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Il Linguaggio come specchio dell’Omofobia - Presentazione della Guida Arcobaleno - Pollicino era un grande
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Il Linguaggio come specchio dell’Omofobia – Presentazione della Guida Arcobaleno

Chi parla male, pensa male e vive male.

Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!

Michele – Palombella Rossa (Nanni Moretti)

 

Ci sono magie che può fare la scrittura. Tipo mettere in bella copia i pensieri. Il 17 maggio 2018 ho avuto la gioia di presentare la Guida Arcobaleno davanti a tantissimi volti entusiasti e interessati, nella bella cornice del Circolo dei Lettori di Torino. Ero insieme ai colleghi che hanno messo energie e professionalità in questo progetto, Bernardo Paoli e Alice Ghisoni, nonché Paola Biondi  che ha curata la  supervisione scientifica del progetto. Con noi, Marco Giusta, assessore Diritti Comune di Torino, Fabrizio Quattrini, psicologo-psicoterapeuta, docente di Clinica delle parafilie e della devianza Università dell’Aquila, Margherita Graglia, psicologa-psicoterapeuta, autrice di Omofobia e di Psicoterapia e omosessualità e Alessandro Battaglia, coordinatore Torino Pride. Il mio intervento ha parlato di linguaggio e omofobia. Qui, nel mio salotto buono, ho voglia di raccontarvelo, potendo metterci qualcosina in più che non c’entrava nei 7 minuti che ho avuto il piacere di riempire.

 

Le parole sono importanti.

 
Con le parole ci presentiamo al mondo e ci raccontano come il mondo pensa che dovremmo essere.
 
Nel 2008 una campagna radiotelevisiva intitolata “The Think Before You Speak” (Pensare prima di parlare) ha cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica americana sull’utilizzo ancora molto presente di “fag”, ma anche di “gay”, come insulti generici. Un linguaggio usato senza pensare e che inciampa in mille trappole che finiscono per fare del male anche quando non lo si vorrebbe.
 
Se guardiamo alla storia nostrana, troviamo il lavoro fatto nel 2015 VOX (osservatorio italiano sui diritti) da cui si scopre un dato che dovrebbe farci pensare. L’uso delle parole sui social, se già non lo avessimo notato, ha spesso una valenza omofoba. Su 1 milione e 800 mila tweet esaminati, 110 mila avevano contenuti omofobi e in particolare riportavano parole come «frocio», «checca» e «pervertito» con un bel trionfo della regione Lombardia sulle altre, subito dopo c’era la Campania.
 

La spada uccide tante persone, ma ne uccide più la lingua che la spada. La Bibbia

 
E questo cosa ha come risultato? Vergogna, paura, sofferenza. Bullismo servito su un piatto d’argento.
 
Oggi si pensa un po’di più a come parliamo. E si cerca di trovare un nuovo dizionario che sia inclusivo, che non sia omofobo. Per esempio il cinema e la musica cercano di farci guardare ad un mondo maggiormente capace di raccontare tutti gli amori, per esempio mettendo in musica storie anche omosessuali, come la canzone Same Love di a Ben Haggerty, Ryan Lewis, Mary Lambert  e Curtis Mayfield o molte altre, colonne sonore di amori di tanti colori. Mentre fino a poco tempo fa era solo davanti a situazioni molto forti che si riusciva a raccontare l’omosessualità, come era capitato nel 2001, quando Elton John aveva dedicato una canzone la canzone “American Triangle” al giovane  Matthew Shepard,  ragazzo assassinato nel Wyoming per il solo fatto di essere stato un “frocio”. E anche in quel caso una parola aveva portato sofferenza e morte.
 
Il cinema oggi riconosce l’amore senza pregiudizi, come abbiamo visto anche nel nostro Lovers, festival di cinema LGBT e con i molti film riconosciuti a livello internazionale come Chiamami con il tuo nome. Eppure le parole sembrano ancora essere capaci di ferire star male. In modi diversi.
 
Nella letteratura l’omofobia aveva un suo posto a sedere fino a pochi decenni fa, quasi una necessità per difendere la propria mascolinità e ce lo ricorda Leonardo Sciascia che, nel suo “Il giorno della civetta”, fa dire ad  un boss mafioso che l’umanità si divide in “uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo (con rispetto parlando) e quaquaraquà”. Dando ancora una volta l’idea che la persona omosessuale non abbia valore.
 
E poi guardiamo alla politica, che a parte qualche gesto virtuoso, vede facilmente l’omosessualità usata come insulto, come se volesse dire che se sei omosessuale non puoi essere una persona capace e competente, pensiamo a come vennero definiti “froci” appunti Clinton e Al gore, ma anche qualche anno prima qui in Europa, durante il regime di Franco in Spagna i combattenti del Fronte Popolare usavano chiamare i franchisti “Fascistas maricones!” ed era il modo che avevano per insultarli (ne troviamo segni in Luciano Bianciardi  e George Or-well in “Homage to Catalonia”) .
 
La scienza ci mostra come il nostro cervello è diverso se risponde ad un complimento o ad un insulto. Anche se l’insulto è imbellettato, anche se la persona che abbiamo davanti è certa che “si sta giocando“.
 
In una ricerca fatta sulle parole sessiste,  la risonanza magnetica ha mostrato che alcune regioni del cervello associate con la soppressione di pensieri intrusivi (la corteccia cingolata anteriore, bilaterale, dorsolaterale, prefrontale) reagiscono a questo tipo di frasi e peggiorano le performance cognitive.
 
Il cervello, dunque, si rende conto della distonia  che esiste tra un linguaggio all’apparenza amico, non aggressivo,  e il suo reale significato “non vai bene! sei meno!”.
 
Ma ci sono modi diversi di usare un linguaggio omofobo. E fanno entrambi paura.
 

Il linguaggio è la prima arma per fare del male, usando parole esatte con il preciso intento di insultare una persona per quello che è.

 
Quando le parole vogliono ferirti e non comunicare con te. In quel  caso le parole che si scelgono sono parole malate e creano un dialogo malato, costruendo un malato modo di stare insieme, che è un non stare insieme basato sul discriminare, giudicare, sminuire, svalutare chi abbiamo davanti.

 


 
Le parole possono essere usate in maniera deliberata per offendere o denigrare. Ecco allora che il ragazzino diventa il fròcio o il finocchio, la femminuccia, checca. Come se fosse un colpa chi quel ragazzo è, chi ama, cosa prova.

Perché le parole possono essere ponti tra le persone, porte aperte che invitano ad entrare o muri di cemento contro cui sbattere, armi cariche.
 
E ancora non è il peggio. Perché finora ho elencato il linguaggio fatto per ferire. E lì è più facile, capiamo di cosa stiamo parlando.
 

Abbiamo purtroppo un linguaggio omofobo di cui non siamo completamente consapevoli. Quello che si fa per giocare, ma dai, si scherza!

 
Ho visto uomini adulti, parlare di rispetto, dirsi inclusivi, riempirsi la bocca di stupore per eventi anche gravi di bullismo omofobo e poi, dopo qualche minuto, come se niente fosse, prendersi in giro chiamandosi “Finocchio!” usando questa parola con leggerezza. Senza neppure pensare che in quel momento stanno dicendo che una l’omosessualità sminuisce il valore di una persona, non più modo di essere ma qualità di cui vergognarsi, che toglie dignità. Uomini che sono genitori, uomini che sono adulti che vivono in un mondo adulto e sono portatori di significato e senso.
 
Perché spesso non è la nostra parte adulta ad avere il comando di quello che diciamo, ai comandi delle nostre discussioni c’è un bambino ignorante, che cerca attenzioni e allora, per attirare l’attenzione si usano parole che si pensa facciano ridere e fanno ridere perché quando si dicono, gli altri ridono, papà rideva, lo zio e pure il nonno rideva. Tutto il villaggio ride mentre si da del “ricchione” al povero malcapitato di turno e lo sappiamo anche che, se siamo in tanti, la responsabilità di quello che facciamo o diciamo non la sentiamo mica, è un solletichi.
 

Le parole sono azioni, e questo lo diceva Wittgenstein, noi dovremmo fare molta attenzione a quello che facciamo.

 
Un episodio di pochi giorni fa. Sono andata al cinema e prima del mio film,  ho visto vari trailer. Tra questi c’era quello di una commedia italiana di un personaggio credo abbastanza conosciuto al momento. La battuta finale, quella che ti dovrebbe far venire proprio una voglia matta di andare al cinema, la diceva una signora anziana, una nonna scorbutichella che prendeva in giro il protagonista che si era tagliato un dito affettando una cipolla. La battuttona era “piangi per una cipolla, ricchione”. E giù a ridere. La sala intorno a me era anche piuttosto divertita. Erano tutte persone omofobe? O solo ignoranti che non capiscono di cosa stanno realmente ridendo in quella battuta?
 

Ma sembra che tutto possa essere una battuta, si fa per scherzare, che fa il paio con l’evergreen “ho un sacco di amici gay” e “non sono omofobo però…” dove quei però pesano più di tutte le belle parole che puoi aver detto prima.

 
Se vuoi scherzare scherza, ma le parole sono importanti, sono azioni e possono essere usate per avvicinare o per lanciare lontano. Anche se non ne siamo consapevoli.
 
Fate attenzione a non essere omofobi a vostra insaputa.  Sì. Molti di voi lo sono, probabilmente anche alcune parti di me sono ancora incastrate in questa fitta rete di pregiudizi da cui non si esce se non spezzandola, non ci sono compromessi quando si parla del benessere delle persone.
 

Sappiamo come parliamo? Non sempre, non del tutto.

 

Noi siamo l’effetto delle nostre parole. I ti voglio bene e i mi fai schifo che abbiamo ricevuto diventano i mattoni che costruiscono la nostra immagine, non necessariamente quella reale, quello che siamo, ma quella che ci rimanda come gli altri ci dicono che siamo, che poi diventa quello che noi pensiamo di essere o di valere.
 
Ecco perché cambiare dizionario cambia il mondo.
E’ una rivoluzione di cui siamo solo agli inizi.
Una rivoluzione di cui abbiamo bisogno.
 
Le parole diventano la cartina tornasole della salute in cui versa la nostra umanità. Riflettono le minoranze, l’asimmetria sociale, stereotipi e pregiudizi. Un nuovo linguaggio, inclusivo, deve partire dal lasciar perdere il vecchio linguaggio e ne possa creare uno consapevole. Presente.
 
La Guida Arcobaleno vuole fare la sua parte. Informando e dando significati, combattendo la tanta ignoranza che ancora abbiamo sui temi LGBT+. L’informazione quando diventa sapere cambia la cultura e se la cultura è sana lo sono le sue parole.

Marzia Cikada

Psicologa, psicoterapeuta, terapeuta EMDR. Libera Professionista, realizza laboratori di scrittura autobiografica. Si occupa di adolescenti e coppie. Ama le storie.

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