Privacy Policy Psicologa. Psicologae. Declinazione di una Professione. - Pollicino era un grande
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Psicologa. Psicologae. Declinazione di una Professione. – Pollicino era un grande
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Psicologa. Psicologae. Declinazione di una Professione.

Fare la psicologa vuole dire molte cose. Tempo fa avevo iniziato a scrivere un abbecedario della professione, oggi vorrei direi qualcosa che mi sembra sempre attuale per chi sceglie un/una terapeuta o inizia a farlo di mestiere.

 

Saremo veramente poveri se fossimo solamente sani.
Donald Winnicott

 

Quando si sceglie una professione come la mia, lo si fa o lo si è?

 

Insomma, detto in altri termini, “la psicologia ci è o ci fa?” Bene. La risposta è entrambi. In momenti diversi ma entrambi. Sappiamo quanto il lavoro ci definisca, quanto diventi parte della nostra identità. Per questo, la crisi economica che stiamo vivendo è una crisi ben più complessa, non risolvibile solo con i -pochi- aiuti messi in campo. Molte persone hanno vista la loro identità diventare monca. Non più lavoratore o lavoratrice ma esseri incompleti che vagavano in una realtà sospesa. Non è solo il compenso economico a dare pienezza di senso, ma la soddisfazione nel dedicare il mio tempo ad un fine, creare il mio lavoro. Specie se parliamo di lavori scelti, come sono sovente quelli legati al mondo delle professioni di aiuto, ma anche della musica, dell’arte, dello sport, della comunicazione. I più feriti dalla crisi covid.

 

Ecco, fare la psicologa è una questione di identità.

 

Perché, ogni qual volta che entriamo nei nostri studi o in una equipe, non lavora solo la bocca, ma tutto il nostro essere. Le mani, il sorriso, il nostro taglio di capelli, tutto ci definisce mentre ci muoviamo nel mondo, delicato, della mente altrui. Quando mi chiedono come parla una psicologa, a me viene da chiedere parla per com’è! E questo vuole dire con rispetto, responsabilità e creatività. Prima di tutto però viene il rispetto.

Sappiamo, o dovremmo saperlo, che, dalle persone sedute di fronte a noi, ci viene dato in dono un enorme potere.

 

E noi dobbiamo prendercene cura, con delicatezza infinita ma anche risolutezza e capacità. Una volta consapevoli di questo potere, dobbiamo avere chiaro il nostro obiettivo dietro il singolo incontro e poi, con lo sguardo più aperto, sul percorso tutto che ci viene richiesto.

 

Dietro ogni richiesta c’è un bisogno di aiuto. Sappiamo che, tutte le persone, anche le più piene di risorse e con una storia tutto sommato positiva, possono vivere momenti difficili. E mentre ci sono dentro, per loro è terribile.

 

Le crisi svelano sempre una certa bellezza. Se per molte persone la debolezza è un temibile segnale di follia, noi ci vediamo una nuova possibilità di luce. Ogni crollo è una nuova visione di sé e della vita.

 

Il compito è sostenere quelle persone mentre rinforzano la loro autostima e riempiono i vuoti della loro storia. Non le rendiamo persone indistruttibili, ma sappiamo che alla fine di un buon percorso, anche travolte dalla bufera, saranno in grado di rimettersi in piedi, di affrontare le cose, di dare un senso alle avversità. Sapranno fare in modo di sentirsi giuste.

 

Essere accettati dagli altri nonostante si creda di essere fondamentalmente ripugnanti, inaccettabili o sgradevoli è una potente forza risanatrice.

Irvin D. Yalom

 

 

Per rendere le persone capaci di amarsi e farsi amare, abbiamo bisogno di due armi. La conoscenza della materia e di che tipo di professionista vogliamo essere.

 

Mentre di teorie, di decennio in decennio ce ne sono alcune evergreen e altre che vengono a conoscersi ricerca dopo ricerca, ed è necessario aggiornarsi – per etica e buon senso, l’altra arma è ben più sottile e delicata. Che professionista vogliamo essere? Questa domanda ha a che vedere con la scelta quotidiana di modalità, parole, piccole caratteristiche del nostro modo di essere, tutto quello che comunicheremo, non solo a chi incontreremo nell’attività clinica, ma al mondo. Ogni qual volta, come in questo momento, parleremo del nostro lavoro, stiamo definendo chi siamo.

 

Scegliere che tipo di terapeuta essere va fatto con attenzione, perché siamo noi il primo strumento di lavoro.

 

Non dobbiamo permettere alle percezioni limitate degli altri di definire chi siamo.
Virginia Satir

 

Quando si sceglie di fare la libera professione, si sceglie di rispondere a domande che ci vengono fatte ogni giorno, domande che necessitano di confini, limiti, spazi e colore. Confini e limiti definiscono lo spazio di terapia, il livello di svelamento a cui siamo dispost* a ricorrere per lavorare (cosa sono dispost* a dire di me), il linguaggio (tu o lei? distanza o vicinanza?) che ci rappresenta di più, gli orari e i giorni in cui non si risponde al telefono o a un messaggio, i canali da usare per comunicare (email, whatsapp, online, telefono). Il colore è il tono che vogliamo caratterizzi il nostro modo di fare psicologia, frutto di un insieme di sfaccettature che vanno dall’arredamento all’abbigliamento, al modo di parlare, agli aneddoti che si raccontano, alle foto che appendiamo nei nostri studi, al linguaggio che usiamo sui social – se usiamo i social (noi o chi per noi)-.

 

Posso scegliere qualunque colore, ma deve rappresentare bene il mio modo di essere perché le persone non restino confuse e disorientate una volta a contatto con noi. Se hanno chiesto aiuto significa che hanno vissuto fin troppe esperienze disorientanti nella loro vita, devono poter prevedere il colore/calore che troveranno da noi senza timore. Qualcosa che va oltre la -necessaria – accoglienza di chi sono, dei loro valori, delle loro scelte di vita che – proprio in quanto loro – non ci competono.

 

La felicità è conoscere e meravigliarsi.
Jacques Cousteau

 

Conoscere le persone che ogni settimane riempiono le nostre stanze vuole dire essere dispost* a conoscere meglio – ogni giorno – chi siamo noi. Senza questa disponibilità, rischiamo l’errore o, cosa anche peggiore, l’illusione di saperla più lunga di quanto non sia in verità.

 

Sappiamo che per ogni persona il suo mondo è tutto il mondo, ma vi sono milioni di universi dentro ogni storia, milioni intorno a noi e che non avremo mai modo di avvicinare, ma non per questo meno reali.

 

Questo ci aiuta a mantenerci con i piedi per terra. Perché anche le terapeute e i terapeuti hanno un nemico. E, più sono gli anni di lavoro, peggiore appare. Nascosto in ogni studio di psicologia avviato c’è il peggiore dei mostri, che porta a pensare di avere l’onnipotenza, un mostro pericoloso perché non mette in dubbio nulla. Lo si sconfigge con una buona dose di umiltà e di conoscenza di sé, un percorso non meno lungo di quello che fanno i clienti che scelgono la o il professionista.

 

Il Cervello è più esteso del Cielo.
Emily Dickinson

 

Quando declino il mio essere terapeuta, devo ricordare sempre che, alla base di tutto, ho una naturale empatia che mi permette, al di là del mio indirizzo teorico, di entrare in relazione e che, sarà proprio quella relazione, alla fine, ad essere di aiuto, creando uno spazio per allenare il proprio modo di essere in meglio.

 

 

Perché cambiare? Perché mettere le mani dentro di sé, nella propria coppia, nella propria famiglia? Perché si può fare e può essere una esperienza piena di speranza e potere.

 

Per una strada spesso insolita, dove gli strumenti sempre uguali suonano musiche sempre diverse, chi fa il mestiere di psicologa (o psicologo) accompagna le persone a sfidare la loro stessa immaginazione, scoprendo l’arte di stare bene, dando nuovo senso al vivere, scrivendo le loro storie, dove poter star comodamente. Incontro dopo incontro, si cresce, raggiungendo un equilibrio nuovo. Il terapeuta sistemico Carl Whitaker raccontava la crescita come “il raggiungimento di uno stato di equilibrio tra appartenenza
e differenziazione
“. Sentirsi parte – di una famiglia, di una coppia, di una comunità e sentirsi autonomi e differenti, indipendenti. Più cresce una di queste parti più siamo liberi di assaporare l’altra.

 

Il piacere ha bisogno di più tempo che non il dolore. Per ferire e fare del male si impiega quasi nulla: basta un’espressione del viso o anche solo una parola sbagliata. Per dare piacere ci vuole un po’ di più. Non basta una sola parola.

Maria Grazia Cancrini

 

Chi sceglie questo mestiere, sa bene di doversi conoscere per sapere che tipo di terapeuta far conoscere al mondo. Perché abbiamo una grande responsabilità e, proprio come accade da bambini, che seguono molto più l’esempio di chi li cresce che le sue pur sagge parole, indica la strada molto più quello che siamo che quello che diciamo. O meglio, come diciamo quello che diciamo. E possiamo fare attenzione solo dedicando tempo a chi siamo. Prendendoci cura di noi. Conoscendoci attraverso tutti i nostri cambiamenti.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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