da molto non sono più una ragazzina. Ricordo, ad un mio lontanissimo compleanno, il regalo di una borsetta da portare sulla spalla. Per me aveva tutta la forma di un enorme hot-dog (e non li ho mai amati). Mi sentivo come una gallina sul trespolo al solo indossarla. “Lo so che non è il tuo stile, ma ormai dovrai pur imparare ad essere un po’ femminile, no?” mi sentii dire dall’amica che l’aveva scelta. Imparare ad essere femminile. Quella frase mi rimbombava nella testa. Da una parte mi chiedevo cosa fosse questa femminilità a cui sembrava doversi attenere e dall’altra mi colpiva il dovere di essere.
 
Dover essere. Non il risultato di una ricerca. Non un ” Scopri la tua femminilità” che presuppone, appunto, la scoperta, l’esperimento, la creatività di una scelta personale e privata che può trovare in ogni forma la sua risposta. Piuttosto un “Sii come devi e il COME te lo diciamo noi” che presuppone di adeguarsi ad un modello dato, che segna l’appartenenza alla parte giusta – chi segue il modello- e la parte sbagliata – quelle che non lo fanno. 
 
Ragionai molto sul tema. Cominciai a guardami intorno e a pensare quali fossero i miei modelli di donna. Non erano i modelli giusti, mi si faceva notare. Certo, se avessi voluto, la società, per bocca di tante altre donne e qualche uomo, mi avrebbe condotta a diventare femminile come dovevo. Una sorta di modernissimo My Fair Lady, dove io, Eliza tra le Eliza, avrei trovato, nel culto del DEVO ESSERE, il mio  professor Henry Higgins. Avrei dovuto solo essere come mi volevano, con la borsetta hot-dog e la scarpa adatta.
 
Oggi, padrona di un mio modo di essere donna che non trova espressione in certi universalmente riconosciuti cliques – ma ne abbraccia altri pur sempre universali- mi sento di poter dire che la femminilità è qualcosa di essenzialmente privato che si manifesta in ogni donna secondo la storia e la personalità di quella persona.
 

“Sii femminile” è un imperativo violento!

 
Peggio del pur terribile “Stai allegro” lanciato in faccia a persone in realtà tristi, se non depresse. Peggiore perché  il depresso ha una idea di cosa gli altri intendono per allegria e potrebbe averla vissuta, in altri momenti della sua esistenza. La donna che cerca di autodeterminarsi potrebbe non avere affatto chiaro o non sentirsi a suo agio con quell’idea di femminilità che sembrano volerla costringere ad indossare. Prima capisci cosa per te sia femminile, poi fanne ciò che più ti fa sorridere. Riconoscere il potere alla donna di autodeterminarsi passa anche dal non dovere essere ma dallo scegliere come esprimere ciò che si è. Ho visto donne trionfali nella loro esplosione di femminilità, camminare per strada con le scarpe da ginnastica o persino in tuta ed erano splendide. La violenza di quel Sii femminile!- è la violenza di una donna su altre. Molto spesso è proprio il giudizio delle donne sulle loro “simili” ad essere quello più definitivo e privo di spazio per l’incontro. Ne vagliano il corpo, l’andatura, le movenze e ne traggono limiti da lanciare contro alla malcapitata con aggressività. Cariche di competizione, sembrano però più di dire – Ho paura delle donne che sono loro stesse-  che – Sarai più felice se sarai uguale a me!-
 

La femminilità è una secrezione delle ovaie o sta congelata sullo sfondo di un cielo platonico? Basta una sottana per farla scendere in terra? Benché certe donne si sforzino con zelo di incarnarla, ci fa difetto un esemplare sicuro, un marchio depositato. Perciò essa viene descritta volentieri in termini vaghi e abbaglianti, che sembrano presi in prestito dal vocabolario delle veggenti. Simone de Beauvoir


 

La Femminilità è una realtà universale o il capriccio delle culture?

 
La possibilità per le donne di autodeterminarsi è stata sempre fragile e condizionata fortemente dai modelli di riferimento di cui è imbevuta la loro cultura di appartenenza. Così, se le donne occidentali seguono rigidi regimi alimentari per poter avere la loro silhouette invidiabile, le donne africane rischiano la vita per mostrare un fondo-schiena bello grossoL’universale sbandierato non è che quello che pensano quelli intorno a te, anche se si tratta di un pensiero vecchio di secoli. 
 
Da sempre la donna ha avuto un ruolo importante nella cultura, era colei che creava, portava la vita. Era, così, il futuro del mondo. Il periodo mestruale, di cui ancora oggi molte donne faticano a parlare, era il momento magico protagonista delle cerimonie delle sciamane e lo celebravano come un riconoscimento di potere, almeno fino a che la repressione della donna non ha deciso di metterlo in cantina, nascosto tra le parole tabù e la sessualità. Le donne sono state portare a scegliere di essere come le si voleva, femminili a modo di altri o streghe, libere di essere come volevano ma bruciate sul rogo. Nei secoli le donne hanno dovuto rivendicare una uguaglianza tipica delle lotte per le libertà di tutto il 900, eppure non si sono liberate di quel – Sii femminile!- spesso senza neppure capire cosa significasse.
 
Il tipicamente femminile si basa su una cultura millenaria che vuole vedere nella donna delle necessarie caratteristiche di dolcezza, delicatezza, eleganza. Donne materna, sessualmente attraenti ma devote e, possibilmente, sottomesse. “Donne con le gonne” cantava Vecchioni anni fa, eppure, secondo la mia idea di femminile, questa si dovrebbe tradurre nella gioia di avere un corpo felice di mostrarsi e in armonia con se stesso. La più bella di tutte all’ultimo matrimonio reale, da poco passato era, senza dubbio, Cara Delevingne. Perché ? Perché una donna che si manifesta nella sua essenziale libertà di essere è la più bella delle donne. 
 
Ma il modello estetico condiviso, la moda statistica della femminilità, si nutre di regole cementate e immobili. Certezze a cui si cerca, talvolta anche spinti da buone intenzioni, di piegare o modellare le donne. Il peso, i capelli, i vestiti sono solo alcune degli aspetti con cui si finisce per il far annegare una spontanea femminilità in una copia di altro, spesso inaridendo la bellezza che viene dal sincero accogliere se stesse. Certamente, per le donne ma anche per gli uomini, sebbene su caratteristiche diverse, auto-determinarsi è reso più complesso da ostacoli culturali secolari.
 

Ogni donna è la più bella delle donne, se trova la sua sincera e unica maniera di essere femminile.

 
La femminilità è davvero un concetto misterioso o andrebbe solo liberata dai limiti che ne vogliono fare un recinto per la cultura patriarcale di cui ancora il nostro paese è pervaso? Sarebbe bene chiederselo, talvolta. Quando si critica una donna, quando le si consiglia di allontanarsi da quello che è, quando si danno per oggettivamente giusti modelli che rappresentano solo una parte delle donne. Che vanno benissimo come sono, perché sono così.
 

Tutto di lei, anche il suo non piacersi, mi sembrava l’espressione più pura della femminilità. Paolo Cognetti

 
Sei femminile quando sei felice. E’ sentirsi bene nella propria pelle, in armonia con il proprio sesso, capace di ospitare e ispirare desiderio che ci offre il migliore dei make-up. Questo non vuole demonizzare nessun aspetto di cura della figura e della persona in una direzione predeterminata che non sia scelta dalla persona stessa. Il rosa va benissimo se lo si sceglie e anche un principe va bene, se si sogna quel tipo di vita, non deve essere ribelli per forza, ma se stesse sì. L’invito alle donne è di trovare la loro bellezza, esteriore e interiore, e tradurla per gli occhi nella maniera che a loro è più adatta. Potrebbe essere un rossetto rosso, un paio di sneakers, una messa in piega perfetta o un volto senza trucco. La bellezza risplende nella scelta di esistere per come si è.  Tutto il resto è una truffa. L’idea di femminilità per come ce lo continuano a vendere non esiste. 

 

 

 

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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